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Il film della settimana – Schegge di paura

Tutti abbiamo vissuto quella spiacevole situazione raccontata brillantemente da Zerocalcare in Strappare lungo i bordi: chi non è mai stato ore a scorrere i film sulle piattaforme streaming e non trovare niente da vedere pur avendo a disposizione “tutto l’audiovisivo del mondo” e pensando “è possibile che son tutti film de m*rda”? Certo, la roba bella magari l’abbiamo già vista, altra siamo in ritardo e altra ancora la teniamo per il momento giusto – se arriverà. Vogliamo evitare, però, di finire nella fantascienza polacca del ‘900 in lingua originale, andare a letto frustrati con la nostra coscienza sottoforma di Armadillo che ci costringe a interrogarci su noi stessi dicendo: “Dai su, se su ottomila film non te ne va bene manco uno, forse sei te che non vai bene”. Proprio per questo nasce la seguente rubrica settimanale, in onda ogni lunedì e rivolta sia a chi la pellicola in questione non l’ha mai vista, sia a chi l’ha già visionata e vuole saperne di più: infatti, nella prima breve parte vi consigliamo un film; nella seconda invece ve lo recensiamo, analizziamo o ci concentreremo su un aspetto particolare. E questa settimana abbiamo scelto Schegge di Paura.

PRIMA PARTE: Perché, dunque, vedere Schegge di paura? Ecco la risposta senza spoiler

Disponibile finalmente in streaming, precisamente su Netflix e Paramount Plus (a noleggio su Amazon Prime Video, Apple Tv e Chili), Schegge di paura è incentrato sul brillante avvocato penalista Martin Vail. Per dare ancor più visibilità alla propria dilagante popolarità, accetta il caso del giovane Aaron Stampler, un chierichetto incriminato per l’omicidio dell’arcivescovo di Chicago, il cui cadavere è stato trovato in terribili condizioni. Vail, convinto dell’innocenza del giovane, non si fa spaventare dal proprio avversario ed ex-fiamma Janet Venable, né da tutte le prove contro Aaron, a cominciare dalla sua presenza sul luogo del delitto o dai suoi vestiti insanguinati. Grazie all’aiuto della neuropsicologa Molly Arringoton, aprirà un varco nella mente del ragazzo e porterà alla luce un elemento che potrebbe cambiare le sorti del processo, conducendoci a un finale sconvolgente.

Liberamente tratto dal giallo Primal Fear di Willam Dehl, Schegge di paura si inserisce nel fortunato filone hollywoodiano dei thriller giudiziari, introducendo elementi diventati canonici e che, per questo, verranno ripresi da altre pellicole. Due ore che scorrono con la giusta dose di tensione emotiva, in un alternarsi di plot twist e bugie che traghetta la vicenda verso quell’epilogo, giocando tutto sulle contrapposizioni di personaggi e caratteri: da Martin e Janet all’intenso contrasto nella psiche di Aaron. A supportare una storia avvincente c’è l’ottimo cast: Richard Gere e Laura Linney danno il volto ai due avversari/ex amanti; Frances McDorman è Molly, la psicologa che aiuta Martin.

Memorabile, però, è Edward Norton nei panni di Aaron, il quale al suo esordio cinematografico ci dona un’indimenticabile interpretazione entrata ormai negli annali, ricevendo una candidatura all’Oscar (che avrebbe dovuto vincere) e conquistando il Golden Globe come miglior attore non protagonista. Gregory Hoblit firma così l’esordio perfetto alla regia, brillando per eleganza e immediatezza e infondendo il corretto tocco a una pellicola che, altrimenti, sarebbe stata come tutte le altre. E, una volta che l’avete vista, non potete perdervi la nostra attenta recensione.

SECONDA PARTE: La recensione (con spoiler) di Schegge di paura

Schegge di paura

Un vero e proprio classico giudiziario degli anni ’90 e un esempio di perfetta unione tra cinema e psicologia, Schegge di Paura vede come protagonista l’avvocato Martin Vail, splendidamente interpretato da un Richard Gere che, credibile e vero in questo ruolo, dimostra la sua versatilità nello spaziare tra vari generi. Vail, infatti, diventerà un punto di riferimento per le rappresentazioni future dei legali protagonisti di opere dello stesso filone (e non solo), con Hoblit che dipinge il ritratto di un latin lover pieno di sé, uomo d’esperienza dall’ego smisurato e dalla cinica ironia che, però, nasconde ideali genuini. Infatti, a causa dell’ambiente che lo circonda e dello scontro con i poteri forti (che non ci pensano due volte a manomettere la sacralità della giustizia), ha perso fiducia nel suo mestiere, passando da essere un idealista procuratore distrettuale a disilluso avvocato difensore. Che non esita a manipolare ogni cavillo della legge a proprio vantaggio.

È convinto che alla giura non importi la verità; di conseguenza pure a lui non interessa. Il suo lavoro si limita a provare l’innocenza dei suoi clienti, non a verificarla. Del resto, non esiste quella assoluta, un’utopia che si è scontrata con l’aspra realtà dei tribunali in cui Martin opera: infatti, il rancore che prova verso Janet non è tanto per la loro storia d’amore fallita, quando perché lei rappresenta coloro che hanno distrutto il suo sogno. Così, la verità si moltiplica e lui deve semplicemente raccontare quella che convince i giudici a dargli la vittoria finale.

Tuttavia, Martin sta cercando di ritrovare quei valori perduti che l’hanno ispirato a difendere gli innocenti. E il caso di Aaron, sebbene il ragazzo non possa pagarlo e l’accetti inizialmente solo per accrescere la sua popolarità, sembra una buona base di partenza.

Nelle sedute con Molly viene fuori il segreto di Aaron: soffre di un disturbo dissociativo della personalità che gli provoca dei vuoti di memoria; in questi blackout emerge la sua seconda identità chiamata Roy, un ragazzo perfido e crudele che confessa a Vail di essere l’autore del delitto dell’arcivescovo. Il movente è terribile, perché l’uomo di chiesa è colpevole di violenze sessuali ai danni del giovane che, ormai al limite, si è ribellato.

Ecco che, con grande maestria tecnica e necessaria durezza, Schegge di paura ci mostra come, dietro un efferato omicidio attributo a un ragazzo dal passato complicato, si celi una verità ben più atroce. E di solito quelle violenze, che segnano nel profondo, rimangono impunite, tanto il potere della chiesa è intrecciato con quello politico e sociale, garantendone così l’immunità. Il contesto sociale ed economico, dunque, non è esente da crimini; allora il gesto estremo di Aaron/Roy rappresenta in primis una reazione a un circolo vizioso di abusi ai danni di giovani indifesi, spesso minorenni. Ma non finisce qui.

Con la rivelazione della doppia identità di Aaron, il film sgancia il suo primo colpo di scena, capace di ammutolirci e di rendere incerto il destino del povero ragazzo.

Da quel momento, ogni volta che Roy riemerge, Hoblit stringe sul primo piano di Edward Norton: dato che il suo volto occupa tutto lo schermo, siamo in grado di capire chi abbiamo di fronte, grazie ai tic nervosi, ai movimenti del viso, alle espressioni e alle parole. Con quest’ultime, infatti, arriva a tradirsi perché rivela un dettaglio che diceva di non ricordare, svelando così l’inganno in uno dei plot twist migliori della cinematografia, studiato in ogni minimo dettaglio per lasciarci scioccati, increduli e con l’amaro in bocca. Non è mai esistito il dolce e balbuziente Aaron; c’è sempre stato solo e unicamente Roy. Si è preso gioco del personaggio di Richard Gere, inventandosi il disturbo mentale al solo scopo di ottenere la sentenza migliore per lui, ovvero l’ospedale psichiatrico, perché consapevole che la sua permanenza lì sarebbe stata breve e, in poco tempo, sarebbe tornato in libertà.

Ecco che Edward Norton è stato capace di regalarci un personaggio allo stesso tempo affascinante e disturbante (soprattutto quando descrive l’omicidio dell’arcivescovo come il suo capolavoro), sublime nel doppio ruolo di timido impaurito e arrogante bad boy, in grado di farci fare il tifo per lui e di giudicarlo innocente, perché in Schegge di paura noi, il pubblico, siamo la giuria chiamata ad assolvere o condannare il ragazzo. Un’interpretazione resa unica dalle improvvisazioni dell’attore. Quando Roy spinge con forza Vail contro la parete all’interno della cella, la reazione scioccata di Richard Gere era autentica: infatti, quella scena non era presente sul copione, ma fu frutto della mente di Norton. Stessa cosa riguardo il lento applauso di Roy al termine della pellicola, poco prima che Vail realizzi la verità – e noi con lui. Anche la scelta di rendere balbuziente Aaron fu proposta da Edward Norton; di fatto, questa caratteristica non compariva da nessuna parte nel libro, né nella sceneggiatura originale del film.

Schegge di paura

Roy è, dunque, l’unico vincitore del processo e l’esito può essere visto come una ingegnosa vendetta contro il sistema politico ed economico che ha permesso all’arcivescovo di farla franca troppe volte. È l’affresco di una città, dove persone e volti sono molto di più rispetto a un nome da sfruttare o presente in un quotidiano.

E nell’istante in cui Martin capisce la verità, la gioia della vittoria viene brutalmente calpestata da un’inquietudine talmente profonda da farlo uscire dalla porta secondaria del tribunale, evitando i giornalisti e, dunque, quella popolarità che tanto aveva cercato nei primi minuti della pellicola su Netflix. Il suo errore, infatti, è stato riporre tutte le speranze in un caso che l’avrebbe fatto uscire dal tunnel e portato a credere nuovamente nel suo lavoro, superando l’insopportabile visione che ora ha della giustizia. Perché, come lui stesso dice all’inizio:

“Se volete giustizia andate in un bordello, se volete farvi fottere andate in tribunale”.

Una frase che riassume perfettamente il complesso e profondo concetto attorno al quale ruota l’intera pellicola su Netflix. Hoblit realizza così un cult elegante, perfettamente costruito, che mixa benissimo azione, dramma e un pizzico d’ironia. Muovendosi su spiagge già esplorate, le scuote con le rivelazioni sulla psiche di Aaron, per poi capovolgere ogni cosa in quell’epilogo che si rivela tensivo ed emotivo, spingendoci pure a riflettere sul vero significato della giustizia. Un finale che, nella sua scena conclusiva, ha spesso diviso il pubblico. C’è chi crede che Aaron si sia davvero inventato il disturbo (quella più accreditata) e chi, invece, ritiene che Roy sia una delle sue personalità, quella più aggressiva che ha totalmente preso il controllo del ragazzo. Sta a noi scegliere l’interpretazione che più ci piace, nel credere a ciò che più ci rispecchia. In ogni caso, che optiamo per una o l’altro, questo non toglie niente alla spettacolarità e alla suspense di tale gioiellino su Netflix da vedere e rivedere ogni volta che è possibile.

Il film della settimana: Dogman