3) Passenger

Tyler (Jacob Scipio) e Maddie (Lou Llobell), decide di cambiare vita viaggiando in camper per i boschi americani. Presto però l’avventura prende una piega terrificante. Dopo un incidente stradale raccapricciante, qualcosa di malevolo entra nel loro van. Mentre viaggiano su strade deserte e perdute fra foreste di conifere, avvertono che una presenza demoniaca li sta inseguendo senza tregua, pronta a trasformare il loro viaggio in un incubo senza ritorno.
Passenger è invece un esempio di road horror puro, con tutte le ambiguità e i limiti del caso, ma anche con quell’energia sporca che rende il sottogenere così irresistibile quando funziona.
Il viaggio si trasforma in una progressiva perdita di controllo, e il veicolo, da spazio di libertà, diventa una trappola itinerante. Il fascino del road horror sta sempre nello stesso paradosso: l’orizzonte è aperto, ma non c’è via d’uscita; l’auto corre, ma la minaccia è già dentro o subito dietro; il paesaggio è vasto, ma la solitudine lo rende asfissiante. Passenger lavora su questa tensione. Il risultato è un film che si inserisce nella tradizione dei viaggi maledetti, dei percorsi che cambiano natura a ogni chilometro, dove ogni sosta può diventare un errore fatale. Dal punto di vista critico, il titolo può essere letto anche come un esercizio di genere che non cerca di reinventare la ruota, ma di farla rotolare più velocemente verso il baratro.
In estate, questa formula funziona particolarmente bene perché si lega all’immaginario del viaggio, delle vacanze, delle notti in automobile, dei paesaggi attraversati senza davvero conoscerli. Passenger prende proprio quella familiarità e la corrompe dall’interno. Non è il film più sottile del gruppo, e forse nemmeno il più raffinato, ma ha il pregio di ricordare quanto il genere possa essere efficace quando si affida a una metafora elementare.





