7) Hereditary

Nel 2018, Ari Aster arriva al cinema con un esordio che non passa inosservato. Al centro c’è la famiglia Graham, che dopo la morte della nonna Ellen si ritrova lentamente risucchiata in una spirale di eventi sempre più inquietanti. Quello che all’inizio sembra un lutto difficile da elaborare si trasforma presto in qualcosa di molto più oscuro, fatto di segreti nascosti per anni e presenze che non si lasciano spiegare facilmente. Quando un’altra tragedia colpisce la famiglia, ogni equilibrio salta.
Aster usa il lutto e la fragilità mentale come se fossero un’eredità inevitabile, qualcosa che si trasmette e da cui non ci si libera. Nei Graham non c’è vera possibilità di scelta. Ogni tentativo di reagire sembra solo peggiorare le cose, come se il destino fosse già scritto e aspettasse solo di compiersi. Il film procede con calma, senza fretta, costruendo tensione scena dopo scena fino a un finale che non concede vie d’uscita.
Ciò che rende Hereditary così distante dall’horror tradizionale è il modo in cui gestisce questa transizione. Non c’è un punto preciso in cui il film “diventa” horror e per capirlo dove vederlo.
Non è mai del tutto chiaro se ciò che accade sia reale o filtrato dalla mente dei personaggi, ed è proprio questa ambiguità a rendere il tutto più disturbante. Le miniature create da Annie, ad esempio, non sono solo un dettaglio estetico: diventano una specie di riflesso della sua vita, piccoli mondi in cui tutto è controllabile—al contrario della realtà, che le sfugge continuamente.
Inoltre, il film rifiuta il concetto di controllo. I personaggi non sono mai davvero in grado di comprendere o contrastare ciò che accade. L’orrore non deriva da una minaccia esterna, ma da qualcosa di radicato nella famiglia stessa. Hereditary rompe le regole perché non offre consolazione.






