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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Cosa resta di un uomo quando gli portano via la faccia, il lavoro e tutto ciò che lo teneva in piedi? Clayface prova a rispondere, e lo fa con le mani sporche di fango e di sangue. Diciamolo subito: è uno dei cinecomic più coraggiosi degli ultimi anni, e a noi è piaciuto parecchio. Uscito il 22 ottobre, nelle sale italiane con Warner Bros., il film di James Watkins è il terzo capitolo del nuovo DC Universe guidato da James Gunn e Peter Safran. Ma dimenticate mantelli, voli sopra la città e salvataggi all’ultimo secondo.
Qui siamo dalle parti del body horror, del noir e della tragedia classica. È la storia di un uomo che non nasce cattivo: lo diventa, un pezzo alla volta, come l’argilla che si deforma sotto mani sbagliate. E il bello è che, per buona parte del film, ci siamo ritrovati a fare il tifo per lui. Se la nuova DC cercava un’identità diversa da quella della concorrenza, con Clayface l’ha trovata, e se l’è modellata con le proprie mani: una nuova onda, più adulta, più sporca e decisamente più disturbante.
La trama di Clayface (senza spoiler)
Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un ragazzo cresciuto per le strade di Gotham che ce l’ha fatta: è diventato un attore di Hollywood, a un passo dal grande salto. Poi tutto crolla. Un boss del crimine locale lo lascia orribilmente sfigurato, e con il volto se ne va anche la carriera. Abbandonato dal suo entourage e senza più nulla in mano, Matt si affida a un trattamento sperimentale all’avanguardia, legato alla dottoressa Caitlin Bates (Naomi Ackie).
Il miracolo funziona: il volto torna, liscio e malleabile come creta fresca. Ma il prezzo è altissimo, perché la cura intacca la sua presa sulla realtà e lo trascina in una spirale di vendetta sempre più distruttiva. Nel frattempo, un detective di Gotham (Max Minghella) comincia a seguire le tracce di quello che sta succedendo. Il resto lo lasciamo scoprire a voi in sala. Per chi se lo chiede: non c’è una scena post-credit, il film si chiude con la fine della storia principale.
Matt Hagen: un cattivo che non è cattivo, ma lo diventa
Il vero colpo di genio di Clayface è il punto di vista. Il film non ci presenta un villain da odiare, ma una vittima a cui il mondo ha tolto tutto: il volto, il lavoro, le persone intorno. La sua rabbia non arriva dal nulla. La vediamo nascere, crescere e prendere forma scena dopo scena, come una statua scolpita a colpi di torti subiti. È la lezione dei grandi mostri del cinema, da Frankenstein al Fantasma dell’Opera: il mostro è spesso lo specchio di chi lo ha creato. E infatti, per un buon tratto del film, eravamo dalla parte di Matt. Capivamo la sua furia, quasi la giustificavamo. Poi arriva il momento in cui la linea si sposta, e lo spettatore si ritrova a fare i conti con la propria empatia.
Per questo Matt Hagen è, a tutti gli effetti, un antieroe. Non un cattivo da manuale, ma un uomo spezzato che sceglie la strada sbagliata per motivi che comprendiamo fin troppo bene. Un personaggio fantastico, rabbioso, tragico, impastato con la stessa materia delle sue ferite: il tipo di villain che resta in testa anche a luci accese. Non è un caso che lo sceneggiatore Mike Flanagan abbia indicato come ispirazione Batman: The Animated Series, dove Matt Hagen era già un attore in declino. Il film ne raccoglie lo spirito noir e lo porta su un terreno molto più adulto.
Clayface nel DC Universe: dove si colloca il film
Clayface è il terzo film del nuovo DC Universe dopo Superman e Supergirl, e fa parte di Chapter One: Gods and Monsters, il primo grande ciclo narrativo voluto da James Gunn e Peter Safran. Mai titolo fu più azzeccato: se Superman era il dio, Matt Hagen è senza dubbio il mostro. Curiosamente, pur uscendo dopo, la storia è ambientata prima degli eventi di Superman, e questo permette al film di vivere quasi in autonomia.
Non serve quindi aver visto gli altri capitoli per goderselo: il film è costruito come un racconto autonomo e un cast in gran parte originale. Chi conosce l’universo, però, ricorderà che il personaggio aveva già fatto capolino nella serie animata Creature Commandos. Ed è proprio questa la scommessa più interessante della nuova DC: un mondo condiviso in cui ogni tassello può cambiare genere, tono e perfino pelle, come l’argilla di cui è fatto il suo protagonista.
Regia e body horror: la nuova onda della DC
James Watkins, già regista di The Woman in Black, porta nel DC Universe la sua mano da autore horror. Gotham qui non è una città da cartolina gotica: è un luogo malato, viscido, dove il dolore si vede sulla pelle e ogni volto sembra sul punto di colare via. La sceneggiatura di Flanagan e Hossein Amini tiene insieme thriller, dramma psicologico e orrore fisico senza mai sbandare troppo.
Il risultato è un cinecomic che guarda più a Cronenberg che ai classici film di supereroi. Ed è proprio questa la nuova onda della DC: personaggi secondari che diventano protagonisti, generi che si mescolano, il coraggio di non piacere a tutti.
Avvertenza per gli stomaci delicati
Consiglio da fifona ipocondriaca: alcune scene sono un pochino troppo per chi è sensibile alla chirurgia e al sangue. Le sequenze legate al volto sfigurato e al trattamento medico sono esplicite e non poche. Negli Stati Uniti il film è vietato ai minori non accompagnatiproprio per violenza sanguinosa e gore. Se a vedere un ago vi gira la testa, siete avvisati: tenete gli occhi socchiusi nei momenti giusti (come ho fatto io!)
Verdetto: Clayface vale il biglietto?
Sì, senza troppi dubbi. L’argilla non ha una forma sua: prende quella che le danno le mani che la toccano. Ed è questo il cuore di Clayface. Matt Hagen non sceglie di diventare un mostro, sono la violenza di Gotham e una cura troppo bella per essere vera a modellarlo. James Watkins costruisce il film come una scultura al contrario: ogni scena toglie qualcosa, il volto, la carriera, la lucidità. E noi restiamo lì, complici scomodi, finché la linea si sposta e la nostra empatia comincia a pesare. È la lezione dei grandi mostri del cinema classico, da Frankenstein all’Elephant Man, figure che facevano paura e pena insieme, riletta con la crudezza del body horror contemporaneo.
Non è un film perfetto: alcune sequenze chirurgiche spingono così tanto sul sangue che gli spettatori più sensibili rischiano di distogliere lo sguardo proprio quando il film ha più da dire. Ma è proprio il suo coraggio a renderlo prezioso. In mezzo a tanti cinecomic levigati fino a sembrare tutti uguali, Clayface sceglie di sporcarsi le mani e mostra che la nuova DC può essere più adulta e più scura.
Tom Rhys Harries regala un antieroe che difficilmente dimenticheremo, e il film ci lascia con una verità semplice e scomoda: i mostri, quasi sempre, non nascono. Si modellano.







