Vai al contenuto
Home » Dr.House » Dr. House non è la serie che credono tutti

Dr. House non è la serie che credono tutti

A chi non è mai capitato di guardare un episodio di Dr. House? Per quei pochi che ancora non lo sanno, la struttura delle puntate è più o meno sempre la stessa: il dottor Gregory House, un genio della medicina con una lunghissima lista di problemi personali e sociali irrisolti, si trova davanti a un caso di quasi impossibile risoluzione. Dopo un’infinita serie di peripezie, di tentativi andati a vuoto e diagnosi che sembrano giuste ma poi si rivelano sbagliate (e nelle quali c’è spesso di mezzo il lupus), arriva alla risoluzione del caso proprio sul più bello, quando ormai il paziente è più vicino alla morte che alla vita, e nella stragrande maggioranza dei casi il malcapitato in questione dopo una cura più o meno banale riprende la sua tranquilla esistenza. Raccontata così potrebbe essere un qualunque medical drama senza né capo né coda, ma non lo è: Dr. House è molto – ma molto – di più.

Personaggi complessi e relazioni profonde

Fin dalla prima puntata della serie si capisce benissimo che il racconto delle vicende che si susseguono tra le mura del Princeton-Plainsboro Teaching Hospital non è quello di un medical drama qualunque, e che il protagonista, interpretato da un magistrale Hugh Laurie, è il fulcro di una storia che ha tutte le potenzialità di diventare un vero e proprio cult. E infatti così è stato. House non è il classico medico alla Grey’s Anatomy che cerca di instaurare un rapporto con i pazienti e ogni giorno va al lavoro sapendo che salvare vite è la sua missione: è un uomo menefreghista, arrogante e tanto più contento quanto meno ha a che fare con colleghi e pazienti. La sua saccenteria lo precede, e in ogni episodio si rivela sempre più saccente ma anche sempre più geniale, cosa che lo pone in quel perenne bilico tra l’essere detestato da chi gli sta intorno per i suoi comportamenti e l’essere ammirato per le sue incredibili capacità.

Sono poche le persone che riescono a stare attorno a un tipo come lui senza impazzire. Il primo è ovviamente James Wilson, suo migliore – nonché unico – amico dal carattere diametralmente opposto al suo. Il rapporto di amicizia tra Wilson e House è probabilmente tra i più belli della serialità, con il primo che cerca costantemente di rendere il secondo più umano, e il secondo che per tutta risposta continua a provocare e tendere trappole al suo amico (la storia del bambino a cui fa fingere di essere suo figlio è di una bellezza unica). Ma per un personaggio come quello di Hugh Laurie, che per quanto geniale nella sua professione non ha idea di come si portino avanti rapporti umani sani, questo suo modo di fare è indicativo del grande affetto che prova. E una dinamica simile, pur se con le sue ovvie differenze, è quella che si instaura con Lisa Cuddy, direttrice sanitaria dell’ospedale. Quello con la Cuddy è un rapporto di reciproco odio/amore fondato sicuramente su una grande stima professionale, ma anche sul fatto che entrambi vedono l’uno nell’altra ciò che gli altri non sono in grado di percepire in loro: la Cuddy vede nel collega la sensibilità che lui non vuole mostrare al mondo; lui vede in lei le fragilità di una persona che nasconde costantemente la voglia di avere una vita al di fuori delle mura dell’ospedale.

dr. house
Hugh Laurie (640×360)

E poi ci sono, ovviamente, le relazioni che Gregory House intesse con la sua squadra, composta da medici diversi nelle specializzazioni e nell’animo, ma tutti molto più simili alla concezione tradizionale che abbiamo di un dottore rispetto all’assoluto protagonista della serie. Nelle prime stagioni ci sono in particolare Chase, spesso considerato un voltagabbana, la più sensibile ed etica Cameron, affascinata dal suo capo a tal punto da innamorarsene, e Foreman, forse quello che gli somiglia di più e che proprio per questo è quasi ossessionato dall’idea di non voler diventare come lui. A partire dalla quarta stagione arrivano poi altri collaboratori che vanno a integrare un team che si riempie e si svuota periodicamente, la maggior parte delle volte proprio perché lavorare insieme a Gregory House non è facile. Eppure, per quanto complesso sia, per tutti coloro che ci passano il reparto di medicina diagnostica è un’esperienza che cambia la vita.

Un medical drama con una vera narrazione orizzontale

Partendo da questi presupposti, Dr. House non ha mai bisogno di essere il classico medical drama nel quale tutti devono avere una storia d’amore con tutti per creare delle dinamiche che abbiano un minimo di interesse. È a partire dalla tridimensionalità dei personaggi che prendono vita le loro storyline, non dal bisogno di fargli fare per forza qualcosa o farli innamorare per forza di qualcuno. E tutti hanno una loro evoluzione caso dopo caso, puntata dopo puntata.

Dr. House
Hugh Laurie e Lisa Edelstein (640×389)

Se i medical drama – così come le serie poliziesche – corrono un grande rischio, si tratta certamente di cadere in racconti banali ed eccessivamente verticali. Le vicende che si pongono al centro di ogni episodio, in questo caso i tentativi di scoprire quale strana malattia si cela dietro il malessere del paziente di turno, sono tendenzialmente autoconclusive, e nella stragrande maggioranza dei casi non vanno oltre i titoli di coda dell’episodio stesso. Le storie dei protagonisti della serie si sviluppano accanto a quelle dei pazienti, tra una visita e un esame, e potrebbero facilmente cadere nella banalità, nella difficoltà che si riscontra quando si devono far convivere con le storyline di personaggi che invece entrano ed escono di scena nel giro di quaranta minuti. Eppure, per quanto il buon proposito di sviluppare narrazioni orizzontali – che continuano per tutta la stagione e una stagione dopo l’altra – fosse messo in pericolo dall’essenza stessa del medical drama, non è mai stato disatteso.

Il Dr. House che incontriamo all’inizio non è lo stesso che lasciamo alla fine della serie

Il personaggio di Hugh Laurie non è uno di quelli che si lasciano trasportare dalle vicende della vita, non è pronto al cambiamento né tantomeno all’idea di potersi migliorare. È un uomo difficile che dopo il problema alla gamba e a causa della gravissima dipendenza da Vicodin che sviluppa diventa impossibile; eppure è anche un uomo geniale che sa di essere tale, e che non vuole rinunciare a questa sua caratteristica per niente al mondo. Il cambiamento a volte gli sembra veleno. Eppure, per quanto con estrema difficoltà e a volte senza nemmeno rendersi conto dei suoi tentativi, nel corso delle stagioni Gregory House cambia, si apre alle persone e viene a patti col fatto che, in quanto essere umano, anche lui è soggetto a provare dolore, rimorsi o sensi di colpa. E a sbagliare.

Hugh Laurie (640×360)

House si innamora e comincia una relazione con la Cuddy, un rapporto che sarebbe riduttivo definire fallimentare ma che comunque gli offre una nuova prospettiva. Nel tempo si rende conto dell’importanza del suo legame con Wilson, un rapporto che in numerose occasioni si incrina, è lì lì per rompersi ma non lo fa mai, perché va oltre tutto e tutti. E il finale di serie lo dimostra per l’ultima volta con la sua messinscena più grande, un comportamento davvero degno di lui. Il personaggio ha uno sviluppo poco chiaro, poco lineare, lento e con dei dietrofront di non poco conto. Ma pur non arrivando mai a essere totalmente diverso rispetto alla partenza, termina la serie come versione Beta di se stesso, più consapevole di chi è e di ciò a cui vuole dare importanza nella vita.

Ma le otto stagioni di questo straordinario medical drama, lungi dal dare spazio solo al protagonista, fanno proprie anche le storyline degli altri personaggi, pronti a tessere percorsi di vita che non sempre hanno a che fare con lui, ma che lui in qualche modo influenza. La Cuddy si dà l’opportunità di diventare madre, Chase matura, Cameron diventa più realista, Tredici impara ad affrontare il suo destino e la sua malattia. Ognuno di loro ha il tempo di sviluppare il proprio percorso, di fare le scelte giuste e di compiere errori madornali. E, arrivati all’ultimo episodio dell’ultima stagione, nessuno è esattamente chi era nel pilot o nel proprio primo episodio.

E allora forse guardare Dr. House significa guardare una serie diversa da quella che molti pensano e da quella che avrebbe rischiato di essere se fosse stata gestita diversamente. Significa immergersi in storie complesse vissute da personaggi tridimensionali, in narrazioni che li rendono delle vere e proprie persone a tutto tondo. Significa rivedersi in queste persone e rendersi conto della varietà che la vita offre. E anche del fatto che, alla fine, non è sempre il lupus.