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Disincanto ci ha veramente incantati?

Disincanto

Poco più di un anno fa, il 17 Agosto 2019, Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma i primi 10 episodi della serie animata Disincanto, prodotto per adulti che non ha mancato di destare forti critiche da parte degli affezionati di Matt Groening. Quest’ultimo infatti, creatore della serie, conosciuto grazie ai suoi cavalli di battaglia ‘I Simpson’ e ‘Futurama’, è stato messo in discussione sulla base di un prodotto che, al di là dell’animazione, sembrerebbe essere ben lontano dall’intelligente acume dei Simpson e dall’ironico cinismo di Futurama. “Matt Groening mi ha deluso”, “La serie non ha rispettato le mie aspettative” e “Nulla di vicino al suo passato”. Ai critici della serie sembra che il risultato finale non abbia coinvolto come le serie caratterizzanti del percorso dell’autore. Perché? Perché, cari spettatori, il prodotto è semplicemente differente. L’errore di mettere a confronto esperimenti diversi, pensando che si possano ottenere gli stessi risultati, è decisamente fuori luogo laddove stiamo parlando di un ambiente creativo ed eclettico come quello della produzione televisiva. Gli scrittori non sono automi e non vivono dei loro stessi stereotipi. Il voto medio della serie, a causa di incomprensioni di questo genere, è stato infatti negativo: si è tenuto veramente conto dell’obiettivo della serie? Magari essa voleva semplicemente gustare lo spettatore di una continuità narrativa che “I Simpson” e “Futurama” hanno in una percentuale più ristretta e più liquida all’interno di puntate decisamente autonome. Serve una critica più distante dai già avviati successi di Groening, perché un inventore viene capitanato tale solo se capace di muoversi attraverso nuove combinazioni. La serie infatti vuole essere una sperimentazione di genere storico/fantasy, diversa dal mondo fantascientifico di Futurama o dalla commedia esilarante dei Simpson, senza però privarsi di vestire elfo con gli stessi colori di Bart e di caratterizzare Bean con la stessa audacia di Lela.

Fruendo del contenuto ci è stata presentata la storia di una principessa decisamente fuori dai modelli convenzionali conosciuti: Bean abita a Dreamland e non si nasconde dal bere grandi quantitativi di birra, ruttare pubblicamente e vestirsi in maniera del tutto trasandata, senza fiori e gioielli sfarzosi. Lei è una ragazza coraggiosa e grottesca, ed è la prima protagonista femminile principesca ad essere continuamente accompagnata dalla rappresentazione dei vizi e delle mancate virtù, il suo demone personale, Lucy. Il forte desiderio di libertà dalla vita di corte e la continua trasgressione sono i temi dominanti della serie, che si muove attraverso diverse avventure funzionali ad una vera evasione dal matrimonio combinato che il padre di Bear ha ordinato. La storia però è abbracciata anche da una forte nostalgia, che vede Bear continuamente malinconica a causa di una madre che non ha più vicino a sé. Il tutto all’interno di una scenografia medievale, fatta di castelli, gare cavalleresche, strane contaminazioni e mondi magici. La storyline non manca poi di alternare allo humour legato a fatti in piena linea con il medioevo, a quello squisitamente anacronistico che fa riferimento alla cultura moderna, allontanandosi dal contesto retrogrado in cui i personaggi si muovono.

The Hollywood Reporter ha descritto la serie come “un episodio allungato di La paura fa novanta”, per cui “niente affatto divertente”, “una diversione con occasionali risate in cui nessun episodio esclama “Ecco, questa è la serie speciale che disincanto vuole essere”. Al contrario, a sostenere la serie abbiamo invece Forbes, una rivista statunitense, che la definì una serie “affascinante, unica ed eccellente”. Senz’altro è discutibile quanto le puntate siano più o meno scorrevoli, probabilmente più plot point nel corso delle prime puntate avrebbero fatto zittire critiche affrettate, ma dobbiamo sempre tener conto che stiamo parlando della prima stagione, che deve ancora vedere un suo vero slancio verso la seconda e che pretende l’attesa del suo sviluppo.

Il prodotto è ricco di quei riferimenti che solo Groening è capace di inserire in maniera sottile: Il trono de ‘Il Trono di Spade’ nel primo episodio (che non è l’unico riferimento a Game of Thrones, in Disincanto, ne abbiamo riportati 7 in questo articolo), i continui contenuti surreali dei cartelli segnaletici come “ragazze represse dal vivo” o “State entrando nella foresta incantata: attenti all’antilope razzista”, la parrucca di Fry nel salone di bellezza e la ragazza immaginaria di Lucy, decritta come “una ragazza super sexy, con un occhio solo e i parenti morti”. La serie televisiva ha di fatto quel gusto proprio di Futurama e dei Simpson, ma lo fa contestualizzandosi all’interno di un contesto più difficile e chiuso a contenuti espliciti, ovvero quello Medioevale. Disincanto pretende di essere vista in binge-watching,ovvero un episodio dopo l’altro, perché provvista di una macrostoria di base che fa da contorno alle piccole cornici autosufficienti e finite di ogni puntata. La struttura per cui è totalmente diversa rispetto ai già citati risultati dell’autore, motivo per cui ha bisogno di una lettura adatta. È una serie che vuole serializzare il classico spettatore abituato alla puntata nel corso dell’ora di pranzo e ci riesce con tutti i meriti! Di fatto le puntate risultano più lunghe, perché cariche di più cornici narrative da illustrare e che non riescono ad essere liquidate nei classici 20 minuti.

La serie non va criticata così aspramente: necessita della sua possibilità, che molti hanno rivalutato alla luce degli ultimi tre episodi, determinanti allo scioglimento della trama e che vedono Bean alle prese con una difficile scelta da prendere. La chiave per una buona serie tv sta anche nel saper usare adeguatamente la tecnica del Cliffhanger, e proprio a conclusione della stagione, questa è stata sapientemente usata. Denotando la grande maestria, già nota, di uno scrittore che, in verità, non si è mai smentito.

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