Vai al contenuto
Home » Desperate Housewives » I 10 personaggi più inquietanti di Desperate Housewives

I 10 personaggi più inquietanti di Desperate Housewives

Desperate Housewives

7) Carolyn Bigsby incarna l’attimo in cui la mente cede

Carolyn Bigsby in Desperate Housewives (Wiksteria Lane - Fandom)

Tra le molte raffigurazioni di turbamento che attraversano Desperate Housewives, Carolyn Bigsby rappresenta forse la più improvvisa e destabilizzante. Non perché il suo gesto sia il più efferato in senso assoluto, ma perché arriva come una frattura improvvisa nella quotidianità più banale. Carolyn non è una presenza misteriosa che aleggia sul quartiere né una figura ambigua da decifrare lentamente. Lei è una donna qualunque, una cliente abituale del supermercato, una moglie tradita che fino a quel momento sembrava appartenere al paesaggio ordinario della periferia americana. Ed è proprio questa normalità a rendere ciò che accade ancora più sconvolgente. Con Carolyn, la serie ci ricorda che il crollo psicologico non sempre dà segnali premonitori.

Alle volte esplode tutto in un istante, senza che nessuno abbia davvero capito quanto fosse fragile l’equilibrio. Il tradimento del marito Harvey è la crepa iniziale, ma ridurre la sua follia a una semplice reazione di gelosia sarebbe limitante. Quello che vediamo è piuttosto il collasso di un’identità costruita attorno a una vita coniugale che Carolyn credeva stabile. Quando quella certezza si sgretola, non perde soltanto il marito, ma anche il ruolo attraverso cui definiva se stessa. In termini psicologici, è una disintegrazione del senso di controllo: Carolyn non riesce a integrare il dolore nella propria narrazione personale e finisce per sostituire la realtà con una versione ossessiva, in cui tutti diventano potenziali responsabili della sua umiliazione.


La moglie tradita passa all’azione

Carolyn entra nel supermercato armata e apre il fuoco, uccidendo Nora Huntington e ferendo diverse persone prima di prendere in ostaggio clienti e dipendenti. In pochi minuti, uno spazio quotidiano di routine, si trasforma in un teatro di terrore. Ma ciò che rende la scena ancora più d’effetto è la lucidità intermittente con cui Carolyn agisce. Pertanto, non è completamente dissociata dalla realtà. Alterna momenti di rabbia incontrollata a lampi di ragionamento quasi freddo. Parla, accusa, pretende spiegazioni, come se quella violenza fosse l’unico linguaggio rimasto per reclamare attenzione. In questa oscillazione, la mente non si spegne all’improvviso, ma smette gradualmente di filtrare gli impulsi più distruttivi. E la sua ossessione per Bree, che ritiene responsabile di averle rivelato l’infedeltà del marito, è particolarmente significativa.

Carolyn ha bisogno di un bersaglio chiaro, di qualcuno su cui concentrare il caos emotivo che la sta travolgendo. Ovviamente, quando il dolore è troppo grande per essere contenuto, la mente cerca un colpevole esterno per non implodere. In questa ricerca disperata di senso, le persone smettono di essere individui e diventano simboli del torto subito. Guardandola, lo spettatore è costretto a confrontarsi con una domanda inquietante: quanto è sottile il confine tra sofferenza e distruzione in Desperate Housewives? Ma momento in cui la situazione precipita definitivamente mostra anche un altro aspetto fondamentale: Carolyn non ha un vero piano di fuga, né un progetto coerente. Questa assenza di prospettiva rende la sua violenza ancora più conturbante, perché non c’è calcolo, solo un dolore che ha superato la soglia del contenibile.

8) Felicia Tilman è il potere dello sguardo in Desperate Housewives

Felicia Tilman (Seriously)

Se esiste un personaggio capace di dimostrare quanto la vendetta possa trasformarsi in un vero e proprio progetto di vita, quello è Felicia Tilman. Fin dal suo arrivo a Wisteria Lane, Felicia non dà mai l’impressione di essere una semplice comprimaria del mistero principale. La sua presenza è troppo vigile, il suo sguardo troppo attento, la sua intelligenza troppo affilata per passare inosservata. E in un quartiere costruito sulla discrezione e sulle mezze verità, chi osserva troppo diventa inevitabilmente una figura destabilizzante. Il motore della sua ossessione è la morte della sorella Martha Huber. A differenza di molti personaggi che elaborano un al lutto, Felicia non sceglie la strada della consolazione, ma delle risposte. E quando intuisce che Paul Young potrebbe essere coinvolto, la sua vita smette di procedere lungo un binario ordinario per imboccare una traiettoria rigidissima, quasi monastica, fatta di attesa, studio e pianificazione.

Dal punto di vista psicologico, ciò che la rende così silenziosamente turbolenta è la sua straordinaria capacità di controllo. Felicia non agisce mai in preda all’emotività, ma al contrario, sembra nutrirsi della propria pazienza. È il tipo di persona che può sorridere mentre raccoglie informazioni, che sa insinuarsi nella vita altrui senza dare l’impressione di invadere. Questa calma non rassicura e, anzi, disorienta. Le azioni che compie nel corso della serie segnano un crescendo di freddezza che ha pochi eguali. Quindi, convinta della colpevolezza di Paul, arriva a mettere in scena la propria morte pur di incastrarlo: si taglia un dito, lo lascia come prova e sparisce, costruendo una trappola investigativa di impressionante lucidità. Così, il corpo diventa uno strumento narrativo, una pedina in una strategia più ampia.

Per Felicia il fine giustifica qualsiasi mezzo

Anche quando lei viene smascherata, non appare pentita, semmai infastidita dal fatto che il piano non abbia funzionato alla perfezione. È una caratteristica tipica delle personalità più ossessive, in quanto l’errore non viene vissuto come colpa, ma come imperfezione tecnica. Il rapporto con la figlia Beth aggiunge un ulteriore livello di nevrosi. Felicia non esita a coinvolgerla nella propria crociata, spingendola ad avvicinarsi a Paul sotto falsa identità per distruggerlo dall’interno. È una dinamica agghiacciante, perché trasforma il legame materno in uno strumento di vendetta.

Dove ci si aspetterebbe protezione, troviamo manipolazione. Laddove dovrebbe esserci amore incondizionato, emerge una logica utilitaristica. Felicia non costringe Beth con la violenza, ma la plasma lentamente, facendo leva sul senso del dovere e sulla lealtà familiare. E ciò che colpisce maggiormente, però, è la sua incrollabile coerenza. Felicia non sembra mai stanca della propria ossessione, non mostra cedimenti, non cerca una via d’uscita. In questo senso, incarna una delle idee più cupe esplorate da Desperate Housewives, ovvero che l’odio, se coltivato abbastanza a lungo, può offrire un senso di scopo persino più solido dell’amore.

Pagine: 1 2 3 4 5 6