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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Ma voi avete mai sentito parlare di Cooper’s Bar?
Con ogni probabilità, no. E non perché sia una serie dimenticata tra le pagine ingiallite dell’archeologia televisiva, affatto: è una webserie di pochissimi anni fa, distribuita prima sul web attraverso piattaforme e social e poi su AMC, con la seconda stagione, nel corso del 2023.
Tre anni fa, in sostanza. E ci sta: con tutte le serie che escono settimanalmente, ci sta perdere qualcosa per strada. Eppure ci sta solo fino a un certo punto: la prima stagione di Cooper’s Bar, d’altronde, ottenne qualcosa come quattro milioni di visualizzazioni complessive, almeno secondo i dati aggregati da AMC tra AMC+, sito ufficiale, VOD e piattaforme social. Non proprio irrilevanti, soprattutto per un progetto così piccolo e atipico.
Arriviamo poi ai punti più interessanti.
Una delle anime del progetto, infatti, è Rhea Seehorn, un’attrice che non dovrebbe avere bisogno di grandi presentazioni. Non è propriamente la protagonista assoluta della serie – quel ruolo spetta soprattutto a Louis Mustillo e al suo Cooper Marino – ma è molto più di un semplice volto di punta.
Sviluppò il progetto insieme allo stesso Mustillo, fu produttrice esecutiva, interprete e persino regista di alcuni episodi di Cooper’s Bar.
Il progetto andò bene, molto bene. E le valse una sorprendente candidatura agli Emmy.
Avete capito bene: la prima volta in cui gli Emmy si accorsero di Rhea Seehorn, lo fecero contemporaneamente per Kim Wexler e per una minuscola webserie di cui oggi quasi nessuno ricorda l’esistenza. La seconda candidatura per Better Call Saul sarebbe arrivata soltanto l’anno successivo, mentre la vittoria è poi arrivata (finalmente) nel 2026: il talento di un’attrice del genere, d’altronde, non si poteva proprio continuare a ignorare dopo la performance memorabile nella prima stagione di Pluribus.
Mentre stavo preparando un articolo in cui ho celebrato questa bellissima vittoria, mi ha stranito non poco trovare questo aneddoto improvviso.
Rhea Seehorn, grazie a Kris Latimer, il personaggio interpretato in Cooper’s Bar, fu infatti candidata come miglior attrice in una serie comedy o drama in formato breve. Per questa serie, fino a quel momento ignota. Mai sentita nominare, pur occupandomi quotidianamente di serie tv da oltre dieci anni.
“Devo approfondire”, mi sono detto a quel punto. “Cosa diavolo sarà mai Cooper’s Bar”, ho pensato. Ma soprattutto: perché è sparita nel nulla senza lasciare alcuna traccia di sé in Italia, dopo aver portato Rhea Seehorn agli Emmy?
Forse, dietro, c’è una bella storia da raccontare.
Ed eccola, allora, la storia di Cooper’s Bar.
Il progetto nasce all’interno di una cornice piuttosto particolare: AMC, grande protagonista della serialità con titoli del calibro di The Walking Dead, Mad Men, la già citata Better Call Saul e, ovviamente, Breaking Bad, porta avanti in parallelo, nei primi anni Venti del Duemila, alcuni progetti destinati a YouTube, AMC+ e social di larga diffusione come Facebook e Instagram.
L’obiettivo è valorizzare ulteriormente le star dei suoi progetti televisivi principali, mostrandole però al pubblico sotto una veste differente in un contesto non direttamente collegato alla serie di riferimento.
Per intenderci: Cooper’s Bar mostra Rhea Seehorn, in quegli anni popolarissima grazie a Kim Wexler nelle ultime stagioni di Better Call Saul, all’interno di una cornice prettamente comedy. Lo fa all’interno di episodi brevissimi, almeno nella prima stagione: il miniciclo d’apertura è composto da sei puntate da dieci minuti circa.
Il plot è piuttosto essenziale, ma convincente.

Rhea Seehorn interpreta Kris Latimer, una spietata dirigente televisiva di Hollywood che un giorno capita quasi per caso nel tiki bar di Cooper Marino. Per Cooper, attore caratterista con una lunga esperienza alle spalle e la grande occasione ancora da cogliere, è come vedere Hollywood materializzarsi nel cortile di casa: perché non provare a convincerla che proprio quel bar potrebbe diventare una serie televisiva?
Cooper’s Bar è questo, di base. Ed è interessante notare come Rhea Seehorn interpreti sì un personaggio molto diverso rispetto a quelli a cui ci ha abituati sul piccolo schermo, mentre Louis Mustillo, l’interprete del caratterista proprietario del bar – letteralmente – di casa sua, presenti alcune affinità con la sua maschera televisiva. Cooper Marino non è Louis Mustillo, ma entrambi sono attori caratteristi, entrambi hanno trascorso una carriera lontano dal centro assoluto della scena e, soprattutto, il bar di Cooper è davvero il bar di Mustillo. La serie prende quindi un pezzo della vita reale del suo interprete, lo deforma e lo trasforma nella propria premessa narrativa.
Cooper’s Bar è un progetto chiaramente low budget che nasce dalla connessione tra Mustillo e Seehorn. E a dirla tutta, viene spontaneo intravedere un suggestivo gioco meta tra parte della trama e quello che sarebbe poi successo alla serie stessa: il buon riscontro della prima stagione, accompagnato dalla candidatura agli Emmy di Rhea Seehorn, convinse infatti AMC a investire nuovamente nel progetto con una seconda stagione più tradizionale.
Una coincidenza curiosa, se si pensa che Cooper’s Bar raccontasse proprio la storia di un piccolo progetto che attirava improvvisamente le attenzioni dell’industria televisiva.
Nel 2023 Cooper’s Bar cambia così pelle: AMC e IFC ripropongono inizialmente il materiale short-form che aveva dato origine al progetto e lo accompagnano con quattro nuovi episodi decisamente più lunghi, vicini al formato tradizionale della sitcom. Aumentano le ambizioni, arrivano guest star importanti e, a proposito di volti noti mostrati sotto una luce diversa, compare persino Patrick Fabian, l’indimenticato Howard Hamlin di Better Call Saul.
Per qualche tempo, insomma, Cooper’s Bar sembrò aver trovato una dimensione tutta sua: nata come piccolissimo esperimento digitale, aveva raccolto milioni di visualizzazioni aggregate, portato Rhea Seehorn agli Emmy e convinto AMC a investire in una seconda incarnazione più ambiziosa.
Poi, però, qualcosa si interrompe.
Dopo il successo della prima stagione, ottenuto grazie ai dati aggregati delle varie piattaforme, la seconda è rimasta sospesa in un limbo in cui è stata ignorata dai più al punto da rendere persino improprio definirla dimenticata.
Essere dimenticati implica l’idea che qualcuno ti avesse conosciuto in precedenza, mentre in questo caso si parla di una serie che di fatto è scomparsa nel nulla senza lasciare testimonianze durature.
Non le valutazioni sul web, senza ombra di dubbio: Cooper’s Bar è un fantasma di cui rimangono timidissimi riferimenti su aggregatori come Rotten Tomatoes o IMDb. In Italia, invece, sembra pressoché introvabile.
Rimane una singola traccia vera, una: Rhea Seehorn che, dopo esser stata snobbata da anni nei panni di Kim Wexler, rischiò di vincere un Emmy con una webserie che nessuno, o quasi, conosce.
Insomma, è una storia molto interessante, a suo modo unica, attraverso cui abbiamo acceso i riflettori su una webserie ignorata con risvolti piuttosto incredibili. Una storia finita, o forse no: non è mai stata cancellata ufficialmente, ma non se ne sente parlare da tre anni.
Sospesa nel limbo dell’anonimato che racchiude il suo stesso destino, Cooper’s Bar rimane così una storia dalla conclusione incompiuta. Un cerchio che sembra chiudersi perfettamente. Senza chiudersi. Ma con un Emmy sfiorato.
Che strano.
Antonio Casu

