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L’ispettore Coliandro è una delle cose più geniali mai create dalla televisione italiana

Piano bambina, perché questo non è un film!

No, Ispettore Coliandro, lei ha ragione: questo non è un film. Piuttosto, una serie televisiva tutta italiana che dal 2006, a suon di pochi episodi stagionali – e nemmeno tutti gli anni, purtroppo – allieta le nostre serate di amanti seriali.
Le vicende di uno degli ispettori di polizia più amato dagli italiani ha una particolare genesi. Una genesi che potrebbe apparire incomprensibile per chi non conosce il mondo della televisione ma che in realtà appare molto italiana, come direbbe Stanis La Rochelle di Boris.
In breve, un dirigente RAI lesse Il giorno del lupo, romanzo pubblicato nel 1994. Prese il telefono e chiamò l’autore, Carlo Lucarelli. Gli fece i complimenti e gli propose di realizzarne un adattamento televisivo, un film per la TV. La creazione fu piuttosto rapida. Lucarelli lavorò in coppia con Giampiero Rigosi (Distretto di Polizia e Notturno Bus) e consegnò la sceneggiatura ai registi, i Manetti Bros.
Le riprese vennero effettuate senza particolari intoppi e alla rete il prodotto piacque, tanto da ordinarne altri tre episodi. Quando, nel 2004, la prima stagione era ormai confezionata e già venduta all’estero la RAI decise di rimandarne la messa in onda a data da destinarsi. E quando nel 2006 finalmente si decisero a trasmetterlo L’ispettore Coliandro venne inserito nel palinsesto estivo, ad agosto, quando praticamente nessuno guarda la televisione. Forse con la speranza che il prodotto passasse in secondo o addirittura terzo piano.
E invece… Il personaggio creato da Lucarelli ebbe un successo inaspettatamente strepitoso tanto da indurre la RAI a progettare una seconda e una terza stagione.

Nel 2009 la dirigenza RAI ci riprovò cancellando la produzione della quarta stagione adducendo a un problema di budget ma dovettero fare retromarcia a causa della forte protesta del pubblico. Vennero così mandati in onda soltanto i due episodi già prodotti in coda alla terza. Secondo voci di corridoio non si trattò di un problema di soldi quanto, piuttosto, di pressioni ricevute addirittura dai vertici delle forze di polizia che ritenevano l’ispettore Coliandro “poco rappresentativo“. Eppure, a sostenere il personaggio interpretato dall’attore napoletano Giampaolo Morelli, furono proprio agenti di polizia comuni che sfruttarono le pagine dei social per cercare di creare una intensa e martellante protesta. Protesta che, come detto, ottenne un inaspettato successo: la RAI fece retromarcia e mandò in onda i due episodi già registrati.
Ci vollero altri sei anni, però, perché uscisse la quinta stagione. Nel 2016 vennero trasmessi sei episodi, così come nel 2017 mentre nel 2018 si tornò alla visione di quattro, come agli inizi. Quattro sono anche quelli usciti nel 2021 per l’ottava stagione, al momento l’ultima.

L’ispettore Coliandro – il cast 640×360

Nonostante certi goffi tentativi di boicottaggio Coliandro è più vivo che mai. Gode di ottima salute ed è amato dal suo pubblico. Anzi, dai suoi ultras, come dice Giampaolo Morelli, visto l’incredibile affetto che i fan hanno dimostrato in occasione della vibrante protesta, mai accaduta prima. Secondo l’attore, volto caratteristico che ben rappresenta il personaggio creato da Lucarelli (anche se nella versione fumettistica di Onofrio Catacchio uscita negli anni Novanta lo dipinge più simile a un Clint Eastwood ne L’ispettore Callaghan) Coliandro è incompreso. Dalla rete come dai suoi superiori: “il nostro è un prodotto innovativo che probabilmente non è stato capito. La scelta, per esempio, di trasmetterlo il venerdì è significativa: il nostro pubblico, composto da per lo più da trentenni e quarantenni, il venerdì sera non sta di certo davanti alla televisione ma esce. Potremmo fare ben altri ascolti ma qualcuno, evidentemente, non lo capisce“. Parole dal forte significato che evidenziano un punto chiaro, netto, preciso: L’ispettore Coliandro è un prodotto nuovo, fuori dai classici canoni, che guarda avanti, capace di osare. Forse persino scomodo.

Carlo Lucarelli definisce la sua creatura come un antieroe. Quando, nei primi anni Novanta, inizia a scrivere lo fa per raccontare un periodo molto buio e violento della storia italiana. In particolare della sua regione natale, l’Emilia Romagna, vittima della Banda della Uno Bianca. Per farlo ha bisogno di un personaggio forte, spigoloso, capace di sopportare il peso di una situazione altamente drammatica. Più scrive, però, più si rende conto che il suo personaggio è violento, eccessivo, pieno di pregiudizi. Sembra addirittura parte integrante del sistema che, invece, vuole combattere. Così decide di prenderlo in giro. Di estremizzarlo, di metterlo alla berlina, renderlo ridicolo. Riuscendoci perfettamente.
Coliandro è molto italiano. Ci rappresenta. Perennemente convinto di esser sottovalutato, colpito dalla sfiga, incapace di eseguire gli ordini e molto fantasioso nell’interpretarli, il personaggio di Lucarelli mette in scena molte delle nostre caratteristiche in maniera un po’ fantozziana. Succedono tutte a lui, insomma. Eppure, pur non capendoci molto, è dotato di ottimo fiuto ed è testardo, buono, fondamentalmente onesto. Sa quello che va fatto e quello che non va fatto anche se le motivazioni, a volte, lasciano a desiderare.
Razzista, volgare, sessista, vigliacco, incarna la mediocrità. Eppure piace. Anzi, forse proprio per questo ha così successo. Perché non è patinato, incassa cazzotti, viene bullizzato costantemente. E, come nei suoi film preferiti, non si abbatte mai anche se le ferite lo tormentano (e lo fanno piagnucolare).
Coliandro non è l’eroe ma, come dice una delle sue tante conquiste che regolarmente lo scaricano a fine puntata, non solo è meglio di quel che sembra ma è anche meglio di quello che vorrebbe essere.

Se Coliandro fosse una serie americana sarebbe prodotta e distribuita dalla HBO. Perché ha quelle caratteristiche giuste che l’accomunano ai grandi successi del canale americano. Caratteristiche che, di fatto, la rendono un unicum nel panorama italiano, soprattutto nel genere poliziesco.
Innanzitutto il protagonista non è bello. O per lo meno è parecchio distante esteticamente dalla maggior parte dei prodotti nostrani che prediligono poliziotti protagonisti troppo belli per esser veri.
Poi dice un sacco di parolacce e usa un linguaggio terra terra al contrario di altri che invece sembrano sempre riuscire a trovare la parola giusta da dire al momento giusto.
È ignorante, con la tendenza a prendere fischi per fiaschi e pur credendosi un grande investigatore per lo più riesce a risolvere i suoi casi grazie a un colpo di fortuna, trovandosi nel posto giusto al momento giusto.
Egoista ed egocentrico, meschino e scaricabarile, prevaricatore e ottuso sono tutte caratteristiche che lo rendono perfetto e di gran successo, segnatamente perché vero e privo di quell’esagerato melodramma che avviluppa il genere crime italiano.
Coliandro spalanca le finestre per arieggiare, infonde nuova linfa. Fa capire che un’altra televisione è possibile se lo si volesse. Si stacca dai soliti paradigmi divenuti ormai tremendamente provinciali, già visti e rivisti, nei secoli dei secoli. Colpisce nel profondo e affonda il più classico dei cliché nostrani: italiani brava gente. No basta! Niente preti, niente comandanti di stazione di campagna. Niente indulgenza, niente perdono. Seppure edulcorato rispetto alla sua versione cartacea, ancora più cruda, L’ispettore Coliandro racconta storie atroci, di violenza, di ferocia, di soprusi. Racconta una realtà che forse lo spettatore non vorrebbe conoscere ma che fa parte del nostro mondo. In ogni caso affrontato Coliandro sembra avvertirci che là fuori, è pericoloso. Perché persino lui, per quanto sbruffone possa essere, se la fa sotto dalla paura.

L’ispettore Coliandro, al di là del personaggio affiancato da altrettanti che meriterebbero ciascuno un capitolo a parte per quanto sono belli e ricchi di sfaccettature, è anche un prodotto artistico davvero eccezionale con tre caratteristiche ben distinguibili: la regia, la sceneggiatura e l’accompagnamento musicale.

Coliandro
Ispettore Coliandro: Squadra Mobile 640×360

Provenienti dal mondo dei videoclip musicali nostrani (Er Piotta, Alex Britti e Flaminio Maphia, 883 per citarne alcuni) Marco e Antonio Manetti prima di Coliandro hanno girato Zora la Vampira e Piano 17 due film di poco successo ma davvero molto particolari.
Quando venne loro affidata la direzione de L’ispettore Coliandro i fratelli Manetti ebbero chiaro in mente che le regia doveva segnare lo show televisivo in maniera indelebile. E così è stato, in effetti. Le tecniche utilizzate per le riprese sono diverse di episodio in episodio. Si ispirano ogni volta a un genere cinematografico diverso così da dare a ogni puntata un taglio differente. Dal violento poliziesco italiano anni Settanta al film yakuza di Takeshi Kitano, dal plumbeo soprannaturale giallo di Dario Argento al tarantiniano pulp ciò che è sempre presente e funge da base d’appoggio dalla quale spiccare il volo è, chiaramente, il personaggio di Coliandro al quale i registi ricamano sopra un paio di dettagli nuovi ogni volta affinché ne vengano evidenziati pregi o difetti.
La regia è sopra le righe. Risulta comica, grottesca, irruenta, eccessiva fino ad apparire contraddittoria, irrazionale. E per questo semplicemente perfetta. Non stanca mai. Anche perché ha avuto il tempo di maturare, di avere un suo percorso artistico di crescita come raramente accade in Italia.
Del resto i Manetti Bros hanno iniziato a occuparsi di Coliandro nel 2006 e soltanto all’ottava stagione (2021), dopo 32 episodi, hanno deciso di cedere, per due puntate, la cinepresa alla collega Milena Cocozza, ovviamente supervisionandola attentamente.

Nel corso del tempo, comunque, la regia è andata via via affinandosi perdendo un po’ della sua irruenza sostituita da una maggiore consapevolezza. Anche grazie a una sceneggiatura che, pur basata sullo stesso canovaccio, è riuscita a non annoiare mai. I dialoghi sempre così realistici, ricavati dal quotidiano parlare degli individui comuni, inizialmente arricchiti da continue citazioni cinematografiche, sono sempre il punto di forza della serie. Puntata dopo puntata Coliandro deve confrontarsi con il mondo che lo circonda, in continuo cambiamento. Un cambiamento che lui non è in grado di comprendere né tanto meno accettare. Al quale però deve adeguarsi, malamente, riuscendo a ritrovarsi solo come un cane alla fine di ogni puntata.
Le sue continue battute, così demodé, così anni Ottanta, che fanno vergognare i suoi colleghi lo rendono un’opera politicamente scorretta. Non quel politicamente scorretto che fa tanta scena ma è privo di sostanza. E nemmeno quello che vuole strizzare l’occhio ai benpensanti facendoli sentire dalla parte del giusto. Assolutamente no. Il politicamente scorretto di Coliandro è critico e schiva le false retoriche. Non si ferma al semplice insulto verso il genere o il colore della pelle, va ben oltre criticando apertamente tutto e tutti con un personaggio terra terra che inciamperà in maniera ignorante ma che alle parole fa seguire fatti di tutt’altra specie.

Le parole di Coliandro da sole probabilmente non avrebbero lo stesso effetto se non fossero accompagnata da una colonna sonora bestiale, come la definirebbe lo stesso ispettore. Le musiche originali sono composte da Pivio e Aldo De Scalzi compositori di una incredibile quantità di colonne sonore per il cinema e la televisione italiani.
Per L’ispettore Coliandro i due musicisti di Genova si sono ispirati al sound elettronico tipico dei film anni Settanta con contaminazioni funky, jazz e rap realizzando una colonna sonora perfetta e assolutamente fuori dai comuni standard televisivi italiani. Ogni puntata poi, a seconda della storia raccontata, è arricchita da contributi musicali di artisti italiani e stranieri (Neffa, Bambole di pezza, Luca Carboni, per citarne alcuni) alcuni dei quali hanno avuto piccoli camei nelle puntate in cui era presente la loro musica.
Esclusa totalmente la musica classica è presente invece una forte dose di heavy metal italiano spesso con le band che suonano dal vivo.

Nonostante una partenza ad handicap Coliandro è diventato un vero e proprio cult. In oltre quindici anni ha saputo confermarsi stagione dopo stagione, puntata dopo puntata, come uno dei pochi, originali, prodotti italiani davvero geniali. Il segreto del suo successo difficilmente è identificabile in un singolo individuo poiché solo un gruppo affiatato poteva dar vita a un progetto davvero rivoluzionario che ha poi aperto la strada a molte altre serie più realistiche e meno melodrammatiche. Oltretutto capace di esser migliore della sua versione cartacea, cosa che non accade praticamente mai.
L’ispettore Coliandro è una forma d’arte compiuta la cui realizzazione è un evento più unico che raro. Una congiunzione favorevole delle stelle ha fatto sì che tutti fossero al posto giusto nel momento giusto. Dall’autore ai registi. dalle manovalanze agli interpreti, tutto ha funzionato alla perfezione. Ogni ingranaggio è scattato al momento opportuno regalandoci uno dei personaggi più belli e interessanti che la nostra televisione potesse mai immaginare di produrre.