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La poetica di Gustavo Fring

  • Luca Fenu 

Passionale ma silenzioso, determinato, geometrico. Gustavo Fring è uno di quei personaggi che riesce contemporaneamente ad attrarre e terrorizzare, trasudando sicurezza e invincibilità da tutti i pori. In Breaking Bad appare impeccabile, in Better Call Saul si esplora meglio la sua interiorità, da più punti di vista, facendo emergere un lato umano anche in lui, nell’insospettabile uomo di ghiaccio, il genio inarrivabile.

Il Gus di Breaking Bad: lo spietato

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Fin dal primo momento in cui si percepisce la sua presenza, è palpabile tutto il timore reverenziale che da lì in poi si sentirà ogni volta che apparirà sullo schermo. La camicia gialla, il colore dell’intelletto ma anche della menzogna, della follia. E quello sguardo lunatico in grado di mutare di significato in base al contesto (come sa fare il Capitano di HIMYM, tanto per intenderci e smorzare un po’). Due elementi imprescindibili del suo personaggio. In Breaking Bad è maturo, ha già raggiunto il suo picco massimo e lo ha mantenuto per l’intera durata della serie. Non c’è modo di impressionarlo o colpirlo nel profondo, non lascia campo d’azione ai suoi avversari, nemmeno uno spiraglio. E’ il Gus maligno e già arrivato che si è costruito un impero partendo dal nulla e che ha lottato con ogni mezzo a sua disposizione per raggiungere la vetta, e ne è consapevole, è spesso come il marmo e non ha eguali, è diventato il predatore supremo. L’unico momento in cui si riesce ad osservare la sua anima è a ritroso, nel fatidico flashback in cui il giovane Gus si confronta con Don Eladio e la vecchia guardia del cartello. Ed è proprio questa sostanziale differenza di vedute che lo farà arrivare in cima, questa sua visione imprenditoriale che è da sempre stata destinata a scalzare il crimine vecchia scuola di quel sistema che lui ha odiato profondamente, per le motivazioni che si apprendono nel flashback.

Un odio totale mascherato con abilità e pazienza per tantissimo tempo, in attesa dell’occasione giusta per cannibalizzare l’intera piazza e sedersi sul trono. Ma non ha occasione per festeggiare, Gustavo, non ne sente il bisogno. Il tempo ha corroso il suo entusiasmo, trasformandolo in una spietata macchina da soldi, quella che conosciamo in Breaking Bad, per l’appunto. E come ogni villain, come ogni narcotrafficante delle serie tv, arriva il momento della caduta. Nel suo caso però non è un declino lento ed inesorabile, piuttosto uno scivolone. Certo, Heisenberg gli ha dato del filo da torcere, ha scombussolato i suoi piani e messo in discussione la sua sicurezza, ma Gustavo non ha mai perso la calma del tutto, o almeno, non lo ha dato a vedere. Ed è proprio così che deve finire il suo percorso, con un errore banale ma fatale, abbassando la guardia nel momento in cui pensava di avere tutto sotto controllo. Tuttavia, riesce a non scomporsi nemmeno in punto di morte, perché Gus Fring è questo, è apparenza e sostanza.

Il Gus di Better Call Saul: il visionario

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In BCS Gustavo non è solo. L’ingombrante presenza dei Salamanca, con Hector prima e Lalo poi, fa venire fuori la parte umana del suo personaggio. Non tanto quella passionale, che di per sé emerge soltanto nella magnifica scena dell’ultima stagione in cui si concede un buon vino e si diletta con il cameriere, per festeggiare l’ultima grande vittoria che lo separava dal suo obiettivo. Piuttosto la parte timorosa, preoccupata. Il rapporto tra Fring e i Salamanca è sempre stato ad altissima tensione, ed infatti la conclusione del suo percorso in Breaking Bad va a chiudere un cerchio che lui pensava di aver già sigillato. Il flashback del Gus imprenditore che propone il suo piano a Eladio è l’anello di congiunzione che ci fa conoscere il punto di partenza da cui Gustavo ripartirà per portare a termine la sua vendetta, quasi come se fosse la grande motivazione della sua vita, ciò che veramente gli dà la forza per costruire il suo impero un po’ alla volta, mattone dopo mattone. In Better Call Saul però, è costretto ad agire sotto traccia, innanzitutto circondandosi di uomini fidati, Mike su tutti (il partner ideale che si sposa perfettamente con il suo modus operandi), per poi avvicinarsi silenziosamente alle prede nemiche, tenerle sotto controllo e azzannarle nel momento più opportuno, come fa con Hector. Parallelamente ci sono gli affari, c’è un disegno diabolico e geniale che avvalora la sua netta superiorità mentale rispetto ai messicani: il laboratorio.

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Punto focale che unisce le due serie e che rappresenta l’arma decisiva che consente a Gustavo di rafforzarsi sempre di più, fino ad arrivare al tanto atteso momento in cui compie la sua vendetta su quegli uomini di tutt’altro che larghe vedute, colpevoli di aver logorato la sua anima sottraendogli quello che probabilmente era il suo grande amore. C’è un pre, dunque, in cui Gustavo è un giovane imprenditore, in cui è soltanto “l’uomo dei polli”, pieno di idee innovative e visionarie, e c’è un post in cui si rimbocca le maniche e sceglie la via del silenzio e dell’attesa, mette su il suo piano perfetto e, sempre sotto traccia, continua a lavorare, scalfendo di tanto in tanto il nemico per indebolirlo, nel mentre che lui si rafforza di nascosto, fino al momento in cui conquista la cima e, soprattutto, gusta la sua vendetta personale.

Il vil denaro, tuttavia, non fa sconti. La fine di Gustavo è poetica tanto quanto il suo intero percorso a cavallo tra Better Call Saul e Breaking Bad, ma è al contempo impietosa perché dimostra che, in una lotta alla sopravvivenza, anche il più forte può cadere commettendo il minimo passo falso. Non c’è pianificazione che regga, ed è una costante di tutti i personaggi delle due serie che, mossi da manie di grandezza, sono convinti che ci sia davvero una fine gloriosa ad attenderli, ma che restano intrappolati nelle proprie convinzioni e finiscono tutti per annegare nei propri rimpianti.

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