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Braccialetti Rossi, il bene (per la fiction italiana) si avvera

Oltre il 20% di share fisso la domenica sera su Rai1, resa completa della concorrenza incapace di trovare una controprogrammazione adatta (Canale 5, principale competitor si limita a prolungare “Il segreto”, terreno completamente diverso), il ritorno del pubblico giovanile (quello più consumistico) sulla rete ammiraglia della TV di Stato: inutile negare che per la Rai “Braccialetti Rossi” (e la sua continuazione “Braccialetti Rossi 2”) siano stati l’investimento più azzeccato da un decennio a questa parte. Senza contare la pletora di eventi “live”, letteralmente presi d’assalto dai fan e che, la mattina dell’8 febbraio, hanno addirittura visto oltre 100 sale cinematografiche aprirsi eccezionalmente per l’anteprima della nuova stagione. Insomma, da un anno circa, l’Italia ha un braccialetto rosso al polso, e non ha la minima intenzione di staccarlo. Una scommessa su tutti i fronti, e su tutti i fronti stravinta, un prodotto enormemente nuovo sul piano italiano che riempie lacune endemiche della fiction nostrana e colma vuoti di tv e società che ne hanno alla fine decretato il successo. Ecco tutti i campi in cui i braccialetti trionfano sull’asfittica concorrenza italiana

TRAMA – In un ospedale pugliese si incontrano le storie di sei ragazzi, ognuno affetto da una malattia piuttosto grave: insieme formeranno un gruppo, il gruppo dei Braccialetti Rossi, dal segno identificativo di ogni intervento che il Leader, Leo (Carmine Buschini) donerà ad ognuno di loro. Nel gruppo ciascuno ha un ruolo, preciso. C’è il Leader, il Vice Leader, il Bello, il Furbo, l’Imprescindibile e la Ragazza. Ma nessuno è protagonista assoluto di una storia che quindi ne intreccia sei ed a sua volta si svolge su almeno tre piani narrativi: il rapporto dei ragazzi tra di loro, il rapporto dei ragazzi con i genitori, ed infine il rapporto con i medici. Non c’è un solo filo che dipana gli altri, ma tutti sono accordi nella stessa melodia: nessuno prevarica, questo aiuta la varietà delle storie e la leggerezza relativa dell’intreccio, basato sul libro “Il mondo giallo” di Albert Espinosa, autobiografia della sua esperienza decennale in ospedale.

CAST – Nessun nome acchiappa-pubblico, almeno all’inizio (poi i ragazzi sono diventati dei miti, ma questa è un’altra storia): tutti i protagonisti erano alla loro prima esperienza sul grande schermo o quasi, mente tra gli “adulti” si è scelta la bravura di personaggi fino ad allora più o meno comprimari in altre serie. Consacrazione per Carlotta Natoli (alias “la dottoressa Lisandri”) e Andrea Tidona nei panni del chirurgo saggio, prezzemolone Giorgio Colangeli, sorprendente la Chiatti in un ruolo non semplice. Ardita ma soddisfacente la scelta di non avere guest star: chi sta nell’ospedale ci resta, quindi il pubblico ha avuto la possibilità di appassionarsi ai singoli personaggi, arrivando ad amarli visceralmente, ognuno con la propria personalità. Per alcuni degli attori, poi, si sono già schiuse porte più grandi: Pio Luigi Piscitelli (il furbo, in assoluto il personaggio più divertente) era in un cameo al cinema con “Song e’Napule” dei Manetti Bros, mentre Aurora Ruffino è già entrata in una nuova fiction Rai. Ma il punto è che tutti i sei ragazzi ora sono idolatrati in pubblico e in privato. Chi si ricorda i protagonisti di Don Matteo, a parte Terence Hill? Ecco, ci siamo spiegati…

MUSICA – Altra scelta che ha pagato è stata quella di dare ai Braccialetti Rossi, per ogni serie, una colonna sonora originale ed esclusiva. E’ stato scelto il più grande autore di testi della musica italiana attuale (nonché cantante per palati finissimi, quindi in Italia pochi), ovvero Niccolò Agliardi che ha fatto l’unica cosa che andava fatta: è entrato nel progetto con anima e cuore coinvolgendo tutto il mondo musicale a lui vicino. Ed ecco apparire nei cd Emis Killa, Emma Marrone, ma anche Vasco Rossi, De Gregori, Vecchioni, Laura Pausini, Ermal Meta, L’aura, ma soprattutto Agliardi and the Hills, di cui sono tutti i testi originali, gli arrangiamenti e la supervisione artistica. Il risultato è non solo condensabile in due sigle che hanno sfondato ognuna il milione di visualizzazioni su youtube ma anche in due cd letteralmente presi d’assalto dai fan, in un tour che ha fatto sold out dappertutto e che è stato capace, mandato in replica su Rai uno, di vincere da solo una serata del periodo di Natale.

ESSENZIALITA’ – Nonostante nella seconda serie siano entrati quattro personaggi nuovi (Chicco, Bea, Fiamma e Nina) con relative sottostorie, sono state girate solo cinque puntate. Nessuna prolissità e nessun indugio nel patetico o nel melodrammatico, tutto resta concentrato per non disperdere mai l’attenzione del lettore, anzi, a volte neanche compaiono personaggi importanti (che fine ha fatto la mamma di Rocco, grande protagonista della prima serie?) lasciando punti di domanda non facili da spiegare. Totalmente diverso ciò che accade nelle serialità americane, dove, ad esempio, Revenge ha visto la sostituzione del suo ideatore, Mike Kelley, perché incapace di garantire un congro numero di puntate per la terza serie

Ma qual è la chiave del successo della fiction, al netto dei suoi ingredienti? Innanzitutto presenta il dolore in maniera semplice e reale, e non assolutamente retorica. Nessuno si sente superiore all’altro e le pillole di saggezza possono provenire da tutti ma anche da tutti essere respinte. I medici non sono né protagonisti né comparse, ma semplici personaggi indagati nel loro rapporto con i pazienti senza limitarli al ruolo o farli portatori di una morale ospedaliera. Ma soprattutto i genitori che devono affrontare la malattia di un figlio in un periodo di crisi personale e mondiale non potevano non far presa su una certa fascia d’età che non è stata bersaglio di nessun’altra fiction nostrana. Detta in breve: della freschezza, spontaneità, coraggio, anche sfrontatezza di questi ragazzi ci si innamora fin dalla prima scena, portando con sé, ben oltre la serie, riti, parole (“watanka!”, grido di battaglia di Leo) gesti che dalla fiction hanno creato un vero e proprio caso mediatico, diffuso a macchia d’olio su tutti i social network. Un successo confermato, con mezza Italia pronta, in attesa della prossima puntata

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