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La danza coi fantasmi di Gene Takovic, l’uomo che non è mai esistito

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla 6×11 di Better Call Saul

Gene Takovic è morto, e forse non era mai nato. Morto in un non posto che non gli appartiene, reinterpretato non più a modo suo. Un solo colpo, dritto al cuore, ha dissolto la speranza nell’assordante rimbombo di una chiamata caduta nel vuoto. Gene, ucciso, s’è ucciso allo stesso tempo. Dopo aver gettato via Saul Goodman sotto un cumulo d’abiti sgargianti e aver usato Jimmy per un’ultima volta, s’era arreso all’idea di non arrendersi: rinascere, in una quarta vita in cui ritrovare l’unico uomo che lui e il mondo potessero accettare nello stesso momento. Non il dimesso commesso coi baffi, non l’azzeccagarbugli dei colpevoli e nemmeno l’infantile illusionista dei tempi di Cicero, ma Jimmy. E basta, senza un cognome. Con Kim, l’unica donna al mondo che abbia mai creduto in lui. Sogni, speranze. Ritrovarsi, ritrovarla. Vivere, perché la sussistenza appaga solo gli sconfitti. Poi una telefonata, una frazione, la rabbia. Insolita, per chiunque abbia interpretato o sia stato nella sua vita: un urlo, sul palcoscenico, mentre dentro si trascinava dentro un insostenibile silenzio che negava una risposta a se stesso. La rabbia, il vetro spezzato, l’oblio. La fine, mentre Saul, soffocato e a sua volta defunto, riprendeva la scena.

Il terzultimo episodio di Better Call Saul racconta la storia di una caduta, forse definitiva. E di una spettrale danza coi fantasmi di un uomo, sopravvissuto alla morte, atteso da un’imminente resa dei conti col passato sospeso. Perché, dopo quella maledetta telefonata, di Gene resta solo un’ombra. Un contenitore, senza più un contenuto. Svuotato, ricade nel baratro della sua peggior dipendenza. Con l’inquietante necessità di sfidare maree sempre più violente per poi affondare nel naufragio finale. Come già aveva fatto il fratello Chuck, annegato dopo esser stato a un passo dal riaffiorare in superficie, ritrovando nelle armi d’una vita l’ultimo sussulto per illudersi d’avere ancora una qualche identità.

Gene non è più nessuno: l’acquario che aveva contenuto ogni suo sogno in una bolla d’illusioni s’è svuotato, non contiene più l’ossigeno. L’acquario di Jimmy è sparito dentro una valigia di Kim, ma Saul maneggia l’ampolla di Walt, l’evoca e si comporta col chimico come Lalo s’era comportato con lui in un momento chiave della sua esistenza. Gene allora boccheggia mentre se la prende con se stesso, facendo del male a vittime sempre più innocenti col solo fine di travestirsi per l’ultima volta nell’uomo che non esiste più. Simula per dissimulare, come sempre ha fatto nella vita. Prima uccide Slippin’ Jimmy, il target pilota dell’articolato piano, orchestrato per restituire un posto nel mondo a un uomo che può trovar spazio solo in una fossa sospesa tra piani temporali intersecati. Lo uccide nel momento in cui inganna, umilia e rapina un obiettivo che sembra rievocare l’amato amico Marco. Persino Marco, usato per punire se stesso, non lui.

Poi si spinge sempre ancora più in là e mette nel mirino un uomo malato di tumore. Un uomo che non può non associarsi allo spettro di Walter White. Breaking Bad, l’episodio di Better Call Saul che ha connesso definitivamente la serie madre al suo spin-off, non si limita ad accennarlo ma lo esplicita. Strilla e sbatte in faccia l’ultimo stadio del percorso dissoluto di Gene: la rabbia dell’uomo si scaglia contro una vittima sacrificale, nel nome del ricordo di un uomo che sembra avergli rovinato la vita e offuscato i suoi meriti nella realizzazione dell’impresa criminale di Heisenberg. Non è così, affatto: in quel momento, Gene si autodistrugge, spacca l’ennesimo vetro, si condanna per l’errore commesso nel momento in cui ha fatto della sua creatura un mostro. Il suo brand di lusso, la sua chiave per trasformare un’impresa eccezionale in un’impresa unica.

Firmata da Saul, in fuga perenne dalle voci che stanche si rincorrono nella sua mente. Ma no, il vero problema non è mai stato Walter White: non è stato lui a distruggere l’impero dell’avvocato, bensì lui stesso. Lui ha scelto di puntare su un azzardo non necessario, nonostante ogni sensata evidenza gli consigliasse di fare il contrario. Lui l’ha alimentato, lui l’ha distorto nel criminale spietato che abbiamo visto generarsi. La colpa è di Frankenstein, tutta sua. Saul, solo Saul, si autosabota in ogni momento non abbia la forza per affrontare in alcun modo se stesso. Rilanciare, stordirsi con l’acre odore di una dipendenza sempre più incontrollabile. Apparire, per far finta di essere. Nell’irruzione dentro l’abitazione dell’uomo malato di cancro, si esprime l’estrema volontà di Gene Takovic: guardare avanti con la vana illusione di non guardarsi alle spalle, finendo per stare in un non luogo albergato da ombre. Perdersi nella trama distorta di un film in bianco e nero. E aggrapparsi a quel che resta di una videocassetta, consunta al punto da non poter più registrare nuovi ricordi. La regressione a un stato primordiale del quale non resterà altro che una mesta schermata blu.

In nome di Kim, di un sogno, di una realtà che non ha mai fatto i conti con l’ineluttabile scorrere delle vite altrui. Sospeso nel tempo, lui, tenta disperatamente di rivivere una vita che si è conclusa col time skip del nono episodio: come ha eccellentemente esposto un utente in una splendida analisi su Reddit, la telefonata con Francesca è la forzatura di un uomo solo, la simulazione di una storia che ha già mandato i titoli di coda. E il flashforward in bianco e nero sembra quasi essere la trasposizione metatelevisiva di una saga che anche noi fatichiamo a lasciare andare. Una storia che una fine l’ha già avuta, ma che Gene si ostina a ignorare. In nome della conclusione del sogno con Kim, il piano criminale che sviluppa è tutto ciò che gli resta per non affrontare se stesso, un giorno ancora. Ma è anche tutto quel che gli serve per punirsi e farsi punire: quasi stesse scegliendo di farsi beccare, probabilmente dalla Marion pregna di simbolismi che avevamo già evocato dopo il decimo episodio, col solo fine di rimandare una resa dei conti attesa fin troppo a lungo. In nome di Kim, danza quindi con lo spettro di un amore imperfetto eppure intenso, bellissimo, totalizzante. Tuttavia sepolto da tempo.

Non ci resta quindi che un addio, dopo troppi arrivederci. Un finale, vero, Il punto che non porterà tuttavia a un giudizio né a un pentimento oppure a qualsivoglia valutazione etica o morale, ma porterà sicuramente al disvelamento della truffa delle truffe. La più machiavellica, la più crudele, la più infame. Quella che Saul Goodman ha orchestrato nei confronti di Jimmy McGill, attraverso Gene Takovic: fargli pensare che il Purgatorio possa esser davvero un luogo e la colpa sia sempre di qualcun altro, rinchiuderlo nella gabbia di un filmato d’archivio e continuare a ucciderlo dopo averlo già fatto per troppe volte. Scivolare ancora, fino a farsi assolvere pure nell’aldilà. Saul gone: it’s all gone. Da tempo, non dal giorno in cui ha compiuto i suoi 50 anni, in quel 12 novembre del 2010 in cui abbiamo capito cosa significhi davvero vivere dentro una pellicola in bianco e nero. Nel bel mezzo di una landa desolata. Stop, rec: dopo tutto questo, non avremo un lieto fine.

Antonio Casu

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