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Saul Goodman è sempre stato davanti ai nostri occhi

Better Call Saul

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul finale di quarta stagione di Better Call Saul

Abbiamo atteso a lungo la comparsa di Saul Goodman in Better Call Saul. L’abbiamo attesa così a lungo che ci è sembrato di vederla in ogni gesto, in ogni parola. In ogni confuso discorso di un Jimmy sempre più compromesso. Ora è davvero “S’all good, man”. Ora, in quel finale di quarta stagione, sappiamo che non si torna indietro. Eppure, possiamo veramente dire di aver visto la genesi di Saul? Siamo così sicuri che l’epifania dell’avvocato fanfarone sia tutta lì, in quell’attimo fugace ma potentissimo?

Per provare a darci una risposta dobbiamo analizzare Saul Goodman e, prima di lui, Jimmy McGill. Cos’è l’uno e cosa l’altro? Sono due facce. Due espressioni sfaccettate di un’unica persona. James è l’uomo, Saul l’essenza. Un’essenza che è nel contempo, però, maschera. Jimmy più volte si è nascosto dietro quella maschera. Saul ha fattezze molto simili a Slippin’ Jimmy. Per certi versi ne rappresenta una continuazione e idealizzazione. La maturità di James coincide, così, con la maturità di Saul.

L’uno non evolve, non va avanti, senza l’altro.

James diventa avvocato ma Saul è lì, nell’ombra. Alle spalle delle speranze disattese, delle aspettative di Chuck e Kim, Saul è lì. Pronto a emergere. In queste quattro stagioni di Better Call Saul, Jimmy ha provato più volte a nascondersi dietro una maschera. Lo ha fatto provando a ottenere la riconoscenza di Chuck e l’amore di Kim. È diventato avvocato, ma non si è mai sentito parte integrante di quel mondo. Ha sempre vissuto in una posizione liminare, di confine.

Better Call Saul

Chuck l’ha allontanato ma anche Jimmy si è allontanato. Lo ha fatto lasciando il prestigioso lavoro alla Davis & Main. Lo ha fatto adottando stratagemmi e scorciatoie. Ma perché? Perché non ha potuto essere un avvocato integerrimo? Perché non è nella sua natura. Ecco allora che quella maschera cade, crolla sotto il peso di un’essenza che spinge per emergere, per affermarsi.

Jimmy è un lupo. Ha scelto di esserlo tanto tempo prima. Quando, da ragazzo, ha iniziato a rubare alla cassa del padre. Quando ha fatto suo l’assunto che “Al mondo ci sono lupi e pecore, ragazzo. Lupi e pecore. Decidi tu cosa vuoi diventare” (2×07). E quando, guardando Mike sul finale della prima stagione, sulle note di Smoke On The Water ha scelto di non seguire più ‘la cosa giusta’. “Io lo so qual è la cosa che mi ha fermato e quella cosa non mi fermerà più”.

Ma cos’è Saul Goodman?

È un’espressione esteriore. Una manifestazione carica di scenografica teatralità. Nel finale di quarta stagione abbiamo assistito a quel cambiamento nel timbro di voce e di gestualità. Si rivolge alla segretaria con l’appellativo ‘sweetheart’, un vezzeggiativo vagamente sessista, che userà comunemente nel suo rapporto con Francesca, l’assistente di Saul Goodman. Inizia a gesticolare in maniera più esasperata, più ricercatamente sincopata. Fino al finale doppio indice puntato verso Kim, il culmine dell’epifania di Saul.

Questo momento rappresenta nell’economia di Better Call Saul il compimento di un percorso. Il corrispettivo dell’“I won”, pronunciato da Walt in Breaking Bad. Ma per entrambi non è un percorso di trasformazione. Quanto più di riscoperta interiore. Heisenberg e Saul sono le manifestazioni fisiche di qualcosa di interiore. Vuote, per certi versi. Un cappello nero e vestiti pacchiani. Maschere. Ma maschere di un’autenticità non altrimenti esprimibile.

Better Call Saul

Walter White e James McGill sono sempre stati Heisenberg e Saul Goodman. Hanno vissuto schiavi di costrizioni sociali, di valori in cui non si sono mai riconosciuti. Di una quotidianità che hanno vissuto con stanchezza. Nel momento in cui “l’ordinaria follia” di entrambi ha avuto modo di emergere, ecco allora la loro essenza.

Si svuotano di una maschera, quella di uomini, che mai hanno sentito – se non convenzionalmente – propria.

E si rivestono di un’altra maschera, quella di lupi. Diventano sempre più rapaci, aggressivi, manipolatori. Progressivamente cadono le giustificazioni morali che la propria coscienza aveva imposto. Non lo fanno per amore. Non lo fanno per la famiglia o per la persona amata. E non lo fanno perché lo reputano giusto. No, lo fanno perché amano farlo. “I did it for me. I liked it”.

Sono amanti del potere e del controllo. Della possibilità di imporsi. In loro la morale diventa quella del mondo animale. Lupi e pecore. Lupi e pecore. Scelgono entrambi di essere lupi dopo essersi nascosti nella pelle di pecora. E scoprono qualcosa. Si accorgono che sono felici. Jimmy è felice di indossare la maschera di Saul. È felice di non dover più vivere all’opprimente ombra delle aspettative del fratello. Kim rimane sola. Sconfitta come Skyler e come chiunque circonda questi due dionisiaci impossessati.

Better Call Saul

Nel finale di Better Call Saul vediamo la maschera. La vediamo nella sua compiutezza. Ma Saul Goodman precede quei modi buffoneschi da saltimbanco. Viene molto prima. Viene da un tempo lontano in cui nell’anima di Jimmy si faceva largo il bisogno di essere se stesso. C’è una tragica essenza in lui e in Walt. Un’essenza violenta e istintuale. L’uomo spogliato di costrutti sociali, spogliato di morale e umanità si fa bestia. Si fa lupo.

Ma paradossalmente annulla il peccato originale.

Non sente più la sua nudità, la sua inadeguatezza a Dio. A quel Dio fatto di convenzionalità e legge. Non si “copre”, perché non ha più vergogna. Il frutto del discernimento del bene e del male è espulso, defecato. Quello che resta di questa “purificazione” infernale è un uomo che torna a essere animale tra gli animali. Che cancella l’aporia, quella costante e insuperabile tensione tra ideale e concreto, tra giusto e sbagliato. Quella che inevitabilmente investe Kim che, perciò, resta al palo.

Saul Goodman è sempre esistito. C’è sempre stato. Rappresenta l’egoismo ferino, il diritto alla prevaricazione, la legge del più capace di adattarsi. Ma ora, ora in Better Call Saul, è rimasto da solo. Perché Jim è morto. E non tornerà. C’è Saul Goodman, c’è solo Saul. C’è sempre stato.

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Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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