Vai al contenuto
Home » Benvenuti a Eden » Benvenuti a Eden è solo un lunghissimo video aesthetic per i social

Benvenuti a Eden è solo un lunghissimo video aesthetic per i social

Attenzione: l’articolo contiene spoiler sulla prima stagione di Benvenuti a Eden.

Quando ha fatto la sua comparsa su Netflix il 6 maggio 2022, la serie spagnola Benvenuti a Eden con Amaia Aberastuti nei panni della protagonista Zoa è schizzata al vertice della classifica della piattaforma in tutto il mondo, compresa l’Italia. Un nuovo fenomeno televisivo? Una serie innovativa e originale? Una proposta fresca e avvincente? Purtroppo è impossibile rispondere in modo affermativo a qualsiasi di queste domande. Il motivo di tanto scalpore rimane un mistero, così come tre quarti della trama di Benvenuti a Eden: in un mondo in cui spicca il colore blu – e no, purtroppo non è Ozark – ogni azione e decisione dei personaggi pare insensata, contraddittoria e incapace di muovere la trama in qualunque direzione. Lo show si perde sulla sua stessa isola, naufragando il suo potenziale a suon di scene cringe. Cosa rimane? Sicuramente il suo elemento aesthetic, quel fascino puramente visivo che stuzzica l’occhio e che sembra essere uscito da quei video suoi social che puntano sulle palette, sull’aspetto esteriore di oggetti e persone e nessuna sostanza.

Benvenuti a Eden sarebbe potuto essere molto di più.

benvenuti a eden

È vero, la premessa non è delle più originali: lo scenario dell’isola sperduta sta diventando sempre più inflazionato, forse in un tentativo di emulare il grande successo di Lost, forse perché è una costruzione narrativa che ha sempre il suo fascino – se impiegata a dovere. Ma anche peccando di innovazione, l’idea di base di Benvenuti a Eden avrebbe potuto funzionare: cento ragazzi molto attivi sui social vengono selezionati per partecipare a una festa esclusiva, in un posto sconosciuto, in occasione dell’uscita di un nuovo drink. Ad adescarli è una misteriosa coppia adulta, formata da Astrid e Erik, i fondatori della Eden Foundation. Cinque di loro restano intrappolati sull’isola e scoprono che altri ragazzi stanno vivendo lì da tempo, seguendo regole molto particolari. Come? Perché? Qual è lo scopo?

Se la serie avesse saputo dare delle risposte accattivanti e convincenti a queste domande e se non avesse fallito nel rappresentare queste dinamiche, forse staremmo parlando di Bevenuti a Eden in un modo del tutto diverso. Il problema è che questi cento ragazzi seguono un drone e si imbarcano verso l’isola senza fare domande, senza nemmeno chiedersi dove siano diretti o come mai siano stati scelti proprio loro. Il problema è che questi cento giovani sono controllati minuziosamente prima di ricevere l’okay alla partenza manco fossero dei terroristi, e non sembrano minimamente turbati. Il problema è che questi cento individui non protestano quando i loro cellulari vengono sequestrati. Si è mai visto un ragazzo accettare di buon grado il ritiro del cellulare? Nessuno lo lascerebbe nemmeno nelle mani di un genitore, figuriamoci in quelle di sconosciuti.

L’arrivo dei ragazzi sull’isola sottolinea ancora di più l’inconsistenza della serie. A ognuno di loro viene messo uno strano braccialetto che ricorda sì quelli che vengono messi all’ingresso di alcuni eventi in discoteca e che i giovani amano sfoggiare sui social, ecco la prima strizzata d’occhio all’elemento aesthetic, ma che ha anche un’inquietante somiglianza con i braccialetti dei detenuti. Qualcuno si fa qualche domanda a riguardo? Ma va.

E poi arriva la bevanda blu che su Tumblr farebbe un figurone.

Benvenuti a Eden

Ci sono quelle immagini visivamente accattivanti che spesso vengono condivise sui social con l’etichetta “cose molto Tumblr”, in riferimento al famoso social su cui si possono creare blog personali dallo spiccato senso estetico. Ecco, il drink blu – chiamato Blue Eden – in piccole bottigliette che viene distribuito soltanto a cinque prescelti su cento, i cinque a cui a un certo punti si illuminerà il famoso bracciale della discoteca-prigione, farebbe il suo figurone su Tumblr. Ed è solo il biglietto da visita di tutto l’aesthetic che il pubblico vedrà di lì a poco, oltre che funzionare da diversivo: se ti concentri per capire perché in alcune scene lo stesso drink sembri quasi trasparente e in altre diventi blu fosforescente, ti dimentichi di chiederti perché Astrid ed Erik si siano impegnati a selezionare cento ragazzi per tenerne solo cinque e, soprattutto, dove accidenti finiscano i novantacinque che non sono stati selezionati.

Dopo l’esclusivo party perfetto per le storie sui social – se i ragazzi fossero ancora in possesso dei loro telefoni -, la scomparsa dei novantacinque scarti e il risveglio dei cinque fortunati/sfortunati, lo spettatore si mette alla scoperta dell’isola, senza però scoprire niente. Dei cinque personaggi – Zoa, Charly, África, Ibón e Aldo – soltanto quest’ultimo trova strano e assurdo tutto quello che sta succedendo, non si fida di nessuno, fa domande, cerca un modo per fuggire e, ovviamente, viene ammazzato.

Gli altri rimangono estasiati davanti alle “capsule” dove potranno pernottare in attesa di un’imbarcazione di salvataggio che non arriverà mai, mini abitazioni che sono perfette per il blog di qualche amante di design minimalista e eco-friendly, perché non si sa bene cosa vogliono Astrid ed Erik, ma di sicuro sono super ambientalisti. Di fatto, è proprio la salvezza dell’ambiente che viene spacciata come causa di tutto ciò che la coppia sta facendo, con tanto di menu vegano offerto ai ragazzi, ma dietro c’è sicuramente altro. Qualcosa che non ha avuto una risposta nella prima stagione e, continuando con questo ritmo, non l’avrà nemmeno all’alba della settima.

Un mondo blu.

Quando i cinque protagonisti vengono accolti dalla coppia a capo del tutto e dagli altri ragazzi abitanti dell’isola, si trovano circondati da gente vestita in palette blu, perfettamente in tinta coi colori di un posto circondato da cielo e mare. Il colore compare perfino nei capelli di una delle ragazze dell’isola. Inutile sottolineare ancora quanto sia aesthetic questa cosa. Nel momento in cui i protagonisti scelgono di restare – o meglio, vengono plagiati mentalmente e indotti a farlo, tranne il povero Aldo che è stato ammazzato a sangue freddo da una delle simpatiche ragazze del posto – vengono liberati dal bracciale dell’inizio e possono omologarsi agli altri, muniti anch’essi delle loro tute blu.

Tutto è bello, tutto è meraviglioso. O forse no. I protagonisti ci mettono un bel po’ a capirlo, ma per lo spettatore è chiaro fin da subito: tutto questo innocente blu, tutti questi elementi affascinanti all’occhio, nascondono un marciume profondo. Quando si trovano tutti seduti in cerchio, con al centro Astrid che ascolta la storia di qualcuno dei presenti a turno, l’immagine sembra quella di una seduta collettiva di yoga. Ma quello che accade è destabilizzante: basti pensare alla scena in cui Astrid fa leva sulle paure e le debolezze di Zoa per convincerla che sua madre – eroinomane e affetta da disturbi psichici – non la ami e le fa ripetere ad alta voce che sua madre non le vuole bene, chiedendole ogni volta di alzare ancor di più il tono: è agghiacciante.

Sembra quasi che l’aspetto estetico della serie sia una metafora – non voluta – della serie stessa: se ci si concentra solo sull’impatto visivo, sembra quasi un buon lavoro, qualcosa di affascinante, ma dietro non c’è sostanza. E sull’isola è lo stesso, tutto appare magnifico, pulito e ordinato, ma nasconde qualcosa di oscuro e inquietante. Questo doppio binario sarebbe potuto essere interessante se sfruttato consapevolmente in favore della trama. Il materiale narrativo, del resto, gioca sulle luci e le ombre della vita di questi adolescenti che hanno a che fare con situazioni molto complicate, tra genitori alcolizzati, assenza di amici, problemi di bullismo. Il problema di Benvenuti a Eden, però, è proprio quello di arrivare a un’esasperazione di queste situazioni rendendole quasi ridicole e facendole affondare nel cringe.

La serie è stata rinnovata per una seconda stagione e la domanda sorge spontanea: riuscirà a rimediare alle lacune della prima? Sarà in grado di rimescolare il proprio materiale per dargli una forma e – soprattutto – una sostanza migliore? Se al fascino dell’apparenza seguisse anche quello della sostanza, si potrebbe provare a dare una seconda chance a Benvenuti a Eden. Altrimenti la serie sarà destinata a restare il prodotto trash e cringe da guardare senza nessun impegno.

LEGGI ANCHE – Benvenuti a Eden è trash, ma ci sono 7 serie tv che non sono affatto le trashate che molti pensano