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La storia vera che ha ispirato la prima stagione di American Horror Story

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American Horror Story, la serie antologica di Ryan Murphy (qui le ultime news in merito alle prossime stagioni), è nota per infarcire le sue trame di riferimenti a fatti di cronaca realmente accaduti e per delineare alcuni dei suoi personaggi ispirandosi a persone realmente esistite. La prima stagione, Murder House, ne è l’esempio lampante.

Andata in onda nel 2011 su Fox, American Horror Story: Murder House s’incentra sul trasferimento della famiglia Harmon in una villa di Los Angeles che si scoprirà essere infestata dalle anime di tutti coloro che sono morti al suo interno. Quando gli Harmon si rendono conto del malvagio potere della casa ormai è troppo tardi e finiscono tutti e tre per morirci dentro.

Ogni episodio è accompagnato da un flashback che mostra allo spettatore come sono morti alcuni dei precedenti inquilini dell’abitazione, a partire dal suo primo proprietario, il medico Charles Montgomery, fino agli ultimi inquilini prima degli Harmon, Chad e Patrick. Proprio tra questi flashback troviamo il primo riferimento a un fatto di cronaca realmente accaduto: nel 1968 la casa era occupata da un gruppo di studentesse, due delle quali uccise da un pazzo mentre le altre si trovavano a un concerto. Questo omicidio trae spunto dagli orridi crimini perpetrati da Richard Speck, che nel 1966 uccise otto allieve del South Chicago Community Hospital, barricandole in casa e torturandole.

American Horror Story

La stessa casa in cui si svolgono i fatti si ispira a tre case infestate famose negli Stati Uniti.

Una di esse è la famosissima Amityville Manor, situata al 112 Ocean Avenue di Long Island, dove negli anni ‘70 il giovane Ronald “Butch” DeFeo uccise tutta la sua famiglia, affermando successivamente di essere stato spinto a farlo da alcune voci che sentiva nella casa. Gli inquilini successivi, la famiglia Lutz, hanno abbandonato la dimora dopo meno di un mese, sostenendo che fosse infestata.

Un’altra abitazione che ha fortemente ispirato quella di Murder House è la Franklin Square Horror House, anch’essa a Long Island, dove il medico George Hodel, che vi abitava negli anni ’40, praticava incontri orgiastici durante i quali si consumavano droghe. Infine è doveroso citare Los Feliz Murder House, al 2475 Glendower Place di Los Angeles, dove Harold Perelsons nel 1959 mise in atto un omicidio-suicidio. Questo, dopo aver ucciso la moglie a martellate e aver tentato di uccidere anche la figlia maggiore, si tolse la vita assumendo una dose massiccia di sonniferi.  

Anche alcuni personaggi di Murder House sono ispirati a persone realmente esistite.

Elizabeth Short, nota anche come Dalia Nera, che compare nell’episodio 9, è una donna realmente esistita. Il corpo senza vita della Short fu ritrovato nel 1947 a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles, con profondi segni sul viso e sul corpo. Ad oggi l’omicidio della donna rimane un caso irrisolto. La sua tragica fine in American Horror Story per mano del dottor Montgomery si ricollega anche al caso della Franklin Square Horror House. Infatti, dopo la morte del dottor Hodel il figlio trovò tra i suoi averi la foto di una donna dai capelli castani che si pensò essere proprio Elizabeth Short.

Anche la storia del personaggio di Tate Langdon, figlio della vicina degli Harmon, si ispira a un fatto realmente accaduto: stiamo parlando del Columbine Massacre, avvenuto nel 1999. Tate, infatti, è morto dopo essere stato trovato dalla SWAT che lo cercava per aver messo in atto una sparatoria all’interno di una scuola. La carneficina vista nella serie fa proprio riferimento a un fatto analogo: Eric Harris e Dylan Klebold fecero irruzione nella Columbine High School uccidendo 12 studenti e un insegnante per poi togliersi la vita.

I numerosi riferimenti e ispirazioni a fatti reali hanno sicuramente contribuito a rendere Murder House un racconto horror in piena regola (qui la nostra versione del finale). Il modo in cui realtà e finzione si intrecciano dà spessore alla trama, arricchendo la storia di macabri e spaventosi particolari e obbligandoci a guardare questa serie con la luce accesa.

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Written by Elisa Frassinelli

Vivo in bilico tra libri, università e serie tv. Nel tempo libero cerco di avere una vita sociale e non diventare schiava del mio gatto (fallendo, ovviamente). Un altro dei miei passatempi preferiti è cercare di non implodere quando ho appena finito una stagione ma ho solo me stessa con cui parlarne.

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