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After Life 2 – Convivere con il dolore

After Life

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla seconda stagione di After Life!

L’attesa è stata ripagata. Il 24 aprile la seconda stagione di After Life ha finalmente fatto la sua comparsa nel catalogo di Netflix per la gioia di tutti gli appassionati di Ricky Gervais e della sua incredibile dramedy. Curiosità, speranza e alte aspettative hanno orbitato intorno a questa produzione sin dal momento del suo annuncio, insieme a una punta di stupore: inizialmente il comico non aveva previsto alcun seguito per la miniserie.

La seconda stagione riuscirà a mantenere gli standard qualitativi della prima? Quale sarà lo sviluppo dei personaggi? After Life rimarrà fedele a se stessa e alla sua natura? Queste e molte altre sono le domande che sorgono spontanee e a cui nella nostra recensione, ora, cercheremo di dare una risposta.

After Life: dove eravamo rimasti

After Life

La prima stagione di After Life, con i suoi sei episodi, racconta la tragica storia di Tony (Ricky Gervais), giornalista nella piccola redazione locale, che conduce una vita felice con sua moglie, Lisa, e il loro cane, Brandy. Quando l’amore della sua vita muore di cancro, Tony si ritrova sull’orlo del baratro e reagisce al lutto con una miscellanea di schietto cinismo e pensieri suicidi. Solo Brandy e i video registrati da Lisa prima di morire riescono a tenerlo ancorato al mondo reale. Nei primi sei episodi il protagonista intraprende un percorso di elaborazione della perdita, accompagnato da amici vecchi e nuovi che, un passo alla volta, riusciranno a dimostrargli che la sua vita non è ancora finita.

La prima parte termina con un finale aperto colmo di speranza e di poesia che sembra spianare la strada a mille possibilità. Tuttavia, nella seconda stagione non incontriamo un Tony radicalmente cambiato, solare e pronto ad aprirsi al mondo. Troviamo invece un uomo ancora distrutto, intrappolato in un loop di sofferenza tanto atroce quanto comune. After Life 2 potrebbe dare l’impressione che nulla sia cambiato, ma in realtà si tratta di un viaggio di crescita e introspezione in cui anche il più minuscolo cambiamento ha valore. Perché il dolore non si cancella con una passata di spugna. Ed è giusto così.

Ferite che non si rimarginano

La seconda stagione della serie, anch’essa composta da sei episodi dalla durata di mezz’ora, si riallaccia agli eventi immediatamente precedenti. Tony è sempre alle prese con la sua classica routine: le passeggiate con il cane, il lavoro al giornale, le chiacchierate con Anne sulla panchina del cimitero, le tristi serate in compagnia di una bottiglia di vino e dei video della moglie defunta. Il suo piccolo universo non è cambiato e il personaggio ha mantenuto quella classica schiettezza “alla Gervais” che ormai ben conosciamo, seppur con qualche variazione.

Vediamo Tony attraversare le varie fasi del lutto e passare dall’ira incontenibile della prima stagione a ciò che viene definito “patteggiamento” o “negoziazione”. Lisa è una presenza sempre costante nella vita dell’uomo, il quale però comprende di non poter incolpare il mondo intero della morte di lei. Egli adotta dunque un approccio nuovo, sempre sarcastico ma meno violento, per riappropriarsi degli affetti e di un briciolo di normalità. La tristezza, la desolazione e la disperazione esistono ancora e sono tangibili, ma Tony non le accoglie più in modo passivo-aggressivo, cercando di ritrovare se stesso in mezzo alle macerie lasciate dalla scomparsa della moglie.

La scrittura di After Life 2 è coerente, matura e soprattutto efficace. La sofferenza viene dipinta in modo intimo, ordinario e pacato: ciò rende il tutto più verosimile, perché questo genere di male non tende all’eccesso e non richiede scene madri, ma spesso si realizza nell’alienazione, nei pianti soffocati e nello strazio che non può essere raccontato. L’interpretazione di Ricky Gervais, che qui accantona un po’ (ma non del tutto) il suo cupo umorismo, riesce a trasmettere ogni emozione in modo sempre più profondo e coinvolgente, ricordandoci che il dolore non è una linea retta, né una cicatrice: è più simile a una ferita ricucita male, pronta a riaprirsi in qualsiasi momento.

L’importanza di aiutare il prossimo

After Life

L’apertura di Tony nei confronti del mondo circostante è uno dei punti focali di questi nuovi episodi. L’egoismo della propria condizione lascia lentamente spazio all’empatia e al desiderio di aiutare le altre persone. La serie sposta dunque l’attenzione su un’ampia sfera di personaggi secondari, le cui vicende si intrecciano a quella del protagonista. Questa rete di relazioni si rivela fondamentale per diversi motivi.

In primo luogo, il fatto di concentrarsi sui problemi altrui, dando consigli e supporto, permette a Tony di sentirsi utile, di ridefinirsi all’interno di un ruolo e di restituire il bene che gli è stato fatto. Vi è poi da considerare queste interazioni come uno “specchio” con cui l’uomo impara a riconoscere il dolore non come qualcosa che appartiene esclusivamente a lui, ma che accomuna tutti in molti modi differenti. La sofferenza può avvicinare le persone, stabilire dei legami, riassestare gli equilibri.

Seguendo questa linea, Tony fa del suo meglio per prendere le redini di ogni situazione, intervenendo per cambiare lo status-quo ogni volta gli sia possibile: lo vediamo combinare un bizzarro appuntamento tra Roxy e Pat, il postino senzatetto, sostenere suo cognato, il quale si trova nel pieno di una crisi sentimentale, o prendere dei caffè “terapeutici” con chiunque abbia bisogno di qualcuno con cui parlare.

La rana e lo scorpione

Le conversazioni con Anne (interpretata da una magnifica Penelope Wilton) al cimitero rimangono una costante nell’andamento dello show, e offrono alcuni dei principali momenti di riflessione. Di grande impatto, in particolare, è il momento in cui la donna cita la favola della rana e dello scorpione: quest’ultimo convince la rana ad aiutarlo ad attraversare il fiume, ma durante la traversata la punge ed entrambi annegano. La natura dello scorpione prevale su ogni buon senso. Tony crede che Anne lo stia paragonando all’artropode velenoso, probabilmente riferendosi ai suoi comportamenti spesso meschini e nocivi, ma si sbaglia.

In realtà Tony è la rana. Non riesce a venire a patti con la semplice, istintiva crudeltà del mondo che lo circonda, e crede che “trasportare lo scorpione sull’altra sponda del fiume” sia una mossa saggia, in quanto nell’interesse di entrambi. La verità è che il dolore, la morte e le tante ingiustizie della vita non hanno senso e non fanno sconti a nessuno. Perché è questa la vera natura delle cose e l’unico modo per essere in pace con se stessi è comprenderla e accettarla.

In questo frangente, anche le chiacchierate sulla panchina assumono un aspetto diverso. Come lo stesso Tony scherzosamente ammette, esse paiono più delle sedute di terapia, in cui la vedova veste più i panni della coscienziosa consigliera che dell’amica comprensiva. Sono conversazioni a senso unico, finché il protagonista non si rende conto dell’effettiva solitudine di Anne, e si propone l’obiettivo di fare qualcosa per aiutare la donna che, con delicatezza e pazienza, ha saputo ascoltarlo.

It goes on

Quando l’ennesima tragedia consuma l’esistenza di Tony e suo padre, Ray (David Bradley), viene a mancare, il precario equilibrio acquisito in precedenza crolla. Il peso del mondo torna a gravare sulle sue spalle, mentre gli affetti svaniscono uno dopo l’altro e le certezze che lo tengono ancorato al mondo diminuiscono di giorno in giorno. Anche Emma (Ashley Jensen), l’infermiera che era riuscita a riportare un barlume di luce nel cuore del protagonista, sembra essere più lontana che mai. Eppure saranno proprio lei e la sua comprensione a salvarlo, una volta giunto al punto di non ritorno.

In After Life 2 Ricky Gervais si dimostra per il genio sovversivo che è: sceneggiatore, regista e attore magistrale, egli riesce ad armonizzare ogni minimo dettaglio, regalando allo spettatore un prodotto di grandissimo impatto. A un cast d’eccezione si aggiungono la maestria di Martin Hawkins, le cui riprese creano un’atmosfera perfetta, luminosa e limpida come la speranza, e la grande abilità del compositore Andy Burrows, il quale riesce a valorizzare il silenzio tanto quanto la musica.

Infine, una conclusione al cardiopalma e densa di emozioni ci fa capire che il peggio non è passato, e che i pensieri suicidi si celano ancora dietro l’angolo. Ora, però, sappiamo anche che esiste una via d’uscita (e che somiglia un po’ al film Ricomincio da capo). Tutto ciò che Tony può fare è trarre un profondo respiro e provare a convivere con il proprio dolore. Come direbbe Robert Lee Frost: si va avanti.

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Written by Alessia Agazzi

Provate ad immaginare una volpe un po' cinica, con la penna sempre in mano e una terribile ossessione per i futuri distopici. Ora supponete che sia anche una divoratrice compulsiva di serie tv, e che casualmente si ritrovi a far parte di questo mosaico di storie che è Hall of Series. Se ci riuscite, mi avete già beccata.

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