Attenzione: sono presenti spoiler su Widow’s Bay.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Amare il genere horror è un’arma a doppio taglio. Se da una parte i film e le serie dell’orrore sono in grado di far muovere delle corde della nostra sfera psicoemotiva che poche altre cose riescono anche solo a sfiorare, dall’altra oggi come oggi è sempre più raro metterci davanti a horror che possiamo davvero definire tali. Tanti, troppi sono gli horror che hanno tentato di esserlo senza successo, le copie di copie di un genere in cui ciò che è stato già visto, per forza di cose, non fa più paura. In tanti horror non c’è novità, non c’è anima. Per fortuna però ci sono anche prodotti che, in qualche modo, svoltano la situazione. Anche quando sono serie tv che non ti aspetti: serie come Widow’s Bay.
Facendo zapping su Apple TV e vedendo la categorizzazione di Widow’s Bay come Commedia, tutto potrebbe sembrare fuorché “un atto d’amore verso il cinema horror”. E il bello sta proprio qui, in questa inaspettata funzione e nell’altrettanto inaspettata struttura narrativa che questa serie ci mostra e di cui ci fa fruire. La serie è l’unione perfetta tra horror e comedy, due generi che raramente vediamo insieme e che ancora più raramente insieme vediamo funzionare bene. Non è una parodia, che gli ormai tanti Scary Movie hanno già fatto in abbondanza. È un omaggio, un ossimoro perfetto in cui horror e commedia convivono con convinzione. E, in quanto tale, un’opera rara.

La storia è semplice.
In un’isola che nell’epoca dell’overtourism e dei travel influencer continua a essere praticamente invisibile al mondo, un sindaco con molto più spirito imprenditoriale di quello degli abitanti che governa aggancia un giornalista per pubblicizzare questo piccolo angolo di paradiso (o di inferno?) al mondo intero. Proprio nel momento in cui ci riesce, però, misteri e stranezze di un luogo non del tutto trasparente cominciano a venire a galla con una frequenza e una varietà inaspettate. Coincidenze o chiaro rapporto causa-effetto? Lascio a voi la non troppo misteriosa risposta. Fatto sta però che Widow’s Bay non è l’isola pacifica che pretende di essere.
La bellezza e il significato più intrinseco di Widow’s Bay cominciano a manifestarsi insieme ai suoi misteri grazie a una scelta chiara: quella di non focalizzare l’attenzione su una storia sola, su un’unica tipologia di Male, su una sola avventura che si ripete ancora e ancora. La serie dà spazio a personaggi differenti, scoperte differenti e differenti tipi di minacce. È un potpourri di tutto ciò che abbiamo visto e amato nel cinema horror, di sottogeneri diversi e delle relative opere che li hanno segnati. E – lungi dall’essere percepito come too much – è proprio nell’ottica dell’omaggio a un genere spesso sottovalutato che tutto funziona perfettamente.
Guardando Widow’s Bay con un occhio tendente al passato del cinema, ci troviamo di tutto.
C’è il mistero dell’isola di Shutter Island, con tanto di dubbio tra chi sia consapevole e chi no. Ci sono gli alberghi di Shining, Psicho e del più recente 1408 (un film che – aperta e chiusa parentesi – trovo più che sottovalutato). C’è la storia secolare di predicatori e religiosi dai dubbi intenti, che abbiamo visto in The Witch e in infiniti altri film in cui il concetto di rituale è parte dell’esperienza. A fare capolino c’è addirittura un pagliaccio assassino in stile IT. E allora, vi chiederete voi, con tutto questo riferimento all’horror cos’è che rende Widow’s Bay una commedia? Cos’è che fa di questa serie non un horror ma un omaggio al genere?

Per quanto in misura differente tra un episodio e l’altro, è la consapevolezza dei personaggi a fare la differenza. Diversamente dagli horror in cui il punto di vista – e quindi quello in cui noi ci troviamo – è solitamente quello della vittima sacrificale, della persona ignara che si ritrova in qualcosa di più grande di lui/lei, in Widow’s Bay la situazione è un po’ diversa. I personaggi sono più consapevoli, meno vittime e più a loro modo parte della storia. Hanno misteri da scoprire ma contemporaneamente ci sono dentro tanto quanto i mostri che combattono. E la prendono con un’ironica filosofia.
Si rendono conto di quanto alcune situazioni siano assurde, ripetono pattern che abbiamo visto calcare da tanti personaggi prima di loro: Rachel in The Ring, Annie in Hereditary, Dani in Midsommar. E guardano se stessi e chi hanno intorno con la faccia dubbiosa che abbiamo anche noi quando vediamo il personaggio di un horror fare qualcosa di surreale che noi al posto suo non faremmo mai.
Queste presenze – in questo modo – sono ciò che rende Widow’s Bay così necessario.
Forse non per tutti, ma certamente per chi come me l’horror ce l’ha un po’ nel sangue. Dall’unione tra paura e ironia, tra voglia di coprirsi il volto con un cuscino e di ridere a crepapelle, è nata una serie capace di portarci nostalgia e speranza insieme. Nostalgia per i grandi classici dell’horror, quelli nati quando l’intrattenimento poteva spaventare ancora più della realtà. Speranza nel fatto che questo possa tornare a succedere.






