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Il pilot di Westworld è tutto ciò che vorremmo da un pilot

In un’epoca in cui si è ampiamente affermata la concezione di serialità così come la HBO ha contribuito a realizzarla, è sempre più difficile proporre contenuti veramente innovativi. Nel momento in cui anche le reti generaliste, affiancandosi alle piattaforme on demand, hanno saputo adattarsi al cambiamento sperimentando nuovi linguaggi e strutture narrative, gli Oz, i The Sopranos, i The Wire, i Sex & The City hanno smesso di rappresentare l’eccezione nel panorama telefilmico. In altre parole per la HBO è diventato complicato imporsi come HBO.

Malgrado Game of Thrones abbia mantenuto l’emittente in auge, la sua conclusione non è così lontana e il flop – almeno dal punto di vista degli ascolti – di Vinyl richiedeva una nuova sfida per salvaguardare la percezione di emittente più rivoluzionaria del piccolo schermo, che noi tutti abbiamo imparato ad attribuirle. Quella sfida è Westworld, sulla cui riuscita il servizio di Tv via cavo ha puntato gran parte delle fiches rimastegli.

E Westworld aveva il dovere di colpire sin dal primo episodio oltre ogni immaginazione.

Westworld

Le aspettative di fronte a un pilot sono fortemente influenzate dalle informazioni antecedenti alla visione: la bozza di trama, il cast, il trailer, i lanci promozionali. Nel caso di Westworld abbiamo una tematica affascinante già abbozzata nella pellicola da cui è tratto, un parco attoriale di primissimo livello, uno dei più visionari showrunner in circolazione e tanto altro ancora. Una buona base di partenza per accrescere l’hype insomma, c’era eccome. Ciò ha inevitabilmente reso più arduo tentare rispettare le attese.

Eppure Westworld è riuscita nel suo intento. È una sigla ipnotica e struggente – firmata naturalmente da Ramin Djawadi – a immergere lo spettatore nel mood della Serie, stabilendo il tono che, come vedremo di lì a poco, caratterizzerà la Serie stessa. L’aulicità della musica rappresenta anche il primo climax di Westworld, con un’attesa che cresce al crescere dell’intensità del suono, tramutandosi quasi in ansia.

Ed ecco che siamo online, con il punto di vista di Dolores che diventa il nostro. Quello che ci si para davanti è un mondo enigmatico e ambivalente, popolato da intelligenze artificiali straordinariamente realistiche nelle loro fattezze umane e da turisti che possono abusare degli androidi nel modo che preferiscono. Tutto è concesso in questo scenario western, nel quale si annida la prima sostanziale differenza dal film omonimo.

Se Il Mondo dei Robot adottava, infatti, un taglio grottesco e dinamico, l’approccio di Westworld appare, come dicevamo poc’anzi, solenne e riflessivo.

Westworld

Eppure cenni dell’opera di Michael Crichton sono rintracciabili nell’ambientazione, passata al setaccio da una sequela di establishing shots e di campi lunghi, che richiamano uno stile più cinematografico che televisivo. Per il resto è facile trovare attinenze con Jurassic Park (non a caso tratto da un romanzo dello stesso Crichton) in cui il tema della ribellione delle macchine, sotto il controllo di un creatore affetto dal complesso di Dio, viene percepito in una chiave di lettura inedita.

La visione di Westworld, per mano dei suoi ideatori, è, se possibile, ancor più ambiziosa di entrambi i riferimenti sopra citati. Si vede come Nolan abbia attinto a piene mani dall’immenso repertorio che la fantascienza pregressa metteva a sua disposizione, compresa la sua Person of Interest – in cui già aveva conferito un’anima all’AI – concependo androidi capaci di provare emozioni, con sembianze umane e, soprattutto, dotati di memoria (non dissimili dai Cylon di Battlester Galactica).

Man mano che si procede nella visione ci si rende conto, inevitabilmente, dell’importanza strategica di avere attori di un certo livello.

Sarebbe scontato aggiungere qualcosa riguardo alla prova offerta da Anthony Hopkins, anche a ottant’anni suonati dotatodi una presenza scenica impressionante, ma la sua alchimia, apparsa subito evidente, con Jeffrey Wright merita comunque una menzione. Alla stregua di Evan Rachel Wood in un ruolo, quello dell’androide Dolores, ricco di simbologia afferente soprattutto al mondo delle fiabe.

Un discorso a parte riguarda Ed Harris, nei panni dell’Uomo in Nero. Chi ha visto Il Mondo dei Robot non può non pensare, ammirandolo, al Gunslinger di Yul Brinner nel film di Crichton. Per quanto le caratteristiche fisiche lo ricordino, Harris dà la propria anima al suo personaggio, acciocchè le due figure appaiono agli antipodi caratterialmente: silenzioso e penetrante quello di Brinner, tumultuoso e appariscente quello di Harris. Senza tener conto che l’Uomo in Nero non è nemmeno un androide.

Se, insomma, questo tentativo emerge in maniera nitida il merito è tutto di una sceneggiatura in cui nulla è lasciato al caso. E qui arriviamo al nocciolo della questione.

La somma delle parti fa il totale. Il pilot di Westworld adotta, pertanto, un approccio olistico, rielaborando elementi a noi conosciuti (ad esempio, il personaggio di Dolores è un palese richiamo ad Alice nel Paese delle Meraviglie) e in maniera del tutto nuova. Ogni figura è ben definita e ha il suo spazio in circa un’ora (tanto dura la 1×01), sicchè da un lato l’episodio può essere considerato autoconclusivo, proprio come se fosse una puntata di Black Mirror; dall’altro c’è inevitabile curiosità per conoscere lo sviluppo della storia, dalla ribellione di Dolores al mistero che avvolge Robert Ford.

Chi vi scrive ha amato da impazzire il prosieguo della prima stagione, ma esiste anche chi, legittimamente, non ha apprezzato le restanti puntate. Risulta davvero difficile, tuttavia, trovare qualcuno che sia rimasto indifferente al pilot, tanto è devastante la potenza delle immagini, abbinata a quella de suoni (verso la fine si può ascoltare un’eccellente versione al piano di Paint It Black).

Sospendiamo, pertanto, il giudizio complessivo sulla prima stagione e soffermiamoci sul solo incipit. Questo è quello che noi vorremmo trovare sempre in un pilot, specialmente se di una Serie così ambiziosa: una gioia per gli occhi, capace destare meraviglia e curiosità in tutte le sue componenti. In sostanza, se la HBO aveva bisogno di una nuova sfida, presentando in questo modo Westworld, non poteva che fare centro.

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Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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