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Vita da Carlo è una scommessa vinta?

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Vita da Carlo è la serie tv di Amazon Prime che racconta, in maniera leggera ma non superficiale, il dietro le quinte della vita di uno degli attori/registi italiani più famosi: Carlo Verdone.

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Regista e sceneggiatore di film conosciutissimi e divenuti pietre miliari della cultura pop, tra cui: “Un sacco Bello“, “Viaggi di nozze“, “Gallo Cedrone” e famoso per i suoi “personaggi“: Ruggero, Furio, Ivano (e molti altri), di Verdone si conosce tanto; questi si è già rappresentato nei suoi film, teoricamente mai come sé stesso, in pratica, sempre come sé stesso, ed è, a ragion veduta uno dei più efficaci ritrattisti della nostra società.

Vita da Carlo è un prodotto difficilmente catalogabile, non possiamo definirlo documentario, non è una sit-com nonostante la durata tipica della stessa; la nuova opera di Amazon Prime potrebbe essere definita come una serie in cui Carlo Verdone mette in scena sé stesso, stavolta senza la maschera dei personaggi.

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In questa serie si mostrano, in maniera estremizzata, gli alti e bassi: familiari, emotivi, lavorativi e sociali di un uomo che grazie al suo talento e al suo modo di raccontare è divenuto, volente o dolente, una vera e propria icona di una città, Roma, che si affida a pochi “eroi” per cercare di essere salvata: dalla immondizia, dalle buche, dal traffico, dalla malinconia ed infatti quello che viene chiesto maggiormente a Verdone, oltre ai selfie è: “facce ridere”.

L’eroe Verdone sembra soccombere solo a quello che negli anni è diventata una vera e propria divinità per i romani: il Capitano, Francesco Totti, perché in Italia, l’arte e la cultura piacciono, regalano piacere e sollievo agli animi affranti ma il calcio sembra essere la panacea da tutti i mali.

Un regista tanto amato avrebbe potuto pensare di fare un film autobiografico in cui raccontare come la vita di una persona famosa, assurta al ruolo di icona di una città, nasconda grosse complessità e invece Carlo Verdone sceglie la strada delle piattaforme streaming, del formato “serie tv”, dimostrando di non aver paura di modificare la formula vincente, di sapersi adeguare ad un mondo che cambia, di volersi confrontare con nuove modalità espressive.

Panta rhei, diceva Eraclito, e Carlo Verdone, amante della cultura greca e latina, lo sa bene e, se per diffondere arte non si può andare al cinema, ci si adatta.

Vita da Carlo

Abbiamo già recensito Vita da Carlo qui, in questa sede ci domandiamo se sia una scommessa vinta.

Siamo abituati a criticare i film e le serie italiane e purtroppo, salvo rare eccezioni, negli ultimi anni siamo stati sommersi da prodotti sempre uguali, con gli stessi attori, la stessa trama, la stessa luce, le stesse inquadrature.

Vita da Carlo ha il pregio di mettere in scena attori molto bravi che non partecipano, solitamente, a produzioni mainstream e di dare spazio a nuovi volti veramente promettenti, il tutto con una città sempre incantevole, sebbene meno lucente, sullo sfondo.

Tra gli attori noti ci sono; Max Tortora, Andrea Pennacchi, Monica Guerritore, i camei di Roberto d’Agostino, Paolo Calabresi, Alessandro Haber e poi ci sono due talenti da tenere d’occhio; Caterina De Angelis, che interpreta la figlia di Verdone e che nella vita è la figlia di Margherita Buy ( ed è il caso di dire “tutta sua madre”) e il talentuoso e simpatico Antonio Bannò che interpreta il fidanzato “a scrocco”.

Roma è l’altra protagonista di questa serie, si vede nella bellezza dei suoi tetti, si vede nel modo di parlare, di approcciarsi alla vita di Carlo che è uno dei simboli della città stessa.

In Vita da Carlo sono presenti temi a noi vicinissimi, riusciamo ad immedesimarci nel personaggio nonostante lo stesso sia un attore famoso che vive in un appartamento gigantesco con terrazza che affaccia su tutta Roma.

Ognuno di noi può ritrovare nella serie frammenti della propria vita: dalle beghe domestiche agli amici in perenne crisi coniugale. Possiamo capire cosa si prova quando si è fan, il desiderio smodato di avere un selfie con la propria celebrità preferita, il volere che la stessa faccia sempre e solo quello che a noi piace, che ci fa stare bene.

Ed è proprio nel momento in cui l’attore sembra essere circondato dalla folla adorante, che chiede selfie e personaggi, che si manifesta la sua solitudine, condizione dettata dalla mancata immedesimazione che gli altri provano nei confronti della sua condizione di persona perennemente esposta.

Carlo Verdone, ridendo, mette in scena una crisi che può essere traslata in ogni ambito lavorativo: il volersi sperimentare in un campo diverso dalla “comfort zone” ma l’essere bloccato dalla paura del fallimento e dalla società stessa che difficilmente accetta il cambiamento. Emblematico è il ruolo del suo produttore che, nel momento in cui Verdone gli racconta della volontà di fare un film d’autore, introspettivo, glielo boccia veementemente perché il pubblico “vole ride” e gli propone la versione âgée di “Viaggi di Nozze“. “Tutto cambia perché nulla cambi” diceva Tomasi di Lampedeusa.

Questa crisi personale si manifesta anche nel voler fare attivamente qualcosa per la propria città che, nonostante la bellezza indiscutibile, ha più di un problema. Anche in questo caso Carlo Verdone si mostra umano, uno di noi; quanti di noi si preoccupano per la lotta al cambiamento climatico, per le fasce più deboli della popolazione, vorremmo fare qualcosa, ma poi torniamo alle nostre consolidate abitudini?

La serie scorre piacevolmente e si presta al “binge watching” con gag dal sapore classico sullo sfondo di una Roma bellissima ma stanca ed invecchiata, con una recitazione talvolta marcata eccessivamente.

La trama non procede a ritmo serrato, non ti lascia col fiato sospeso e con la voglia di scoprire l’ennesimo colpo di scena (che non c’è), ma si lascia vedere e finisce prima del previsto, come una cena fra amici di vecchia data, in cui si racconta il presente e si ricorda il passato.

Come ogni cena da “compagni di scuola”, però, è sempre presente qualche dramma che magari non si racconta esplicitamente ma trapela da discorsi che non vogliono mai sfociare nel “troppo pesante”.

E così ci sembra questa serie: divertente e dolceamara; non è tutto oro quello che luccica: la vita di un personaggio pubblico per certi versi è privilegiata ma per altri non è mai proprio sua; è sempre di qualcun altro: la famiglia, il pubblico, i produttori, la critica.

Tra le cose negative invece possiamo annoverare il fatto che in Vita da Carlo ci sia molto Verdone e poco Carlo; manca e sarebbe stato bello vedere come si sviluppa il processo creativo e come lo stesso debba necessariamente mettere da parte la sua personalità accondiscendente per far filare tutti dritti su un set.

La scrittura di Vita da Carlo è molto controllata: manca il ricorso alle regole delle sit-com che avrebbero dato maggiore ritmo all’intera produzione che, invece, è più simile a quello cinematografico .

Eccessive sono le iperboli usate nella narrazione ed in alcune scene, ma sono funzionali al clima quasi surreale che si respira in molti momenti della produzione.

Tutto sommato, però, Vita da Carlo è una scommessa vinta.

Ha mostrato, per citare l’amatissima Boris, che un’altra televisione è possibile; quella in cui si intrattiene con garbo, evitando le solite battute scontate alla Martellone, e con la grazia e l’ironia di un autore che conosce molto bene i suoi vizi e le sue virtù e che è altrettanto consapevole di cosa il pubblico vuole vedere da lui.

Noi inguaribili romantici stiamo qui a filosofeggiare ma alla fine, come sempre, sono i numeri a parlare: a pochi giorni dalla sua uscita su Amazon Prime Video la prima volta di Verdone nel mondo delle serie tv, è già diventata un fenomeno di costume: i numeri delle riproduzioni sono ragguardevoli, sono state fatte maratone di binge watching, sono nati gruppi Facebook alla “daje Carlo“, infiniti Twit, 58 milioni di risultati su Google e già si parla di una seconda stagione.

E allora meglio una Vita da Carlo o cento vite da Verdone?

Scritto da Valeria Maria Pane

Nemica del doppiaggio.
Paladina dei personaggi che non si fila nessuno.
Avrei voluto essere Serena van der Woodsen ma mi sento più la Tata.

E voi: "Cosa ne pensate della qualità?"

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