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Unbelievable: la nuova serie Netflix ci dà una dura lezione

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Non è raro che le vittime di stupro si trovino a fare i conti, oltre che con il dolore provocato dall’esperienza traumatica che hanno vissuto, anche con il dubbio e l’incredulità di chi non riesce a credere alla loro versione. Una situazione piuttosto frequente nella realtà che Netflix ha deciso di documentare attraverso una miniserie (non perdetevi anche queste) di 8 episodi. In Unbelievable non c’è nulla di inventato o di prestato alla fiction, tutto parte da una storia vera, quella dell’adolescente Marie Adler, raccolta e raccontata dai giornalisti Christian Miller e Ken Armstrong nell’inchiesta An unbelievable story of rape.

Marie è un’adolescente di Seattle con poche primavere sulle spalle e un passato difficile di affidi familiari andati male. Ospite di un centro d’accoglienza, viene stuprata da un uomo mascherato, che le lega gambe e polsi e, minacciandola con un coltello, le scatta delle fotografie compromettenti. La serie si apre proprio con la sua prima confessione: non servono battute o gesti eclatanti, gli occhi vuoti di un’intensissima Kaitlyn Dever bastano a farsi squarciare dall’angoscia di una diciottenne che non riesce a rassegnarsi davanti all’ennesima sofferenza da ingoiare. Ancora ignara della spirale di dolore in cui sarebbe stata catapultata, spinta anche da chi sembrava volerle bene. 

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Perché quella deposizione sarà solo l’inizio di una gogna che la porterà a contraddirsi per non perdere la fiducia delle poche persone che le hanno fatto da famiglia.

Perché le sue prime parole saranno soltanto l’inizio di un ricatto psicologico che la prosciugherà fino a sentirsi in colpa per essere stata violata e che la porterà a rifugiarsi nel pensiero di porre fine alla propria vita per sfuggire da quelle ombre. Nessuno le crede, nessuno ha il cuore di interrogarla smettendo le vesti dell’investigatore e indossando quelle di uomo, di padre o di amico, nessuno realizza quanto quella ragazza, sola nella sua fragilità, scomoda in una sporcizia che la terrorizza, abbia bisogno di empatia e comprensione più che di diffidenza e disappunto.

Quello che colpisce di Unbelievable, di primo impatto, è proprio questo: costretta a rivivere più e più volte uno scenario che l’ha distrutta, la vittima dell’abuso viene colpevolizzata da chi cerca ragioni plausibili a qualcosa che ragioni plausibili non ne ha e non può averne. Gli ispettori non si fermano a pensare che la confusione di Marie sia un’arma di difesa per non ricordare più gli occhi crudeli del suo aggressore, il dolore delle stringhe che le hanno tagliato i polsi o i flash di una macchina fotografica che ha rubato il suo lato più intimo. Anzi: pensano che l’incongruenza delle varie versioni non sia altro che il segno palese di un’invenzione bella e buona, del tentativo di una diciottenne capricciosa e desiderosa di avere delle attenzioni.

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Come se, per ricevere attenzioni, una persona pensasse anche solo lontanamente di mettere in scena una violenza.

Tutto cambia a partire dal secondo episodio. La magia del flashback ci porta via da Lynwood e ci allontana momentaneamente da Marie. Il tempo è passato, veloce, velocissimo. Tre anni dopo l’aggressione, infatti, una detective di Denver, Karen Duvall (interpretata da una grandiosa Merrit Wever), si trova a indagare su un altro caso di stupro. La vittima è sempre una giovane universitaria, il modus operandi non è cambiato: maschera, coltello, stringhe, fotografie. Ci sembrerebbe quasi di rivedere in loop le stesse scene, se non fosse per alcuni particolari che fanno la differenza. La ragazza non affida il suo dolore a due poliziotti che la trattano da carnefice ma a una persona che l’ascolta senza giudicarla, che la interroga senza puntarle la luce bianca sul viso. Che riesce a conquistare la fiducia di qualcuno che non ha più le forze di fidarsi di nessuno, neppure di se stessa. La differenza non la fa il sesso, non è automatico che gli uomini manchino dell’approccio giusto per manovrare con delicatezza le lacrime, l’angoscia, la sofferenza, come non è automatico che le donne ne siano provviste.

Quello che cambia è quanta umanità si mette in gioco. E quella non la fa la genetica ma il desiderio di provare a mettersi nei panni dell’altro e di non dare spazio alla disattenzione.

L’umanità e l’intuito saranno proprio la chiave di volta che permetterà alla Duvall di ricostruire, pista dopo pista, l’identità di uno stupratore seriale che, tra un’indagine e l’altra, continua a distruggere vite e a collezionare altre aggressioni. E, soprattutto, a metterlo in cella. Ma non sarà sola in questo rollercoaster. Indizi e ricostruzioni la porteranno a condividere la missione con l’ispettrice Grace Rasmussen (interpretata da Toni Collette), da anni impegnata a mettere insieme i pezzi di aggressioni e molestie che sembrano avere esattamente le stesse coordinate di quelle su cui lavora Karen. In un percorso fatto di piccole vittorie e cocenti frustrazioni, le due riescono a fare fronte unito e a vincere. Dimenticate la competizione, la rivalità, dimenticate i cliché a cui buona parte della serialità ci ha sempre abituati rispetto alla descrizione e messa in scena dei rapporti tra donne: Karen e Grace non guardano in faccia nessuno ma si guardano negli occhi e camminano fianco a fianco, coraggiose, determinate e, soprattutto, umane.

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Unbelievable non è affatto una serie semplice da guardare.

Lo stile utilizzato nella narrazione, le performance degli attori, fanno sì che lo spettatore non riesca mai davvero a tenersi fuori dalle vicende. E, alla fine di ogni episodio di Unbelievable, tutto ritorna a essere il contrario di quello che, all’inizio, sembra esser diventato certezza. La violenza sessuale non viene spettacolarizzata né trattata coi guanti bianchi. Anzi: viene rappresentata nella crudezza degli strascichi che lascia e nelle storie che scombina. Il ritmo è lento, talvolta fin troppo al punto che mantenere vigile e costante l’attenzione non è facile, ma il continuo passaggio da un punto di vista all’altro e la perfetta sincronizzazione tra un registro tendente al crime  e un linguaggio più vicino ai toni del drama, aiutano a non perdere il filo del discorso e ad arrivare fino alla fine.

Non so quanto le serie possano influenzare il corso delle cose o il modo con cui la società tende ad approcciarsi a situazioni delicate come quella vissuta da Marie Adler, ma mi piace credere che prodotti come Unbelievable, forse la migliore tra le novità settembrine del catalogo Netflix, siano in grado di offrire spunti su cui riflettere e nuovi occhi attraverso cui vedere e trattare determinate realtà. Soprattutto quelle che coinvolgono persone innocenti condannate a essere protagoniste di un destino che non hanno scelto.

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Written by Camilla Curcio

Chi mi conosce mi definisce un curioso ibrido tra Rory Gilmore, Rachel Berry e Meredith Grey. E, forse, non ha tutti i torti. Mi divido (a fatica) tra le pagine disordinate di taccuini pieni di parole, scaffali traboccanti di libri e l'infinito susseguirsi degli episodi delle mie serie tv preferite. Tre delle cose di cui sono più gelosa ma di cui potrei parlare fino a perdere la voce.

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