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Unbelievable, quando la verità fa male

Ci sono storie che raccontano eventi drammatici avvenuti a giovani protagoniste inermi che devono trovare la loro strada verso la giustizia, e poi c’è Unbelievable. Anche la miniserie prodotta da Netflix racconta il calvario di alcune donne – in particolare di una di loro – che devono tentare di riacquistare serenità mentre il corso della giustizia (non sempre lineare), rischia di farle sprofondare nel baratro.

La storia di Marie non lascia scossi solo per la freddezza del suo abuso o di quello delle altre sfortunate vittime che dividono il suo stesso destino.
A farci sentire tremendamente contrariati sono le modalità con cui la polizia valuta la sua aggressione.

Perché c’è una diversità sostanziale nella miniserie scritta e diretta da Susannah Grant rispetto a tante altre serie drammatiche che affrontano storie di abusi sessuali. In quasi tutte, le vittime sono protagoniste con cui empatizziamo subito, ragazze le cui vite comuni vengono improvvisamente spezzate da un gesto barbaro e feroce, e che lottano per ritrovare se stesse dopo lo shock.

In altre, le aggressioni che muovono le corde della storia, che siano poliziesche o drammatiche, sono a scapito di ragazze che a cause di vite sregolate, droga o conoscenze poco raccomandabili finiscono vittime di un crimine che credevano di poter evitare.

Qualunque sia la tipologia di vittima, noi spettatori sentiamo di doverla difendere e oltre a noi anche la storia ha un ruolo protettivo verso di lei, mettendole quasi sempre al suo fianco uno o più eroi pronti a ottenere giustizia nel suo nome.

unbelievable
Unbelievable

In Unbelievable questo non accade invece.

Almeno non nei primi ansiogeni episodi. Questo perché la vittima ci viene quasi fin da subito presentata come una bugiarda su cui grava una quantità di sfiducia e diffidenza notevole, soprattutto da parte di chi all’interno della storia la conosce bene. Lo spettatore capisce subito che Marie è una vera vittima eppure, nonostante sia infastidito dall’atteggiamento insensibile di quelle figure genitoriali o dei loro sostituti che la abbandonano a se stessa, non riusciamo a provare abbastanza empatia per lei.

Questo perché il personaggio di Marie a differenza delle altre vittime è sottilmente sgradevole e a tratti ci infastidisce pure. In alcuni passaggi della storia ci fa quasi dimenticare di essere vittima, e certe sue reazioni si coordinano troppo linearmente con il riflesso meschino che i suoi familiari adottivi proiettano di lei.

Ed è proprio qui che Unbelievable centra l’obiettivo, ponendoci davanti a un tranello in cui rischiamo di cadere inconsciamente.

Marie Adler non è la vittima che siamo abituati a trovare in una miniserie drammatica come questa. Non è una sventurata principessa caduta in balia di un orco che lotta per la sua resurrezione scoprendo quell’indole volitiva che non aveva ancor avuto bisogno di usare prima. Non è una vittima che diventa eroina di se stessa, né la stereotipata preda che finisce per innamorarsi del suo difensore (cliché visto e rivisto in moltissimi film del genere).

Marie Adler ci costringe a un’analisi ben più estesa con cui spesso, soprattutto nei casi reali di cronaca, alcuni evitano di misurarsi.
Se la vittima non ci piace, non ci ispira fiducia e si porta con sé l’onta della bugiarda, le offriamo lo stesso cordoglio che offriremmo alla più fragile, pura e indifesa delle vittime?

Il distacco emotivo e la tendenza a mistificare della protagonista (messa perfettamente a fuoco da Kaitlyn Dever) la rende meno incline a essere compatita?

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Unbelievable

Non abbiamo rischiato, fino all’arrivo delle inarrestabili detective Duvall e Rasmussen, di metterla da parte velocemente anche noi così come lei ha archiviato velocemente se stessa e ciò che le è accaduto?

L’efficace duo investigativo Wever-Collette e la loro tenacia professionale riescono a mettere insieme i pezzi di un puzzle sparso su un’intera nazione e così facendo ci aiutano a familiarizzare con un importante aspetto psicologico.

Quello che in un film o una serie in cui uno stupro da il calcio d’inizio in una partita tra polizia e colpevole, spesso viene poco verticalizzato a causa della mancanza di tempo o del bisogno di dare più spazio ad altre dinamiche. L’aspetto che mostra quello che viene dopo il trauma e la lenta risalita verso la china che deve fare una vittima per riuscire a riconoscere nuovamente quel corpo abusato come suo.

Una serie dal racconto asciutto e il messaggio potente che aprirà più di una mente.

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Written by Krizia Parrino

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