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The White Lotus è l’amaro ritratto del privilegio

The White Lotus è una serie ingannevole. Lo è fin dalla prima scena, un flashforward che proprio come in ogni thriller che si rispetti ci annuncia che c’è stato un omicidio, che è avvenuto qualcosa di misterioso e che i protagonisti sono inevitabilmente coinvolti. Eppure ecco il primo colpo di scena, talmente inaspettato che per rendersene davvero conto lo spettatore impiega diversi episodi, abituato com’è ai topoi della narrazione televisiva: The White Lotus non è affatto un thriller. Una rivelazione scioccante, che mette in discussione tutti i nostri preconcetti, come del resto la serie HBO non smetterà di fare per l’intera durata dei suoi sei episodi. Classificare The White Lotus, cercare di inserirla forzatamente all’interno dei canoni familiari della serialità, è un’operazione che ci accorgiamo gradualmente essere priva di ogni valore, perché l’opera di Mike White – già creatore di un prodotto avanguardistico e delicato come Enlightened – altro non è che una lenta, efficace e dolorosamente reale critica al lato oscuro del privilegio, soprattutto quando questo appartiene alla classe bianca e ricca statunitense.

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Ognuno dei protagonisti diventa allora un simbolo della decadenza morale dell’America, laddove anche i sentimenti che appaiono più reali non sono altro che il riflesso di una società marcia, l’ultima parvenza di un’umanità destinata a soccombere davanti all’interesse e alla preservazione del privilegio. In alcuni casi, come per esempio in quello di Shane (Jake Lacy), è subito evidente che ci troviamo davanti a un personaggio negativo, il classico rampollo di una famiglia bianca e molto benestante che non ha mai imparato il significato della parola “no” e che dunque non è in grado di accettare che i suoi desideri non vengano immediatamente soddisfatti. Per sei episodi vediamo Shane avere un unico pensiero in mente, un unico scopo nella vacanza: ottenere la stanza migliore del resort per la sua luna di miele, quella che aveva prenotato e pagato e che pertanto ritiene gli spetti di diritto. Il neo-sposo è talmente insofferente nel perseguire il suo obiettivo, talmente monotematico e pretenzioso che lo spettatore è istintivamente portato a sperare che fallisca platealmente. Eppure anche la costruzione del personaggio di Shane è un inganno, perché ci porta a istintivamente a odiarlo, a negare una doppia evidenza che non è facile accettare. Infatti, se solo lo spettatore riuscisse a essere oggettivo, si renderebbe conto che per quanto sia insopportabile, la crociata di Shane per ottenere la stanza per la quale ha pagato è effettivamente legittima, mentre dall’altra parte la presenza di un personaggio così apertamente – e apparentemente – negativo serve a rendere più difficile l’accettazione del fatto che quasi tutti i protagonisti di The White Lotus, con l’eccezione di Quinn e di alcuni membri dello staff del resort, sono avidi ed egocentrici, ma mascherano la loro reale indole con belle parole e finte crisi di coscienza.

È solo apparente l’interesse di Tanya McQuoid (una Jennifer Coolidge straordinaria, che ci regala la migliore performance della sua carriera) per Belinda, la direttrice della spa a cui la ricca e infelice Tanya promette una vita migliore, salvo poi dimenticarsene nell’istante in cui l’appoggio morale di quella che era diventata un’amica non le serve più. È invece reale il sentimento che lega Paula, l’unica tra gli ospiti del resort che ci vengono presentati a non essere bianca, al ballerino del resort The White Lotus Kai, ma la sincerità della ragazza è poco rilevante nel momento in cui le sue azioni portano il dipendente a finire in guai seri, da cui lei non può fare nulla per tirarlo fuori. Persino quando sembrano interessati ad aiutare i membri dello staff a fare un salto di qualità nella ripidissima scala sociale statunitense, i personaggi di The White Lotus finiscono invece per avvantaggiare solo se stessi e se costretti a una scelta sappiamo già che nemmeno considereranno l’alternativa che potrebbe anche solo rischiare di mettere in discussione la loro posizione fortemente privilegiata. E così, entro la fine dell’ultimo episodio, ognuno dei dipendenti del resort rimane con in mano un pugno di mosche, nonostante le promesse pervase da buone intenzioni di quegli stessi ospiti privilegiati che li avevano illusi di poter cambiare vita.

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La parabola di The White Lotus ricorda allora quella del romanzo “Il grande Gatsby” di F.S. Fitzgerald, che ormai quasi cento anni fa aveva descritto con la stesso spietato realismo la superficialità e allo stesso tempo l’intoccabilità della classe più alta della società americana (e che presto arriverà sui nostri schermi in versione seriale).

“Erano persone noncuranti Tom e Daisy. Schiacciavano cose e creature e poi si ritraevano nei loro soldi e nella loro immensa noncuranza.”

– F.S. Fitzgerald, Il Grande Gatsby

Proprio come Tom e Daisy Buchanan nell’opera di Fitzgerald, i protagonisti di The White Lotus si muovono sicuri in un mondo che sembra appartenere solo a loro, incuranti delle conseguenze che le loro azioni possono avere sugli altri, sicuri che la loro rete di protezione è tale da permettere loro di cadere sempre in piedi. Mike White dipinge allora una società che, nonostante i profondi sconvolgimenti politici, storici e sociali che hanno avuto luogo negli ultimi cento anni, è rimasta il feudo di un piccolo gruppo di individui egoisti che agiscono motivati dall’interesse, spietati nel cercare di escludere chiunque altro dall’accesso a quella cerchia esclusiva e profondamente privilegiata.

“Loro sono tutti marci tu da sola vali più di tutti loro messi insieme.

– F.S. Fitzgerald, Il grande Gatsby

E proprio come ne Il grande Gatsby vediamo Jay Gatsby stesso ricoprire il ruolo di outsider-insider, di personaggio liminale che è solo all’apparenza dentro a una classe sociale che invece non lo accetterà mai davvero, specularmente in The White Lotus è il personaggio di Quinn, ancora adolescente, che cerca di scappare da quel gruppo, di liberarsi da un privilegio che non sente suo e che lo costringerebbe a una vita che non vuole. Ecco allora che le parole di Fitzgerald su Gatsby non possono che descrivere perfettamente il personaggi di Quinn, soprattutto quando rapportato agli altri ospiti e alla sua stessa famiglia.

The White Lotus ha sorpreso tutti, ingannandoci fino all’ultimo istante.

Ci ha trascinati a fondo in un vortice di risate amare e disagio, di imbarazzo involontario e rabbia impotente. In soli sei episodi (ma presto arriverà una seconda stagione, con protagonisti e ambientazione completamente nuovi) ha saputo fare quello che nomi illustri della serialità non sono riuscita a fare in stagioni intere: descrivere senza filtri le contraddizioni di una società ipocrita che professa un cambiamento che non sarà mai pronta a rendere reale fino in fondo. Chi si aspettava una serie movimentata, chi ha creduto alle promesse di quei primissimi minuti di The White Lotus sarà forse rimasto deluso, ma chi ha avuto il coraggio di arrivare fino in fondo liberandosi da ogni preconcetto ha vissuto un’esperienza seriale talmente folle e allo stesso tempo realistica che difficilmente potrà essere replicata nuovamente sul piccolo schermo.

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