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Per un attimo, negli ultimi dieci minuti del settimo episodio di The Walking Dead: Daryl Dixon 3, abbiamo intravisto ciò che questa Serie Tv sarebbe potuta diventare se avesse scelto davvero di fare sul serio, dando concretezza alle prospettive suggerite nel primo episodio della stagione d’esordio. Era solo giugno, ma lo ricordiamo ancora con chiarezza: in quella prima recensione scrivevamo che, con ogni probabilità, questa nuova parentesi avrebbe concesso al personaggio di Daryl Dixon l’opportunità di conoscersi davvero, una volta per tutte, dall’altra parte del mondo, sperduto in un luogo ignoto.
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E lo sappiamo anche adesso, dopo che molta acqua è passata sotto i ponti: The Walking Dead: Daryl Dixon avrebbe voluto essere proprio questo, anche se le cose non sono andate come sperato. Ed è in mezzo a questo caos, spesso superfluo e costruito senza reale necessità, che il settimo episodio della terza stagione – in un preciso istante – ci ha offerto uno squarcio autentico di ciò che The Walking Dead: Daryl Dixon 3 sarebbe potuta diventare se solo si fosse davvero ascoltata. In quel dialogo finale tra Carol e Daryl si cela il vero senso di questo spin off: l’unica ragione narrativa che ne avrebbe giustificato l’esistenza, le sole storie che meritavano davvero di essere raccontate.
Lo dice Daryl stesso: è sempre fuggito, vittima di un’inquietudine costante che lo ha spinto a desiderare di essere altrove, ovunque tranne che nel luogo in cui si trovava. Un’ammissione che arriva dopo tre stagioni – di cui le prime due, purtroppo, profondamente fragili- e con un ritardo drammatico.
Se The Walking Dead: Daryl Dixon 3 avesse davvero dato spazio a tutto questo, probabilmente oggi le cose sarebbero andate diversamente. E invece, anche stavolta, chiudiamo il capitolo con l’amaro in bocca e un nuovo rimpianto a cielo aperto

A chiudere le porte della terza stagione (da adesso disponibile per intero su Sky e NOW) ci pensa Codron, il soldato francese che, da lontano, osserva la barca di Daryl andare in fiamme: anche questa volta non potrà tornare a casa. Come nella prima stagione, come nella seconda, e ora di nuovo nella terza. Carol e Daryl avrebbero dovuto accompagnare nuovi compagni verso la salvezza, ma ancora una volta nulla di tutto questo si è concretizzato. Le dinamiche si sono ripetute all’infinito, dando vita a un finale già scritto, identico a tanti altri.
Ancora una volta, tutto si è ripetuto: battaglie nel villaggio, scontri fisici, e personaggi da salvare come nel caso di Justina. Un copione consumato, privo di sorprese e completamente spoglio di colpi di scena. Tutto ha seguito le solite regole, usato gli stessi cliché narrativi, cucinato la medesima ricetta trita e ritrita: anche questa volta niente casa, anche questa volta niente barca.
Gli ultimi minuti, quelli in cui Daryl si abbandona a una riflessione profonda su se stesso, rappresentano a tutti gli effetti il rimpianto più grande di The Walking Dead: Daryl Dixon 3. Sarebbe stato potente vedere lo spin off affondare le mani in questo aspetto in modo autentico e strutturato. E invece lo abbiamo visto smarrirsi in trame ripetitive e personaggi privi di reale carisma, che non hanno fatto altro che trascinare verso il basso un prodotto che, almeno all’inizio, aveva fondamenta promettenti.
Una discesa che ha coinvolto anche Daryl e Carol: due personaggi che avrebbero dovuto essere al riparo da questo logoramento narrativo, e che invece si sono lasciati andare, stagione dopo stagione, fino quasi a perdere la loro identità, il magnetismo che li ha sempre resi unici. Quel che resta di loro in questa terza stagione lo ritroviamo a malapena negli ultimi minuti. Ma un dialogo, per quanto denso, non è sufficiente a salvare l’intera impalcatura. In questo caso, ha avuto solo il merito di ricordarci ciò che è andato perduto, ciò di cui The Walking Dead: Daryl Dixon 3 ci ha drammaticamente privati.

La prossima volta che vedremo The Walking Dead: Daryl Dixon sarà per l’ultimo saluto. Sapere che Carol e Daryl non siano riusciti a lasciare la Spagna preoccupa, perché questo potrebbe riportare in scena delle dinamiche già ampiamente esplorate, attraverso personaggi che, in un’intera stagione, non sono riusciti a restituirci nulla di rilevante. Nessuna vera caratterizzazione, nessun tratto distintivo, zero carisma. Solo il vuoto di uno spin off che rimane dieci passi indietro rispetto a ciò che avrebbe potuto essere e rappresentare.
Quel dialogo tra Carol e Daryl lo dimostra, ma allo stesso tempo mette in luce uno dei problemi centrali di The Walking Dead: Daryl Dixon 3: sapeva esattamente dove voleva arrivare. Aveva chiaro il senso del viaggio di Daryl, consapevole che si trattasse di una metafora esistenziale, un percorso verso la scoperta di sé. Ma non è mai stata in grado di tradurre questa intenzione in un racconto coerente, perdendo di vista il suo obiettivo e trasformandosi nel fantasma delle proprie ambizioni.
E ora che tutto è finito, l’inadeguatezza di The Walking Dead: Daryl Dixon rispetto ai suoi obiettivi narrativi risulta ancora più evidente. Non solo li ha smarriti per strada, ma ha dimostrato di non saperli nemmeno inseguire, fallendo nella realizzazione di ciò che aveva promesso: un viaggio simbolico e profondo attraverso cui Daryl potesse finalmente conoscersi, dopo una vita piena di domande e rare risposte, imparando a fermarsi, a non fuggire più.
Tutto ciò che ci rimane di questo viaggio introspettivo, però, sono scontri ripetitivi, personaggi completamente privi di carisma, confusione narrativa e l’oscuramento di due figure iconiche che hanno scritto la storia di The Walking Dead, qui ridotte a pallide ombre di ciò che erano. Questa ultima puntata non poteva risolvere da sola i problemi strutturali di un’intera stagione, ma è riuscita anche a peggiorare il quadro, mostrandoci con chiarezza tutto ciò che abbiamo perso. E tutto ciò che questa Serie Tv non è mai riuscita a diventare, ma avrebbe potuto essere.






