Vai al contenuto
Home » The Rainmaker

The Rainmaker – La Recensione del finale di stagione: vendetta, giustizia, verità

Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere. Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu. E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.

Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo. In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina. Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.

➡️ Scopri Hall of Series Discover

L’avvicinarsi del finale di stagione di una serie tv porta sempre con sé diversi punti interrogativi. Saremo soddisfatti oppure no? Sarà la vera chiusura di un cerchio o lascerà qualcosa in sospeso per i racconti a venire (o per la pura e semplice esistenza dell’incertezza nel mondo)? Ci farà crogiolare nella sicurezza di ciò che ci aspettiamo o sarà costellato di colpi di scena che ci faranno dubitare di tutto ciò che abbiamo visto negli episodi precedenti? Veniamo dalla recentissima fine di Stranger Things dopo quasi dieci anni, mai come adesso siamo consapevoli di tutte le implicazioni che un finale può avere. Ci sono però serie che hanno anche qualche quasi matematica certezza. Eccovi quella dei legal drama: non c’è conclusione senza un processo. E un processo è esattamente ciò su cui si centra il finale di stagione di The Rainmaker.

La prima stagione del legal drama tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, distribuito su Sky Atlantic, è appena giunta al termine. O meglio: è appena giunta al termine in Italia, dato che gli spettatori statunitensi hanno potuto vederla tra agosto e ottobre 2025. Ma rispetto ai loro punti interrogativi, noi italiani abbiamo guardato l’episodio 1×10 con un’ulteriore consapevolezza in più: quella di trovarci davanti a un finale di stagione, non al finale di una miniserie. The Rainmaker è stata infatti già rinnovata per la seconda stagione, che dovrebbe arrivare nel 2026. Eppure, per quanto la conferma facesse pensare a un finale molto aperto, The Rainmaker si è conclusa esattamente come si è sviluppata: in modo interessante ma non troppo.

Di cose in realtà ne sono successe parecchie nelle dieci puntate che hanno costruito questa stagione.

Il processo dell'ultima puntata di The Rainmaker
Credits: Sky Atlantic

Se nei primi episodi avevamo assistito all’apertura di tre linee narrative (ne avevamo parlato nella recensione degli episodi 1×05 e 1×06), negli ultimi le vediamo chiudersi seguendo ognuna i propri tempi. A trovare soluzione per prima è la trama pseudo-romantica che vede come protagonisti Rudy e Kelly. Lei è una donna in difficoltà che non riesce a uscire da una relazione tossica e violenta; lui un cavaliere giusto e coraggioso pronto a mettere a rischio se stesso per aiutare chi è in difficoltà. Lo fa fisicamente nello scontro con un marito pronto a tutto – anche ad uccidere. E lo fa legalmente, non esitando a prendersi la colpa di un gesto non suo. Ma nella sua veste di difensore supremo dei più deboli, Rudy ha la fortuna di avere davanti a sé due donne pronte a ristabilire l’ordine naturale delle cose.

Da una parte c’è Bruiser, grillo parlante sempre presente per ricordargli che i suoi maggiori pregi non sono poi così diversi dai suoi maggiori difetti. Dall’altra c’è la stessa Kelly, pronta ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La tanto palese quanto randomica attrazione tra Rudy e Kelly lascia dunque – per fortuna – spazio a una conclusione di trama inaspettatamente rapida, e alla possibilità per Kelly di ricominciare davvero con i suoi spazi e i suoi tempi. E scopriamo così che il vero obiettivo del personaggio di Kelly non era tanto essere un vero interesse amoroso per il protagonista di The Rainmaker, quanto fargli aprire gli occhi su una verità assoluta: al mondo non esiste solo Sarah Plankmore. E meno male, aggiungerei.

Tra i personaggi più caratterizzati della serie, Sarah viene messa sul finale di The Rainmaker davanti a una scelta definitiva.

Avvocatessa dal talento spiccato, per tutta la serie la vediamo davanti a bivi morali tra i quali sembra sempre in bilico. Attratta dalla potenza, dal lusso e dalla possibilità di essere parte di uno dei migliori studi legali dello Stato, ma contemporaneamente allontanata dall’aura di falsità e mistero che ruotano attorno a Leo Drummond e compagnia, si ritrova sul finale a dover prendere una decisione sul tipo di persona, oltre che di professionista, che vuole essere. Sarah si schiera dalla parte di chi non ha per cliente la verità ma persone da difendere in qualsiasi modo. E questo include anche l’utilizzo delle armi più meschine. Messa alle strette come avvocatessa e anche trattata con violenza come donna, decide di rispondere al fuoco con il fuoco.

Sarah nell'ultimo episodio di The Rainmaker
Credits: Sky Atlantic

Ci rendiamo così conto che la scelta per lei non è mai stata tra Rudy e Brad, ma tra le due facce dell’avvocatura che rappresentano. E, più nel profondo, tra i due lati che come persona in lei hanno sempre convissuto, ma dei quali uno – prima o poi – avrebbe prima o poi dovuto prendere il sopravvento. È in questa scelta che Sarah vince il premio come personaggio più fastidioso di The Rainmaker (una serie in cui esiste Leo Drummond, per dire). Ed è sempre in questa scelta che il personaggio diventa la più alta rappresentazione di quanto a definirci come persone sia non tanto un’innata indole che ci guida in tutto e per tutto, quanto la somma delle nostre scelte concrete.

A prescindere da tutto, comunque, c’è un solo luogo in cui il finale di The Rainmaker avrebbe potuto esprimere pienamente se stesso: il tribunale.

Ed è infatti in tribunale che si risolvono le due trame principali della serie, talmente connesse da diventare una. Le ricerche di Rudy e Deck, i rischi corsi per trovare Melvin, il rapimento, gli omicidi: è qui che il cerchio del racconto si chiude. La morte di Donny Ray Black e la scarcerazione del padre di Bruiser hanno un denominatore comune con un nome e un cognome, Leo Drummond. Il punto quindi non è soltanto determinare chi o cosa abbia ucciso Donny Ray; il punto è scoperchiare un intero sistema malato e corrotto. Un sistema in cui coprire le proprie tracce è l’unica cosa che conta. Tra arringhe e testimonianze, il primo processo di un giovanissimo avvocato non è la “semplice” difesa di una madre che vuole giustizia per suo figlio: è il tentativo di fare luce su una verità che altri vogliono insabbiare.

Quella di Rudy però è anche una vera e propria performance. Come ogni avvocato che si rispetti Rudy recita una parte, in questo l’unica differenza tra lui e Sarah sono le intenzioni. Deve convincere la giudice, incantare la giuria, spaventare la controparte. Deve provare a Leo di essere capace se non tanto quanto lui, almeno tanto quanto Sarah. E intanto deve anche togliersi qualche sassolino dalla scarpa, perché le due ore in cui ha lavorato per Leo non gli sono mai andate giù. Rudy vuole vendicarsi per il trattamento ricevuto, per quello offerto alla sua cliente, per il modo della controparte di concepire il concetto stesso di verità. E con un orgoglio pieno e vivo, arriva a portare il suo acerrimo nemico fin sul banco dei testimoni.

Del risultato del processo non ho intenzione di parlare in questa sede.

Credits: Sky Atlantic

Come lettori e come spettatori un po’ di sana suspence la meritate. Quello di cui credo sia importante parlare è però il modo in cui questo processo viene portato avanti. O meglio, il modo in cui i due avvocati si sfidano. Un importantissimo caso con almeno un milione di implicazioni al di fuori del capo d’imputazione principale viene portato in aula da due avvocati appena usciti dalla Scuola di Legge. Due avvocati bravissimi, talmente bravi da sembrare esperti. Perfetti, oserei dire. Eppure esperti non lo sono per niente. E questa perfezione, come spettatrice, quasi mi disturba. The Rainmaker ci presenta un personaggio come Deck, che ruota attorno all’imperfezione arrivando quasi a nutrirsene. Contemporaneamente però non è in grado di munire della stessa imperfezione i suoi protagonisti.

Sarah non ne sbaglia una. È bella come il sole, un genio dell’avvocatura, non ha mai neanche un capello fuori posto. È circondata da un’aura di perfezione che potrebbe sciogliersi come un ghiacciolo al sole nel momento in cui scopriamo che è stata raccomandata per il posto in Tinley Britt, e invece resta lì come se assolutamente nulla fosse. Dall’altra parte abbiamo Rudy, fallibile ma dalla statura morale talmente alta da fare il giro al contrario e dare sui nervi. Il fatto che il suo miglior pregio sia anche il suo peggior difetto suona alle mie orecchie come chi alla domanda “Qual è il tuo peggior difetto?” risponde: “Sono troppo buono”. E quest’incapacità di entrare in pieno contatto con il protagonista – forse mia personale, forse del racconto, qui aspetto un confronto con voi – è ciò che forse più di tutto mi ha reso complicato apprezzarla davvero.

Sarei falsa se dicessi che non ho guardato The Rainmaker con curiosità.

Eppure sarei falsa anche se dicessi che mi ha convinto pienamente. Esiste una differenza sostanziale tra i legal drama e i crime/gialli focalizzati sul mondo della polizia e dell’investigazione, e questa differenza sta per l’appunto nei ruoli sui quali ci focalizziamo. Spesso, troppo spesso, The Rainmaker ha messo da parte l’idea di avere come protagonista un avvocato alle prime armi, facendo diventare Rudy Baylor all’occorrenza uno studente geniale, un avvocato d’esperienza e un furbissimo investigatore privato. Poliedrico sì, ma così forse è un po’ troppo.

Credits: Sky Atlantic

E se è vero che la serie ha già messo parecchia carne a cuocere portando sugli schermi tre linee narrative e il racconto di una vicenda intrecciata e complessa, è altrettanto vero che alcune vicende sono rimaste un po’ sospese nel nulla. E alcuni personaggi hanno avuto meno di ciò che avrebbero meritato. A portare la bandiera è Bruiser: grande mentore per Rudy, ottima figlia per suo padre, sempre presente all’occorrenza per salvare la situazione. Eppure, mai approfondita al 100%. Lana Parrilla, che purtroppo o per fortuna il mio cervello continua ad associare a Regina di Once Upon a Time, avrebbe meritato maggiore giustizia. E chissà che non sarà la seconda stagione della serie a dargliela. Sarah ormai non è più in tempo per cambiare idea e fare dietrofront, ma il giudizio sulla serie fa sempre in tempo a migliorare.