Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Rainmaker.
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Quando sento parole come Adattamento o Remake ho un po’ paura. Lavorare su storie già lette, ascoltate o viste – nella maggior parte dei casi storie che hanno avuto il loro successo, altrimenti che senso avrebbe riportarle in vita – per portarle di nuovo sugli schermi è un rischio che le produzioni sono sempre più pronte a correre, ma che come fan mi lascia sempre un po’ perplessa. Prima ancora di guardare il risultato dell’adattamento mi chiedo: funzionerà mai? E soprattutto: come si fa a dare nuova linfa a una storia scritta e raccontata dieci, venti, trent’anni fa senza che questa risulti ormai passata? Credo che prima di dare nuova forma a The Rainmaker anche qualcuno ben più in alto di me si sia posto questa domanda. La risposta non è sempre univoca, ma in questo caso mi sembra molto chiara: rivoluzionandola totalmente.
Parlare di The Rainmaker oggi può significare tante cose. I cultori della letteratura thriller/gialla associano il titolo al romanzo del 1995 di John Grisham, l’origine di tutto. Ai cultori del cinema può invece facilmente tornare in mente l’omonimo film del 1997, generalmente apprezzato dalla critica anche se ci si aspettava un maggior successo di pubblico, per lo meno a livello numerico. Ora anche i cultori della serialità hanno il loro punto di riferimento: con le prime due puntate andate in onda venerdì 5 dicembre su Sky Atlantic, anche in Italia è arrivato l’adattamento di The Rainmaker per il piccolo schermo. Il responso americano sulla sua riuscita è già arrivato: la serie è andata in onda negli USA su USA Network tra agosto e ottobre, e ha già raggiunto l’ufficialità del rinnovo per la seconda stagione. Ma prendiamoci lo spazio che ci serve per analizzarla un po’.

Stesso nome, una storia tutta nuova
Rudy Baylor è un nome che chi ha letto o visto al cinema The Rainmaker conosce bene, ma che in questa nuova veste seriale diventa protagonista di una storia rinnovata. Rudy è un giovane quasi avvocato molto promettente che ha finito la scuola di Legge ma non ha ancora sostenuto il suo esame. Ha un viso angelico e un carattere molto deciso, di quelli che non si tirano indietro. Quando dopo un battibecco con il suo capo viene licenziato in tronco durante il primo giorno di lavoro in uno degli studi legali più importanti della città (dove, per inciso, si era presentato in ritardo e sporco di sangue), il bisogno di trovare un lavoro lo porta da Jocelyn Stone detta Bruiser, avvocatessa molto capace e altrettanto decisa con uno studio legale in disgrazia. Insomma, non proprio l’inizio di carriera che un giovane promettente come Rudy sperava di vivere.
Da Bruiser non ci sono ascensori di vetro, grandi buffet e altrettanto grandi clienti. L’ufficio è un ex ristorante riconvertito, a popolarlo c’è un para-legale che dopo infiniti tentativi non è riuscito a superare l’esame da avvocato. Per di più i clienti lì non arrivano, sono gli avvocati a doverli cercare. Dove? Nel posto in cui la disperazione è massima: in ospedale. Come avvoltoi si avvicinano al letto di persone ancora circondate da tubi e bende quando sono più vulnerabili. Chi ha un incidente ha bisogno di un avvocato, un avvocato ha bisogno di un cliente: niente di più semplice, un ciclo che si chiude. Ma la ricerca di clienti dà una piega inaspettata alla vita di Rudy – e di tutto lo studio – quando prende in carica il caso di un giovane ex tossicodipendente afroamericano morto per un’influenza. Così almeno dice la teoria, ma la realtà sembra tutt’altra.
È l’incontro tra Rudy e una madre tenace a dare il via alla nuova storia di The Rainmaker.

Due persone che non si lasciano fermare dagli ostacoli sul percorso, ma anche inconsapevoli di quale sia la reale situazione in cui si stanno cacciando. Al momento non la conosciamo neanche noi, cosa fondamentale per mantenere alta la curiosità in un legal drama da dieci puntate (qui la classifica dei migliori del genere presenti su Netflix). Quello che però è certo è che la morte del giovane è parte di qualcosa di più grande che va oltre una semplice morte naturale. Questo qualcosa include sicuramente un infermiere all’apparenza bonaccione ma in realtà inquietante e senza alcuno scrupolo, un ospedale quantomeno negligente e uno studio legale tanto grande quanto potente. Guarda coincidenza, proprio quello lasciato in malo modo da Rudy dove però la sua fidanzata, Sarah, continua a lavorare.
Come avrete capito, qui non manca niente. L’amore c’è, il mistero pure, il conflitto di interessi non ve lo sto nemmeno a specificare. Non mancano neanche i personaggi dalla doppia-tripla-quadrupla faccia ancora da svelare, né vecchi traumi familiari dei quali dobbiamo ancora scoprire di più e dai quali il protagonista di sicuro non si è ancora ripreso. C’è tutto, forse c’è anche troppo. E questo un po’ mi preoccupa, perché il rischio concreto in casi come questo è che, quando i nodi verranno al pettine, lo faranno con qualche forzatura qua e là. D’altro canto però gli ingredienti sono parecchi, ma lo sono anche le puntate a disposizione per fare in modo che alla fine ogni elemento finisca al proprio posto. Dovrei smetterla di essere paranoica? Questo ce lo diremo a fine stagione.
Ciò che ho trovato più interessante dei primi episodi di The Rainmaker non è la trama in sé, quanto uno dei temi che la tessono.

Tutti sono uguali davanti alla legge: lo afferma Leo Drummond nel primo episodio della serie e lo dice anche la legge stessa. Lo dicono i legislatori, i giudici, le carte costituzionali. Ma nella pratica, nella vita di tutti i giorni, nel modo in cui veniamo giudicati o difesi e addirittura nella possibilità che abbiamo di esserlo, quanto è vero? Quanto è reale e quanto invece è una frase fatta?
Leo Drummond e Rudy Baylor rappresentano due facce dell’avvocatura. Da una parte ci sono i grandi studi legali e il lusso di chi può permettersi di insabbiare – o per lo meno di provare a farlo – qualsiasi faccenda a suon di banconote, le persone che pensano di poter fare tutto ciò che vogliono senza conseguenze. Dall’altra ci sono le persone comuni che si ritrovano a scontrarsi con i colossi con ben poche probabilità di vittoria. Ci sono le minoranze, che la difesa se la devono sudare perché non possono permettersela, o peggio perché nessuno gli crede. A dividere queste due facce è il privilegio economico, politico, sociale. Chi ce l’ha sente di avere il mondo in mano; chi non ce l’ha il mondo se lo vede sempre rotolare davanti.







