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The Leftovers – Rapiranno anche voi

Siete in fumetteria con vostro zio. Oppure dal benzinaio con vostro marito. Magari siete sotto le coperte e fate l’amore con la vostra ragazza, o siete imbottigliati nel cupo e fumoso traffico del sabato pomeriggio. Comunque ci siete, d’accordo? Poi, all’improvviso, qualcosa attira la vostra attenzione. Vi voltate e non è niente di che. Ritornate alla conversazione interrotta pochi attimi prima, ma non potete continuare a parlare: la persona che vi stava a fianco è scomparsa.

Non sto delirando, né raccontando storie, ma solo riportando lo spaventoso incipit di The Leftovers, serie firmata da quel geniaccio di Damon Lindelof (Lost) da guardare a occhi sgranati.

Un giorno come tanti il 2% della popolazione mondiale (circa 140 milioni di persone) scompare nel nulla. I cani vengono liberati dalla presa al guinzaglio, i carrelli del supermercato oscillano e rotolano lungo i pendii e le auto in moto ma abbandonate collidono tra loro. Motivo? Quasi sconosciuto, almeno per il momento. Tratto da un romanzo di Tom Perrotta e sfornato dagli studi di produzione HBO, ecco il racconto di una delle serie più inquietanti dell’ultima stagione televisiva.

THE LEFTOVERS, SALVI NON SIGNIFICA FELICI – Premessa: non guardate The Leftovers pensando di ritrovarvi tra le mani un clone di Lost. Le due serie, pur avendo lo stesso head writer, non hanno nulla in comune tranne alcuni meri punti di contatto che a una prima occhiata non noterete nemmeno. «Non leggo spesso, perché non ho tempo di farlo» ha dichiarato Lindelof «ma una volta letto l’abstract del libro di Tom sono corso a comprarlo e l’ho divorato. Da qui è partita l’idea di farne una serie tv».

The Leftovers è la storia di chi resta, non di chi se ne va, mettiamolo in chiaro. L’intera serie è una rappresentazione maniacale e psicologicamente complessa della mentalità di una cittadina statunitense come tante, con l’aggiunta di temi incisivi e di difficile lettura come la religione, la famiglia e la componente idealistica radicata in ognuno di noi. Chi è stato destinato a rimanere nella propria casa, al sicuro, non è tranquillo, bensì inquieto, e sembra percosso da una scarica elettrica costante che trasferisce agli altri tramite sentimenti come l’odio personale e lo strabordante pessimismo.

Il protagonista è Kevin Garvey, interpretato da un torvo Justin Theroux, capo della polizia di Mapleton e di certo una delle persone più danneggiate dal rapimento collettivo occorso tempo prima. La moglie Laura si è unita a dei tizi interamente vestiti di bianco chiamati “Colpevoli Sopravvissuti”, membri di una misteriosa setta dalla protesta silenziosa e preoccupante che occuperà presto lo slot di oggetto X della serie. Tom, figlio di Laura e figliastro di Kevin, ha abbandonato la famiglia per affidarsi a un tanto onnisciente quanto pericoloso guru (Il Santo Wayne), mentre Jill, figlia della coppia e adolescente dal sapore ribelle, ha mutato radicalmente il suo atteggiamento, circondandosi di compagnie poco raccomandabili e instaurando con Kevin un rapporto incentrato sulla sfida personale.

All’elenco di personaggi principali si affiancano una serie di personalità decisamente interessanti che con il passare degli episodi – creando un piacevole effetto da vedo-non vedo – svelano poco a poco intenzioni, ideali e schieramenti.

IL RACCONTO NON È TUTTO – Se si dovesse valutare la serie solo sulla base dell’incipit da urlo sarebbe fin troppo facile, ma il conseguente sviluppo della storia (che differisce dal libro) ha del tutto ribaltato alcune credenze circolate in rete a pochi giorni dalla prima messa in onda. Dal punto di vista narrativo la serie, pur essendo godibile e scritta davvero molto, molto bene, può risultare inverosimilmente drammatica, toccando punti di angoscia davvero alti, un aspetto che la maggior parte degli spettatori non poteva in alcun modo prevedere.

Nonostante il ritmo tipico degli episodi non sia prettamente incalzante, è da dire che è un’intenzione voluta e del tutto giustificabile: The Leftovers si propone infatti di offrire al prossimo una visione ravvicinata e interiore di ogni personaggio in gioco, miscelando confusione e depistaggi degni del miglior giallo con un elemento da sempre caratterizzante dello stile di scrittura made in Lindelof e cioè il libero arbitrio.

Se tralasciamo infatti il momento introduttivo del piano narrativo e il pretesto per raffigurare la vita degli “abbandonati”, tutte le vicende che ci vengono narrate pongono in esame domande decisive e discusse, ci regalano momenti di dubbio e di tensione, ci coinvolgono esattamente come se li stessimo vivendo in prima persona, perché la forza della sceneggiatura in questione è la capacità di incollarci a metà strada tra cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, tra ciò che vorremmo fare e ciò che dovremmo fare.

Ciò che sembra interessare maggiormente chi scrive la serie è non solo raccontare la storia di coloro che hanno il coraggio di continuare a vivere giorno dopo giorno pur essendo stati privati dei propri affetti, ma anche mettere in discussione alcune decisioni dei personaggi stessi. Ed ecco che ci ritroviamo a giustificare il comportamento di Laura, a provare quasi compassione per lei, ma al contempo siamo consapevoli di soffrire con Kevin e cerchiamo quasi di incoraggiarlo nel suo ruolo di collante famigliare.

ANALISI DEL PIANO TECNICO – L’interpretazione collettiva degli attori principali è decisamente da elogiare, con ognuno dei performer impegnati in ruoli per niente stereotipati. Come singolo non c’è alcun membro del cast artistico che mi sento di premiare definendo “impeccabile”, ma una menzione d’onore va fatta sia a Theroux, autore di una performance toccante e oscura abbastanza ardua, sia per Amy Brenneman, che riesce a dar vita a una Laura straziata e demotivata, un personaggio che riesce ad alzarsi dal letto ogni mattina solo per lo scopo idealistico che persegue senza sosta.

Lanciate anche una rapida occhiata in direzione di Margaret Qualley (Jill), attrice classe ’95 che, stando a quanto si legge, sembra destinata a palcoscenici di prim’ordine. Guardando la serie e focalizzandosi su di lei non si può che essere d’accordo.

In quanto alla regia, ecco spuntare uno stile moderno che richiama, a volte, concetti cinematografici: inquadrature lente, focalizzanti, che pongono l’accento su dettagli e che si mixano molto bene con le scene di azione, quasi sempre mostrate con estrema scaltrezza e velocità. Il modello di sceneggiatura del team Lindelof/Perrotta è minimale, diretto, molto poco enfatizzato, in linea anche con l’atmosfera di nostalgia e di rassegnazione che si respira durante le scene topiche. Fotografia, montaggio e colonna sonora richiamano lo stile di regia e sceneggiatura, regalando attimi di cristallizzazione della scena e, ove è possibile, un evidente propagazione della main story.

The Leftovers, che ha vinto il premio Critics’ Choice Television Awards 2014 per la categoria Most Exciting New Series of the year e che ha già ufficializzato la produzione di una seconda stagione, è uno show che attrae potenziali fan come un ragno fa con le sue prede, intessendo una complessa ragnatela dai fili multipli e resistenti. Abbiamo fatto accomodare sul banco degli imputati una serie molto ben scritta, con intenzioni del tutto differenti rispetto a quelle della concorrenza attuale, un gioiellino dal tono underground che, ne sono certo, non mancherà di stupire con la second season.

Siete ancora qui? Iniziate a guardarla. Ne vale la pena e, considerato il rischio di scomparire nel nulla in una frazione di secondo, è proprio una gran bella cosa da fare.

 

 

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