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The Handmaid’s Tale 3×11 – La violenza che non conosce promesse

the handmaid's tale

Liars, “bugiardi”. Il titolo dell’undicesimo episodio di The Handmaid’s Tale 3 sta a significare molto più di quanto non sembri a prima vista. Per definizione a un bugiardo corrisponde sempre una fantomatica verità poi smentita. O più spesso una promessa fatta solo per essere spezzata. Liars più che di bugiardi parla di questo, di promesse spezzate. In alcuni casi riagguantate. In altri non mantenute per ottime ragioni. Poiché le promesse, proprio come i bugiardi, possono avere molti fini, diverse sfumature e svariate ragion d’essere. Questo episodio di The Handmaid’s Tale utilizza queste sfumature per creare una montagna russa emotiva in cui si alternano colpi di scena a svariati momenti di staticità.

L’episodio si apre subito con un picco di tensione che tuttavia non ci coglie del tutto di sorpresa.

Eleanor, ormai in preda al crollo nervoso, punta una pistola alla fronte del marito, colpevole dell’ennesima violenza subita da Dijoseph. Per quanto lui stesso fosse stato costretto a consumare la cerimonia dello scorso episodio è responsabile in prima persona di quella realtà. Una verità con cui Eleanor non può più convivere. Per l’ennesima volta è il sangue freddo di June a salvare la situazione. Una donna che – come ammesso da lei stessa – ha imparato tutto sui limiti della sopportazione umana e sa come gestire la furia omicida di chi ormai è ben oltre quei limiti.

Lawrence è nuovamente in debito con lei. E così abbiamo la prima promessa al centro di questa puntata di The Handmaid’s Tale: far scappare da Gilead 52 bambini. Molto più di quelli possibili. Più di quanti non voglia salvare a suo rischio e pericolo un criminale restio a farsi eroe delle vittime della sua stessa opera sociale.

Ed ecco la prima promessa spezzata. Ecco qui The Handmaid’s Tale che ci illude, ci dona speranze e poi ci massacra.

The Handmaid's Tale

Non abbiamo neanche il tempo di essere orgogliosi della Resistenza di Marte e Ancelle che si oppongono al regime di Gilead che viviamo la prima delusione. Anche solo per pochi minuti. Con la fuga dei coniugi Lawrence e un semplice biglietto di scuse sembra che tutto sia perduto. Niente più piano, niente più fuga. Solo la promessa spezzata di un codardo. O di un uomo troppo pratico e cinico per rischiare tanto. Quando lo vediamo tornare tiriamo un sospiro di sollievo assieme a June, ma sappiamo ormai di che pasta è fatto l’uomo. E questa consapevolezza è preludio di una verità forse peggiore.

Di certo non è stata la coscienza a riportare Lawrence a casa. È chiaro quindi che il problema sia un altro: l’uomo non gode più della fiducia dell’alto comando di Gilead. Il sacrificio di June dello scorso episodio ha fatto guadagnare alla famiglia del tempo, ma non la salvezza. I sospetti permangono e i poteri di Lawrence sono stati ridimensionati. Una dinamica lasciata off screen per favorire tanto il colpo di scena quanto la possibilità per June di capire con chi ha realmente a che fare. La caduta in disgrazia di Lawrence non sembra significare nulla di buono ma perlomeno regala a June la sicurezza di avere l’uomo in pugno: nel piano di fuga ora è inclusa la sua stessa salvezza e quella di sua moglie.

Laddove le promesse basate su gratitudine e coscienza falliscono nel mondo di The Hndmaid’s Tale è lo scambio di favori ad avere la meglio.

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Probabilmente la stessa idea alla base della fiducia di Serena e Fred nella loro impresa. In questo caso l’idea che delle informazioni in cambio di Nichole rappresentino un’occasione imperdibile tanto per la coppia quanto per il governo canadese. Ma se la gente ha sottovalutato la devozione alla causa dei Figli di Giacobbe – come sostenuto da Serena – è altrettanto vero che questi ultimi hanno sottovalutato la tipologia di compromessi che altri paesi sono disposti ad accettare. Come quelli che possono accettare persone come Tuello. Difficile credere infatti che un americano costretto all’esilio e a veder il proprio paese devastato da violenza e fanatismo, voglia davvero aiutare persone come i Waterford. Seppur in cambio di qualcosa di utile.

Una grossolana ingenuità che porta a domandarsi quanto realmente Serena fosse all’oscuro dei risvolti cui abbiamo assistito.

Tuello aveva promesso sole e noci di cocco al tradimento di Serena, ma mai la restituzione di Nichole. Che tale scusa sia stata utilizzata dalla donna per coinvolgere Fred nell’impresa appare quindi un po’ sospetto. Come la proposta di intraprendere il viaggio senza autista e scorta. Sospetto come il suo rivangare il passato durante il viaggio. Specialmente quella parte di esso che ha visto la sua destituzione da rappresentante del nuovo pensiero a moglie senza alcuna voce in capitolo. Un rovescio della medaglia di cui Fred è stato complice tanto quanto il resto del comando di Gilead. Nonché una ferita ancora aperta per Serena, più dolorosa di quanto la donna non abbia mostrato nel corso di queste stagioni.

Preso in considerazione questo e l’odio per Fred sviluppato da Serena dalla scorsa stagione in poi è lecito pensare che l’intero piano fosse una trappola della donna per incastrare il marito. Anche se in questo senso l’apertura di Serena all’uomo, da un punto di vista intimo, lascia piuttosto perplessi. Come ciò che si evince dalla scena dell’arresto che vede finire in manette entrambi i coniugi.

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Insomma, se questa stagione di The Handmaid’s Tale ci ha fornito ulteriori conferme in merito alla debolezza di Fred Waterford, continua a rivestire la figura di Serena di un’ambiguità senza fine.

Molte delle sue azioni risultano poco chiare e non danno possibilità di capire al 100% da che parte stia. Questo lascia spazio alle parole pronunciate da June nella 3×03: “Indossa il vestito e recita la parte”. Che Serena lo abbia fatto così bene da prendere in giro tutti? A occhio e croce il prossimo episodio dovrebbe finalmente darci una risposta in merito.

Una questione di cui invece abbiamo già un responso è quella che chiede quanto June sia disposta ancora a sopportare. E la risposta è nulla. June è ormai il motore di The Handmaid’s Tale. Una furia inarrestabile. Non un’anima di ghiaccio, ma una donna stanca di Rigenerazioni, torture e stupri. Che ha deciso di non volersi più estraniare dal proprio corpo. Mai più.

Le parole che June recita nella sua mente a Jezebel, mentre Winslow – “onorevole” difensore della famiglia tradizionale – tenta di stuprarla, non sono a caso.

Riprendono le frasi dette da molte donne che hanno subito uno stupro nella realtà per spiegare cosa provavano durante la violenza. Ci si estranea dal proprio corpo, si finge di non essere se stessi. E nel caso delle ancelle, di vederlo come un lavoro. Sono le stesse parole che hanno dato a June la forza di superare tante “cerimonie”. Ma non l’ennesima violenza gratuita. Così all’opzione di estraniarsi dal proprio corpo June ha scelto la ribellione nella sua forma più estrema. È curioso come proprio quest’episodio di The Handmaid’s Tale esordisca con un’ammonizione di June a Eleanor sulla volontà di diventare un’assassina.

È il potere di questa serie tv: rimescolare le carte per mostrarci le sfumature dell’animo umano. Dove e quando una persona ha un ideale. Come e perché decide di mandarlo al diavolo. Il peso di quei famosi limiti di sopportazione umana. E cosa accade quando si va troppo oltre. La furia di chi ha deciso di non piegarsi mai più a ingiustizie – per usare un eufemismo – come quelle subite dalle ancelle.

E finalmente la sorte sembra aver voluto bene a June in quest’episodio di The Handmaid’s Tale. Il karma ha risposto restituendole il favore del coraggio avuto in passato.

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Togliendo la vita a qualcuno ora June è una persona diversa. Ha lasciato che Gilead esercitasse su di lei gli effetti di una trasformazione irreversibile. Gli stessi citati da Emily alcune puntate fa. E ci ricorda che come sempre la violenza genera violenza. Una realtà che vale davvero la sparizione di fabbriche arrugginite di cui i Waterford andavano così fieri durante il loro anacronistico road trip? Non che qui ci siano fan dell’inquinamento, ma non si può tralasciare la riflessione su quanto importante sia evitare di combattere certi estremismi con altri estremismi. The Handmaid’s Tale ce lo insegna episodio dopo episodio. Elisabeth Moss non manca di ricordarcelo (come potete leggere qui). E noi non dovremmo smettere di ripetercelo.

E non dovremmo neanche smettere di chiederci: dov’è Nick?!

Leggi anche: The Handmaid’s Tale 3×11 – L’oppressione non risparmia neanche l’oppressore

Written by Cinzia Bevilacqua

Ad una realtà di numeri ne preferisco una fatta di lettere. Tuttavia sopravvivo con la prima, ma vivo della seconda.

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