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È stato meraviglioso, ma ora The Bear deve finire

Carmy, il protagonista di The Bear

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Bear.

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Il cronometro posizionato dallo zio Jimmy all’interno della cucina di The Bear è arrivato a segnare un bello zero tondo tondo nello stesso momento in cui la quarta stagione della serie giungeva al termine. Siamo sicuri, però, che quella cifra luminosa non sia una traccia tramite la quale indicare sommessamente la conclusione di un’era? La linea del traguardo? La fine del ristorante ma anche di una storia, quella della famiglia Berzatto, che non ha più altro da raccontare? Se Carmy ha davvero deciso di prendersi una pausa dai fornelli e di lasciare tutto nelle mani di Richie, Sydney e della sorella Natalie, ha senso allungare il brodo con altre stagioni?

Credo che queste domande stiano frullando nella mente dei fan e del pubblico di The Bear da un bel po’ di tempo – diciamo dalla terza stagione in avanti – accanto a un’aspettativa che rischia potenzialmente di venire delusa con l’uscita della quinta. Perché, in fondo, ammettiamolo: cosa potrà mai capitare nei nuovi episodi che usciranno l’anno prossimo che non abbiamo già visto fino a ora?

L’anima di questa serie giustamente pluripremiata è sempre stata la forza della scrittura dei suoi protagonisti, assolutamente fallibili e umani. Uomini e donne che provano a trovare il loro posto in un microcosmo – quello della cucina – che non è altro che lo specchio del macrocosmo in cui siamo inseriti collettivamente. Le prime due stagioni di The Bear hanno aperto le porte di un mondo in cui siamo riusciti a identificarci, anche se probabilmente molti di noi nel dietro le quinte di un ristorante non ci sono neanche mai stati. Eppure capivamo perfettamente le dinamiche relazionali (e spesso disfunzionali), la pressione, la vita “in funzione del lavoro”. Quella in cui bisogna essere performanti a tutti i costi, competitivi, spingendo via gli avversari a colpi di ansia e perfezionismo. Tradotto: piatti perfetti, ossessione maniacale, discussioni continue e addio rispetto di sé stessi. Addio attenzione e cura degli altri.

Carmy, Marcus e Richie
Credits: Disney+

Le prime due stagioni inoltre hanno saputo trasformare la normalità e la routine dell’esistenza in magia.

Basti pensare a episodi come The Fork, Pesci e Melata (quest’ultimo girato e ambientato quasi interamente a Copenaghen). L’apice del virtuosismo – registico, attoriale e narrativo – è stato raggiunto nel corso di queste puntate, divenute nel giro di pochissime settimane dalla loro messa in onda tanto iconiche quanto impossibili da replicare. Bisogna dire che il livello recitativo del cast è rimasto indubbiamente alto per tutte e quattro le stagioni. Tuttavia è anche vero che i protagonisti e le loro peculiarità caratteriali sono oramai stati sviluppati in lungo e in largo. Molti nodi sono finalmente venuti al pettine, mentre alcune situazioni sospese hanno trovato una loro collocazione e chiarimento durante la quarta stagione.

Quest’ultima infatti avrebbe potuto chiudersi in bellezza con la sequenza dell’episodio numero sette. Quella in cui i Bears sono riuniti sotto a un tavolo come una grande famiglia. Sereni, felici, al culmine del loro percorso individuale e relazionale. Un lieto fine equilibrato, che avrebbe reso giustizia alle fatiche di Carmy e brigata senza risultare troppo disneyano o melenso. Con l’uscita della quinta il rischio invece potrebbe essere quello di diluire ancora di più i bei ricordi che abbiamo provato durante la sua visione.

I primi piani delle pietanze preparate dagli chef, grazie ai quali ci sembrava persino di sentirne il profumo: carne, spezie, verdure, salse, sughi. Lo sfrigolio del soffritto nella pentola e le papille gustative in subbuglio ogni volta che Marcus sfornava un nuovo dessert. Il taccuino dei disegni di Carmy, i flashback sul suo passato, la coralità del cast alternata al caotico magnetismo di Jeremy Allen White. Dove sono andati a finire tutti questi elementi che sono stati per un po’ di tempo la causa del nostro appagamento e del plauso della critica?

Dando uno sguardo all’indietro, ci siamo accorti che durante la fruizione della stagione numero quattro di The Bear abbiamo provato la ridondante sensazione di essere stati invitati a quei pranzi coi parenti che sembrano durare troppo.

Se all’antipasto ci siamo seduti al tavolo entusiasti e curiosi di scoprire i sapori delle portate successive, all’ora del dolce ci siamo ritrovati sazi, sfiniti, appesantiti dall’abbondanza che non è sempre sinonimo di qualità. Il più è meglio? O è la sottrazione, a volte, il freno ideale a un qualcosa che sta sfuggendo di mano? Saper dire stop, alt, basta così, fermiamoci. Certo, The Bear non è sicuramente la prima né l’ultima serie tv che travolta dai premi e dal successo vuole continuare ad aggiungere invece che a togliere.

La prima stagione
Credits: Disney+

D’altronde c’è da dire che per me, come credo anche per alcuni di voi, Jeremy Allen White potrebbe andare avanti a interpretare Carmy per l’eternità. Non mi stancherei mai di assistere alle sue sfuriate in cucina o ai monologhi così sofferti che sembra quasi di provarli sulla propria pelle. Ed è a seguito di questa riflessione che mi è sorto un dubbio atroce. E se l’attore non dovesse partecipare regolarmente alla prossima stagione ma comparire solamente qua e là in alcuni episodi o riprese? La cosa non mi stupirebbe dati gli impegni lavorativi che lo coinvolgono. Cosa ne sarebbe di The Bear a quel punto? Gli altri personaggi riuscirebbero a tenere alta l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico?

Oppure i creatori e gli sceneggiatori dello show decideranno di tornare a dove tutto ha avuto inizio? Alla sperimentazione, culinaria e cinematografica. Alla breve intensità degli episodi in cui il caos della vita – quel suo vociare verbale e mentale che accompagna anche le giornate di ognuno di noi – viene concentrato in trenta densissimi minuti. Senza respirare, in apnea, ma con la voglia di vederne ancora. La meraviglia di The Bear è tutta qui. Nel poco che è perfetto così. Nell’Orso che nella prima stagione è riuscito a uscire dalla gabbia, libero e a tratti onirico. E che ora, per una svista o un voler strafare, rischia amaramente di dover tornare dietro le sbarre.