Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU THE BEAR
Da quando la porta della cella frigorifera si è chiusa dietro le spalle di Carmy alla fine della seconda stagione di The Bear, niente è stato più come prima. Se la cucina del ristorante ha rappresentato per molti episodi della serie un vero e proprio organismo vivente brulicante di idee, di discussioni, di confronto e di crescita, da quell’istante diviene una trappola. Una scatola stretta, ridondante, priva di aria e di momenti vuoti, in cui fermarsi a riflettere per capire dove si sta andando. Uno spazio che ha riempito le vite dei protagonisti fino all’orlo – via un recipiente sotto con un altro – fino a richiudersi come un guscio di conchiglia. E arrivati a questa situazione, all’annullamento di sé stessi e delle proprie relazioni in favore di una professione totalizzante che ti ingoia come la balena di Pinocchio, c’è da chiedersi dove si possa trovare l’uscita.
La risposta ci viene data con la quarta stagione di The Bear (qui trovate la nostra recensione), che segna il punto di arrivo e di maturazione di un processo faticoso e difficile. Perché quel guscio duro ed ermeticamente sigillato rappresentato dal ristorante, che a sua volta è la proiezione concreta della mente di Carmy, riesce finalmente ad allargarsi. L’interno si apre verso l’esterno. Il pieno viene svuotato. Il meno diventa meglio. Il caos diventa ordine. La maggior parte dei personaggi modifica il proprio personale punto di vista, il quale si ingrandisce e si dilata come quando guardiamo il paesaggio da un aereo. È tutto lì, limpido e chiaro davanti ai nostri occhi fino all’orizzonte.
E così, come per magia, ecco che la cella frigorifera, i fornelli, i menu e gli ingredienti, le urla e le imprecazioni si fanno piccolissimi, silenziosi, lontani. Dei puntini insignificanti se paragonati agli affetti, a ciò che sta fuori dalla conchiglia e che riguarda la dimensione privata di una persona. L’attacco di cuore del papà di Sydney si trasforma in consapevolezza dell’amore di una figlia per il genitore. La conversazione a tratti assurda ma buffissima con una ragazzina di undici anni, è l’aiuto inaspettato per dipanare alcune indecisioni.

Il matrimonio di Tiff, l’ex-moglie di Richie, è l’occasione per ritrovarsi sotto a un tavolo a parlare delle proprie paure. I timori che si provano sembrano persino meno spaventosi quando vengono condivisi con qualcuno. E poi c’è Donna, che scrive innumerevoli volte la parola mi dispiace su un pezzetto di carta, per poi leggerlo ad alta voce all’unico figlio maschio che le è rimasto. Ci sono i minuti che scorrono sul cronometro posizionato dallo zio Jimmy, che a questo giro vengono veramente spesi nel modo migliore possibile, ovvero dedicandosi a sé stessi e agli altri.
E non dimentichiamoci di Ebra, il personaggio che più di tutti fatica ad adattarsi ai cambiamenti, a star dietro alle mille giravolte dei colleghi, rifiutando di seguire il corso di cucina suggerito da Carmy. Ebra è un uomo semplice, devoto a entrambi i fratelli Berzatto, fortemente affezionato al suo luogo di lavoro inteso come gruppo, come squadra, più che come mezzo con cui sostentarsi. Nella quarta stagione della serie il cuoco si rivolge a un consulente esterno per ottenere consigli su come migliorare l’attività del ristorante. Ebra crea opportunità, come dichiara fieramente lui stesso. Chi lo dice che arrivati a una certa età non si possa nuovamente mettersi in discussione ed evolvere?
Rimane solo Marcus, dunque, nella cucina di The Bear, in compagnia di Luca e di Tina, a sperimentare insieme a loro nuove ricette. In fondo lo sappiamo: il pasticcere è un fuori classe nel suo mestiere. Un uomo all’apparenza grande e grosso ma più dolce dei suoi dessert. Nel suo caso la morte della madre diviene una prova per tentare di riallacciare i rapporti con il padre.

Infine, Carmy. Colui che per primo si è fatto da parte, che si è messo in panchina per potersi guardare dentro. Per scavare a fondo e raccogliere i traumi del suo passato. Quelli che ha cercato di schivare fino a questo momento, con scarsi risultati. Carmy che si scusa con Claire. Carmy che prende in braccio la sua nipotina per la prima volta. Carmy che va a trovare la madre con un album fotografico in mano. Carmy che urla in faccia a Richie tutto il dispiacere e i sensi di colpa che si è tenuto dentro per anni, dal funerale del fratello in avanti. Carmy che ama follemente le persone che ha intorno ma che non riesce a dimostrarlo.
Se fino alla terza stagione di The Bear avevamo potuto sentire i pensieri dello chef senza vederli espressi, ora possiamo averli tutti lì ordinati uno dopo l’altro. Nero su bianco come le note di una melodia su di uno spartito. O come le parole tra le pagine di un libro. La vita però non è un ricettario colmo di dettagliate istruzioni su come prepararsi. Nella vita non si è mai abbastanza pronti. Si sbaglia, ci si tormenta di continuo su come un avvenimento sarebbe potuto andare, o su come lo si sarebbe potuto evitare.
Tuttavia il protagonista interpretato da Jeremy Allen White con i suoi capelli scombinati, specchio di una realtà similmente spettinata, trova il modo di redimersi. Di fare pace con sé stesso e con gli altri. Non c’è nulla di sbagliato nello sbagliare quando l’errore viene riconosciuto e ripensato, con l’obiettivo di crescere e di creare una nuova strada, un nuovo tragitto, sempre in salita – ovvio – ma sempre altrettanto degno di essere percorso.
“Non è mai troppo tardi per ricominciare” diceva chef Terry a Richie durante quel meraviglioso episodio della seconda stagione di The Bear dal titolo Forchette. E in questa nuova stagione ognuno dei protagonisti incarna precisamente questo concetto. La confusione e la frenesia della cucina vengono sostituiti dall’introspezione, dal ribaltare le proprie convinzioni, dal riacquisire la calma e la capacità di ritrovarsi. Tutti verbi accomunati dal prefisso ri- ad indicare iterazione.

Ritentare, riascoltare, ricongiungere, riamare. Riaprire, naturalmente. Spingere tutti insieme il guscio ruvido e spesso delle incomprensioni reciproche – del risentimento soffocante – per poi gettarlo via, da qualche parte, il più lontano possibile. The Bear 4 è liberazione. È uscire dalla conchiglia. È stare fuori. È decidere. È capire che anche l’errore conta, almeno tanto quanto ogni secondo. Questa stagione è un cerchio che si chiude (o che si apre, a seconda della prospettiva da cui decidiamo di osservarlo). È una linea che disegna una nuova forma, la quale perde le caratteristiche di un guscio in favore di due grandi ali di farfalla.
Ognuno dei protagonisti prende il volo, tracciando possibilità sulla propria traiettoria futura. E non c’è nulla di male se, come per Carmy, la farfalla decide di riposare posandosi momentaneamente su di un ramo. L’importante è capirsi, conoscersi, sapere che il traguardo non è un punto di arrivo bensì un’esperienza che si aggiunge a un’altra e a un’altra ancora. La meta non è un qualcosa che si trova all’esterno, collocato da qualche parte nell’ambiente che ci circonda.
La destinazione finale è un eterno divenire in continua trasformazione durante il quale ci si guarda dentro, si prova a migliorare e si diventa grandi. Il senso della vita quindi non è più la ricerca della perfezione in un piatto o in una recensione, ma è l’equilibrio tra dentro e fuori. Tra noi e gli altri. Tra provare e riprovare. Tra sbagliare e ricominciare da capo. Andando avanti quanto è lungo il sempre, per citare una poesia dello splendido Dylan Thomas. Noi vi lasciamo con un approfondimento sulla serie: cos’è il trauma? La ricetta di The Bear.






