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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU THE BEAR
“Tutto nella vita dura solo per un po’” (Philip K. Dick).
Mancano poche ore al matrimonio di Tiff e di Frank e Richie è la persona più angosciata del mondo. Fuma, si muove in continuazione, gli viene persino da rigettare. Ci troviamo davanti ai primi minuti della settima puntata della quarta stagione di The Bear, i quali sembrano preannunciare l’ennesima catastrofica riunione famigliare sulla scia dell’episodio Pesci della stagione numero due. Se ben ricordate in quell’occasione erano volati insulti e posate, serviti accanto a un tavolo ribaltato e alla madre di Carmy e fratelli che fece irruzione in sala da pranzo sfondando la parete con la macchina. Conoscendo i precedenti, quindi, mi ero preparata al peggio. E mai avrei pensato, invece, di assistere a una delle sequenze più tenere e poetiche della serie. Iconica e formativa tanto quanto quella di Richie insieme a chef Terry.
Mai avrei immaginato che per un tavolo rovesciato con rabbia durante il cenone di Natale ce ne sarebbe stato un altro sotto cui rifugiarsi, molto più stabile e pieno di amore e di calore. Evie – la figlia di Richie – si è nascosta in quel luogo appartato, un po’ come facevamo anche noi da piccoli quando non volevamo fare qualcosa che ci terrorizzava. Dentro a un armadio, sotto il letto o in mezzo ad alcuni cespugli in giardino. Per chiudere la paura fuori dalla porta abbiamo sempre cercato degli spazi protetti, in attesa che qualcuno venisse a scovarci e a consolarci. Solo crescendo abbiamo scoperto che anche gli adulti provano paura perché quest’ultima è un’emozione come le altre, da vivere e da gestire, e non un qualcosa da allontanare o con cui sentirsi in difetto.
E così le gambe di Richie che sbucano dalla lunga tovaglia bianca diventano il simbolo dell’attenzione, del conforto, del prendersi cura degli altri anche a costo di sdraiarsi orizzontalmente sul pavimento durante il matrimonio della propria ex-moglie. Quelle gambe catalizzano l’interesse di Carmy, che si infila a sua volta sotto quella tenda improvvisata dove trova, oltre al cugino, Claire, Frank e Evie. Ai quali si aggiungono Sugar, Neil e Ted, Kelly, Syd, Stevie, Tiff, Pete e Marcus. I The Bears quasi al completo, più allegri e luminosi che mai. È stato sufficiente il timore di una bambina di ballare con il patrigno per poterli vedere finalmente riuniti, affiatati e – cosa più sorprendente di tutte – felici.

Lì sotto non c’è spazio per il disordine, i risentimenti, la collera e la distanza. Lì sotto bisogna stringersi, sentirsi vicini e confidarsi, facendosi abbracciare dall’affetto degli altri. Bisogna finalmente ammettere ad alta voce le proprie paure che siano i cani di grossa taglia (Neil), il fallimento (Syd), il perdere la creatività (Marcus), l’intelligenza artificiale (Richie) e…sì, anche la matematica. Chi potrebbe averlo detto se non Carmy? Non che faccia fatica a credergli: con i numeri sono sempre stata negata anche io.
In questo modo ognuno dei personaggi accende una luce verso l’altro, costruendo un contatto più profondo ed empatico. Mettere a nudo le proprie debolezze è certamente difficile ma è anche catartico. Aiuta ad abbassare il livello di stress psicologico e sociale, diminuendo il senso di frustrazione e di inadeguatezza. Inoltre, tramite l’ascolto e lo scambio ci si sente più simili agli altri di quel che si sarebbe creduto. Sotto quel tavolo si condivide ciò che si prova, in modo spontaneo e privo di giudizi, così che la condizione di crisi temporanea di Evie possa trasformarsi in una lezione di vita per tutti.
Questa sequenza di The Bear infatti è importante anche per un altro motivo. Da questo momento in avanti la maggior parte dei personaggi prenderà delle decisioni nette sul proprio futuro. Non è così che funziona anche per noi? Compiere una determinata scelta può essere spaventoso, perché non sappiamo cosa ci attende al di là della tovaglia, nella realtà spietata e frenetica in cui siamo immersi quotidianamente.

Eppure sono esattamente il mistero e l’imprevisto le scintille di alcuni degli avvenimenti più belli della vita. Pensiamo all’innamoramento, ad esempio. O a una chiacchierata che ci cambia l’umore durante una giornata storta. È il non sapere cosa troveremo oltre le four and twenty million doors on life’s endless corridor (come cantano gli Oasis) che ci permette di creare, di avere nuove idee, di buttarci in un progetto, di sognare. Ecco quindi che Carmy e gli altri Bears iniziano a muovere i primi nuovi passi fuori da quel tavolo, come dei bambini che imparano a camminare per la seconda volta.
Ed ecco Richie che racconta allo zio Jimmy la storia di un giardino di Kyoto fatto solo di pietre isolate e sabbia che le circonda, in cui lui vuole essere la sabbia. Collegare, unire, essere il tramite tra quelle rocce separate. E mentre noi spettatori lo ascoltiamo, non possiamo che pensare a quanti progressi abbia fatto questo meraviglioso personaggio. A quanto la scrittura di tutti i protagonisti di The Bear sia semplicemente perfetta.
Ogni cosa in questa serie diventa simbolo, dal colore delle luci degli ambienti alle inquadrature vicinissime ai volti degli attori, fino agli oggetti. Un tavolo che diventa stanza e poi casa. Accogliente e piena di voci, di musica e di vita. Un singolo individuo che diventa un duo, poi gruppo e infine coralità. Da pietre rigide a sabbia morbida e ampliabile in tutte le direzioni. Uno chef, Carmy, che è il direttore di questa orchestra un po’ stonata ma che via via diventa sempre più virtuosa e capace di autocorreggersi.

Forse senza il settimo episodio – senza quindi la paura di Evie – non ci sarebbe stata alcuna seconda possibilità. Niente catarsi, niente riconciliazione. La lezione di questa sequenza di The Bear, dunque, è quella di sforzarci di pensare che la paura sia la cosa più naturale del mondo. L’unica emozione capace di risvegliare il suo contrario, ovvero il coraggio. Ciò che stimola l’intenzione di buttarsi dal trampolino e di scoprire cosa c’è oltre. Un retaggio genetico derivato dai nostri antenati che tramite lo stare vigili e all’erta per affrontare i pericoli, sono stati in grado di adattarsi e di sopravvivere nel corso dei secoli. Fino a noi. Fino a quel tavolo che diventa iniziativa, spinta, slancio verso qualcosa di nuovo da vivere e da condividere.
Fino agli ultimi minuti della settima puntata, la più lunga della quarta stagione di The Bear. Richie apre il frigo e allunga una mano per prendere una bottiglia di birra, mentre guarda sullo schermo del cellulare il selfie scattato da Ted sotto il tavolo. Una foto di gruppo in cui ci sono tutti i membri della famiglia Berzatto accanto agli amici più stretti. In fondo lo sappiamo: non sempre i legami più importanti coincidono con quelli di sangue. Richie sorride, è sereno. Poi lo schermo diventa nero e iniziano a comparire i titoli di coda. Tutto nella vita dura solo per un po’. Anche la paura.






