Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Valerio è un ragazzo giovane con tanto da raccontare. Uno di quelli che quando li incontri possono sembrare superficiali, distaccati, lontani, ma quando li conosci davvero ti aprono le porte di un mondo che non ti aspetti. E in cui non sempre sei pronto a entrare. Valerio ha gli occhi grandi e scuri, occhi che hanno dentro una luce particolare. È una sorta di bagliore vitale misto a ritrosia, quello che hanno le persone nate per volare a cui però la vita ha tarpato le ali. Valerio è uno dei protagonisti di Storia della mia famiglia, che ci ha mostrato la sua vita ma qualcosa ci ha anche nascosto, a malapena accennato. Qualcosa che lo ha reso se stesso e che gli ha regalato una caratteristica che lo contraddistingue: quella che mi piace chiamare l’ironia del traumatizzato.
Tra i tanti personaggi di Storia della mia famiglia, Valerio è quello che più mi ha colpito fin dal primo momento.
E no, non solo perché a dargli il volto è un Massimiliano Caiazzo perfetto, nel pieno del suo percorso di distanziamento dal personaggio che gli ha dato la fama e al quale correva il rischio di essere associato vita natural durante, Carmine di Mare Fuori. O meglio non solo per questo. L’interpretazione di Massimiliano Caiazzo è il primo ma non unico motivo per cui Valerio riesce a essere il personaggio profondo e sfaccettato che è. A colpirmi è stato qualcos’altro. Qualcosa nella sua personalità, nel suo modo di muoversi nel mondo con tanta leggerezza e contemporaneamente con la consapevolezza di chi sa che la vita può riservare parecchi due di picche. E lo sa perché ne ha ricevuti di grossi.
Valerio è un personaggio complicato, a cui la vita non ha risparmiato nulla. Ha alle spalle un passato fatto di dipendenze e di più di una difficoltà nella gestione dei rapporti con gli altri. In primis con i suoi genitori, un padre assente e una madre persa nei meandri delle sue scelte sbagliate. L’amore di suo fratello è un bell’antidoto, ma come sappiamo non basta. E non basta soprattutto perché nel modo in cui avrebbe voluto e dovuto riceverlo non dura molto, dato che la morte si mette di traverso. Del passato di Valerio sappiamo poco, e questo poco lo scopriamo pian piano, in modo quasi contrario rispetto a ciò che ci aspetteremmo di vedere. Se la prima stagione di Storia della mia famiglia si concentra infatti sulle sue difficoltà più immediate, è la seconda a entrare davvero nel profondo delle dinamiche che di quelle difficoltà sono state causa diretta.

Siamo tutti il frutto di ciò che ci succede e del modo in cui lo affrontiamo, e Valerio in Storia della mia famiglia non fa eccezione.
Quello che conosciamo è un personaggio che potremmo definire quasi diviso a metà da una linea netta, tanto sottile quanto profonda. Da una parte c’è il suo lato più vivo, quello che riserva ai suoi nipoti e a coloro che davvero lo meritano. È lo zio Valerio dei sorrisi a 32 denti, delle battute, quello che sostituisce Fausto nel rituale mattutino con Ercole. Quello che riesce a mandare avanti la famiglia con una parvenza non solo di normalità, ma anche e soprattutto di serenità. È la parte di Valerio che urla “E dai Libero sorridi, a zio!” mentre guida, e quella che si attacca al citofono di Valeria e alla sua lamentela risponde con un semplicissimo “ED ESCI!”. Insomma, è quello dei piccoli momenti di gioia. E dico gioia perché forse parlare di felicità è un’altra cosa.
Dico questo non perché essere felici per chi nella vita ha avuto i suoi traumi sia impossibile, ma perché Valerio comincia ad affrontare davvero i suoi demoni e le sue paure solo sul finale della seconda stagione di Storia della mia famiglia. Cosa che, per la felicità, è una conditio sine qua non: dall’affrontare le cose non si scappa. E tutto questo ci porta all’altro lato di Valerio, quello alimentato dai torti subiti dalla vita e dalle persone che la sua l’hanno popolata, sedimentati col tempo passato senza volerli guardare in faccia.
Questo lato di Valerio è quello più cupo e profondo. Profondo non perché sia più importante dell’altro, ma perché affonda le sue radici lontano nel tempo e nello spazio. Quando prevale, a parlare al posto di Valerio sono la tristezza, l’inquietudine e la rabbia. Quella di chi ne ha viste tante, ne ha subite troppe e non ha mai avuto modo di farci pienamente i conti.
Un saggio ha detto che tutte le persone che incontriamo combattono una battaglia di cui non sappiamo assolutamente nulla.

Ecco, tra i (tanti) meriti di Storia della mia famiglia c’è anche quello di averci permesso di toccare con mano questa verità. Quella di Valerio è una battaglia personale quotidiana e silenziosa. È fatta di tentativi di fare pace con il passato e di costruirsi un presente e un futuro più rosei. Tentativi che a volte sono vani, come testimoniano gli infiniti dietrofront con Valeria ogni volta che lei, seguendo se stessa, si espone. Ma che altre volte riescono ad andare a segno, non casualmente nei momenti in cui Valerio prende il coraggio a quattro mani e si prepara a guardare in faccia alla realtà, a ciò che è stato, per plasmare ciò che può ancora essere.
A portare avanti questi tentativi è un personaggio che, con la stessa apparente incoerenza che lo porta a provarci e a volte a tirarsi indietro dopo due minuti, si muove nel mondo con quell’ironia un po’ menefreghista che sembra alleggerire i suoi passi, ma in realtà non è altro che la sua più grande tutela. Valerio si arma della sua simpatia, del suo mood ironico e autoironico, e così facendo si difende da tutto ciò che potrebbe colpirlo. Da tutto ciò che potrebbe fargli male. Si difende dalla morte di suo fratello, dal ritorno del padre, da tutte le batoste con cui la vita potrebbe in ogni momento colpirlo. Sa che è così, sa che la probabilità c’è. E non vuole farsi trovare impreparato.
Muro su muro costruito a suon di sorrisoni e facce buffe, si muove nel mondo con l’aria di chi vive alla giornata, nel tentativo di non essere preso in pieno da qualcosa. Qualunque cosa. Sia questa la morte o l’amore, poco cambia.
Ma è nel momento in cui Valerio si lascia andare davvero che il suo sorriso cambia.
Sul finale di Storia della mia famiglia 2 (qui la recensione), dopo l’incidente e tutto ciò che ne consegue, il suo piglio è diverso. E l’ironia del traumatizzato lascia spazio a quella di chi sa che i traumi esistono, ma sa anche che essere felice è possibile comunque. Ecco perché Valerio mi ha colpito così tanto. E a dirla tutta lo ha fatto anche perché in lui ho rivisto un po’ di me e della persona sotto sotto spaventata che sono. Se solo esistesse, gli direi che di strada ne ha fatta tanta. Gli direi anche che proprio per questo non deve temere, è già molto al di là di dove avrebbe mai pensato di poter arrivare. Già che ci sono, e che non posso dirlo a lui, lo ripeterò a me stessa.




