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La prima immagine che ci accoglie in Sons of Anarchy è quella di un gruppo di motociclisti che rombano lungo le strade della California, bandiere sventolanti e giacche di pelle. È il sogno di libertà che da sempre accompagna l’immaginario dei biker: la strada aperta, la velocità, il vento addosso, il senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Ma, come la serie creata da Kurt Sutter (disponibile su Disney+) ci insegna fin dall’inizio, dietro quell’immagine seducente si nasconde un’altra verità, molto meno romantica. In Sons of Anarchy ogni illusione dura poco, perché quella stessa strada che sembra portare ovunque, in realtà non porta lontano: finisce sempre per tornare a Charming, a quella lunga tavola di legno attorno alla quale si decide la vita e la morte. È lì che la libertà evapora, sostituita dal peso delle regole, della lealtà, del sangue. Quella che chiamano famiglia è rifugio e prigione, abbraccio e catena.
SAMCRO è molto più di un club motociclistico: è una famiglia. Chi indossa la giacca con il Reaper non è mai solo. C’è sempre qualcuno pronto a difenderti, a brindare con te, a piangere con te. Nelle loro riunioni, tra brindisi e risate, sembra di assistere a una versione alternativa della tavola rotonda: non cavalieri e spade, ma biker e pistole. Ma la stessa fratellanza che accoglie, soffoca. Essere uno del club significa vivere secondo un codice che non ammette eccezioni: ogni scelta personale passa in secondo piano, ogni desiderio deve piegarsi al volere del gruppo. È dentro questa dinamica soffocante che si muove Jax Teller.
Cresciuto nel club, Jax non ha mai davvero avuto una scelta. La sua vita è stata scritta molto prima che potesse immaginarne un’altra. Figlio del fondatore del club, cresciuto con il mito del padre idealista, Jax sogna di riportare i Sons a una purezza originaria, lontana dai traffici di armi e dagli accordi sporchi. È un uomo che vuole credere nella possibilità di una fratellanza libera, capace di vivere la strada come spazio di emancipazione. Ma ogni suo tentativo di cambiamento si infrange contro la realtà dei legami.
È questa tensione che definisce il suo destino: un uomo che vorrebbe essere libero ma che resta imprigionato nel ruolo che la famiglia gli ha cucito addosso.

Non può sciogliere il club dalle sue catene senza distruggere l’identità stessa dei suoi fratelli. Non può allontanarsi senza tradire la memoria di suo padre. Non può fuggire con Tara e i figli senza condannare il resto della famiglia allargata che da lui dipende. La sua vita è un continuo oscillare tra il sogno della libertà e la necessità della schiavitù, tra l’utopia del cambiamento e il vincolo della tradizione. È questo il paradosso di Sons of Anarchy. I Sons sono fratelli, uniti da un giuramento che non ammette deroghe. Far parte della fratellanza significa non essere mai soli, avere sempre una spalla su cui contare. Ma ogni promessa di protezione porta con sé la minaccia della perdita di sé. Nessuno appartiene più solo a se stesso: ogni azione, ogni decisione, anche la più intima, ricade inevitabilmente sull’intero gruppo. La famiglia regala identità, appartenenza, un senso di forza collettiva che dà significato alle vite dei singoli. Ma nel momento stesso in cui li definisce, li imprigiona. Chi osa infrangere le regole, chi cerca di sottrarsi al vincolo, viene punito senza pietà.
L’appartenenza è un marchio indelebile, e non esiste via d’uscita che non passi attraverso il sangue.
Nei sogni di Jax di riforma del club c’è la nostalgia di un ideale mai vissuto: quello immaginato da suo padre, un’utopia di fratellanza libera da traffici criminali, capace di vivere la strada come puro spazio di autonomia. Ma ogni suo tentativo di cambiare le cose si infrange contro la realtà dei legami. Jax è vincolato al club non solo dal giuramento, ma dalla memoria del padre, dalla protezione dei figli, dall’amore per Tara e dal potere corrosivo di Gemma. Ogni scelta di Jax non appartiene mai soltanto a lui. La sua parabola è tragica proprio perché si muove dentro un’illusione impossibile: liberare il club dalle catene quanto il club stesso è, nella sua essenza, catena. La struttura stessa della serie riflette questa condanna. Ogni stagione si apre con la promessa di una via d’uscita, di un futuro migliore, di una possibilità di cambiamento. Ma ogni volta la storia si richiude su se stessa, riportando i personaggi dentro la gabbia. È un ciclo inesorabile, un eterno ritorno in cui la libertà appare come miraggio, mentre la schiavitù dei legami è l’unica realtà possibile.
La tragedia di Sons of Anarchy è proprio questa: che i personaggi credono di poter essere liberi, ma in verità non hanno mai avuto scelta.

Jax comprende che non esiste più alcuna via di fuga. Non c’è libertà che possa conquistare, non c’è famiglia che possa salvare. Tutto ciò che resta è il sacrificio. Sceglie di morire sulla strada, di andarsene con la stessa illusione di libertà con cui aveva iniziato. Ma quella corsa finale non è liberazione: è resa. È l’unico modo che resta per spezzare la catena, consegnando i figli a un futuro forse diverso. Jax si uccide perché solo così può liberare gli altri dal giogo che lui stesso non è mai riuscito a spezzare. La sua morte è un atto di amore e di condanna, la dimostrazione che la libertà non è mai esistita, se non nel gesto estremo della rinuncia alla vita.
In Sons of Anarchy i protagonisti non sono mai stati padroni del loro destino, ma pedine di forze più grandi: la famiglia, il club, la tradizione, il sangue. La strada aperta, simbolo di indipendenza, è un anello che si richiude sempre su se stesso. Sons of Anarchy non celebra la libertà, ma la sua impossibilità. Racconta la fine del sogno, il trionfo della gabbia, la condanna di uomini che hanno creduto di poter sfidare il mondo e hanno scoperto di essere schiavi di se stessi.





