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Charlie Hunnam, la biografia: la paura di finire divorato

I miei primissimi ricordi, i ricordi più vividi dell’infanzia sono istantanee del drago. Ero consapevole della sua ombrosa presenza fin da giovanissima età” – Charlie Hunnam

C’è un mostro, un drago enorme là in un angolo. Alle sue spalle si intravede qualcosa ma è avvolta nella penombra. Charlie non sa cosa sia, intuisce solo il drago, quello sì, enorme, incombente, minaccioso. E ha paura, una dannata paura. La ha da quando è appena un bambino che scorrazza per le strade brulle e decadenti di Newcastle. Attorno a lui ci sono miniere di carbone silenziose e abbandonate, carcasse di canteri navali, fabbriche di cotone senza più traccia di cotone. Lì, mentre cammina solitario e malinconico, Charlie sa, Charlie vede nella triste penombra dello scheletro di un’industria il drago. E inizia a correre.

Corre a casa, corre da sua mamma e dal ricordo del padre, di quell’uomo duro e autoritario che tutti rispettano. Le ricorda bene le rughe del padre. Di un volto scavato dal lavoro nelle miniere e dalle brutture della vita, da un ambiente dove non hai scelta: o lotti o sei divorato. E il padre ha lottato. Si è rimboccato le maniche, si è sporcato le mani come solo un “uomo inglese della working-class” sa e può fare. Alcuni dicono che quelle mani se le sia macchiate anche di altro e che quel rolex al polso e la Rolls-Royce in giardino siano “roba da gangster”. Ma Charlie non c’ha mai creduto. Per lui suo padre è semplicemente l’eroe che ha sconfitto il drago.

Per tutta la vita Charlie non farà altro che desiderare di essere l’uomo duro e intraprendente che è stato suo padre, non farà altro che provarci, nella realtà come nella finzione.

Proverà a imitare suo padre e sconfiggere il suo drago. Ma questo drago sembra troppo forte e lui troppo consapevole di sé e della realtà che lo circonda. Mentre tutti si dannano per tirare avanti, parandosi gli occhi e sgobbando a testa bassa, Charlie Hunnam da Newcastle è fermo. Immobile, impalato, paralizzato di fronte al drago e di fronte alla lucidissima contezza della follia del mondo. “Dio, cosa pensano di concludere queste persone?“. Si guarda attorno, vede lo sfacelo di un polo industriale ormai periferico e dimenticato dalla storia e Charlie sa di essere in una gabbia. Sa che il viaggio dell’eroe contro il suo drago non può iniziare. E così, quel drago resta lì, a tenerlo a distanza mentre Charlie è sempre più sfiduciato e bloccato.

Sons of Anarchy
Charlie Hunnam insieme al padre (640×360)

La sua infelicità, l’isolamento da parte degli altri che si tramuta in bullismo, la paura di essere divorato dal drago lo portano a fantasticare. A immaginare una realtà in cui può davvero essere l’eroe della sua vita e l’uccisore del drago. Inizia a rifugiarsi nei film. “Mi piaceva molto vedere film ed essere trasportato in mondi differenti che potevo solo immaginare ma che in fondo, dentro di me, volevo vivere“. E allora, in nome di quel sogno, Charlie Hunnam inizia a lottare calandosi nella parte di protagonista della propria vita. Inizia a pensare, in maniera infantile, che un eroe ha anzitutto bisogno del riconoscimento degli altri per essere tale. Achille era nulla privato della schiava Briseide, privato della testimonianza del suo valore, il “gheras“, che in greco non a caso significa sia onore che premio. E allora inizia a fare il duro, il gangster. “Mi identificavo con il rispetto che gli altri mi attribuivano, in qualunque ambiente mi trovassi. Ora mi rendo conto che sono solo un mucchio di sciocchezze perché so chi sono veramente“.

Più che essere un eroe, Charlie si atteggia a eroe. Inizia a fare a botte e alimenta dentro di sé la rabbia per un mondo e una realtà ingiusti. Fa della violenza il suo credo non rendendosi conto che il drago è sempre lì e non sta facendo nulla per affrontarlo davvero. La rabbia cresce. “Volevo che le persone lo sapessero: ‘Se scherzi con me, finirai male’. Ma poi ho realizzato di essere diventato schiavo della cosa di cui avevo paura“. Approccia alle arti marziali, vuole diventare più forte, più eroico. Ma scopre un mondo diverso: scopre il rispetto, il valore dell’autodifesa, i grandi principi che animano i veri eroi. Inizia, per la prima volta, a canalizzare la rabbia in qualcosa di positivo. Inizia a porre le basi per affrontare il suo drago.

Ma il cammino dell’eroe, prima di giungere al drago e a quello che nasconde, è ancora lungo.

A 15 anni è nient’altro che un ragazzino spaventato e aggressivo. In programma la sua classe d’arte ha un viaggio a Firenze, un sogno per lui. Ma il professor Day decide di non lasciarlo partire. Lo considera un pericolo per sé e per gli altri, una “minaccia per la società“. In Charlie Hunnam monta la rabbia. Decide di prendersi una piccola vendetta col suo amico Rupert. Prendono i costosi colori acrilici che il professore vietava di utilizzare e si mettono a dipingere. Charlie realizza un quadro che lui stesso giudicherà “il più bello che ho mai fatto“. Raffigura una enorme lattina di cola schiacciata. È un quadro di forte impatto, violentemente evocativo: in quella lattina c’è molto di Charlie, della sua condizione interiore. Dipingere quel soggetto era il modo che aveva trovato per veicolare la rabbia.

Charlie Hunnam
(640×360)

Quando Mr. Day ritorna, però, non la prende bene. Va su tutte le furie, guarda distrattamente il dipinto, lo prende in mano e lo distrugge davanti a tutta la classe. In quell’istante in Charlie Hunnam monta lo stesso sentimento che anima Achille, privato, davanti agli altri Greci, del suo bottino: una cieca rabbia. Ma non c’è Atena, la dea della saggezza, a prenderlo per i capelli appena in tempo. È il punto di non ritorno. Afferra delle forbici e le scaglia violentemente contro il professore. “Con me non si scherza“. Le lame si vanno a conficcare sull’anta della porta, a pochi centimetri dalla testa dell’insegnante. Charlie viene espulso. Ancora una volta si scopre schiavo delle sue paure. Ma anche quell’evento è parte del destino scritto per lui: “È lì che ho deciso di accelerare i miei piani e non andare all’università“. Conclude da privatista le superiori e va a un community college per studiare teoria e storia del film. Il suo sogno è diventare uno sceneggiatore e un regista.

Sente dentro di sé che lavorare a un film non è solo un modo per estraniarsi dalla sua triste realtà ma un mezzo per affrontarla, un’arma da usare contro quel drago che è ancora lì, nella penombra, sempre pronto a divorarlo. Un modo per combattere. A circa diciassette anni era accaduto qualcosa. Mentre bighellonava con suo fratello per negozi -entrambi alticci- viene notato da un uomo. Charlie lo guarda con sospetto, prova a scacciarlo ma quello insiste. Dice di essere un model scout e di volerlo rappresentare. Il ragazzo lo guarda di sbieco: la vita gli ha insegnato a non aspettarsi nulla, a campare alla giornata, tirando avanti a testa bassa senza troppe pretese. Però che aveva da perdere? Decide di vedere il suo gioco e scopre che l’uomo fa sul serio. Lo prendono come modello per il gelato Wall’s, poi per la Kangol, produttrice del famoso “cappello col canguro”, un cult. Ma ora che il ragazzo studia cinema al Community College vuole dire basta. Va dall’agenzia di moda e con la sfrontatezza di un eroe greco taglia corto: “Beh, non voglio fare il modello ma se volete mandarmi a qualche audizione, vado a scuola di cinema e vorrei fare l’attore. Se volete rappresentarmi sarebbe grandioso“. Trova un muro: l’agenzia risponde picche.

Charlie Hunnam però non si arrende: insiste, torna e ritorna più volte, batte alla loro porta, li supplica come l’evangelica donna cananea.

E come nell’episodio biblico anche per Hunnam l’insistenza viene premiata. Lo spediscono poco convintamente a un casting e il ragazzo viene scelto. È la sua prima parte, nel teen drama britannico Byker Grove. Dopo appena tre episodi approda a un ruolo di spicco nella serie Queer as Folk. Qui emerge tutto il suo talento nella parte di un ragazzo gay ribelle. Hunnam riesce a mettere in scena tutto se stesso: rielabora le sue esperienze, le rivive tramite il filtro del palcoscenico e così canalizza e metabolizza la rabbia e il dolore, la paura e l’abbandono. Ora inizia a sentire in sé la forza di affrontare quel drago che sempre, immancabile, protegge il suo tesoro tenendo l’eroe a distanza.

E allora gli si fa vicino, lo combatte e scopre che, come in uno dei suoi saggi preferiti, L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell, il drago non è altro che la sua stessa paura. Rappresenta l’inconscio orrore, l’ostacolo, diverso per ognuno ma sempre reale, che la vita ci mette di fronte. Per Charlie, quel mostro è sempre stato il futuro. L’angoscioso peso di non poter sperare in un futuro felice, di vedersi sconfitto da un mondo decadente, grezzo e ottuso come quello di Newcastle upon Tyne. Ma ha lottato per uscirne, si è rimboccato le maniche come il padre e meglio del padre, affermandosi con ostinazione e volontà, perseguendo il suo scopo. E così il drago è sconfitto, l’angoscia lascia il posto alla rivelazione del tesoro a protezione del quale era il mostro: la principessa da salvare, la fanciulla pura, che per Campbell e per Carl Gustav Jung non è altro che la nostra spiritualità, il nostro Io più profondo.

Charlie Hunnam
Charlie Hunnam in Queer as Folk (640×360)

Charlie Hunnam trova esattamente questo sconfiggendo il suo drago, superando la paura di esserne divorato. Trova se stesso, la sua identità più piena, che gli fa capire gli errori del passato, che gli permette di superare la rabbia e affrontare nuove sfide. Perché l’eroe non si ferma mai. L’indovino Tiresia profetizza a Odisseo che dopo il ritorno a Itaca ripartirà per mare oltre le Colonne d’Ercole. È il viaggio inesausto dell’eroe, l’impossibilità di fermarsi prima di una serena vecchiaia. E Hunnam ha ancora sfide da intraprendere. Ottiene tanti ruoli, alcuni più importanti di altri, fino all’incontro con Kurt Sutter, fino alla parte di Jax Teller in Sons of Anarchy, fino al momento più duro della sua vita. Fino all’istante in cui è stato chiamato, vestendosi da altro eroe, novello Amleto, a superare la morte del padre, la sua vita di violenze e abbracciare il sacrificio finale.

Ora il viaggio è ripreso.

Prima nelle parti di re Artù (King Arthur), il cavaliere “figlio del drago”, più di recente in Shantaram, serie di cui abbiamo intervistato i protagonisti compreso Hunnam. Dovrà riuscire a spogliarsi delle vesti ingombranti di Jax, è questa la sua nuova sfida. Il nuovo drago, la paura che lo agita nel dubbio di non riuscire a scrollarsi di dosso la gloria passata per assumere nuove forme da eroe. Dovrà farlo anche nella sua quotidianità, con quella compagna (Morgana McNelis) che, come Odisseo con la sua Penelope, lui stesso ha ammesso di aver trascurato: “Finora sono sempre fuggito facilmente. Per lavoro sparivo per mesi e sono stato egoista e concentrato su di me ma dovrò imparare a bilanciare meglio il tutto se inizieremo a parlare di figli e sposarci“. Dovrà imparare, per l’ennesima volta, a smette di dare le spalle al drago nel timore di finire divorato.

Mi preoccupo ogni giorno di finire divorato. A volte ho avuto la sensazione che fosse proprio alle calcagna perciò devo voltarmi e combattere. Mi sono sempre sentito a due passi dall’essere divorato. Non mi è mai sembrata una scelta. A volte guardo le persone e provo un senso di invidia travolgente per il fatto che non si lasciano consumare da questa lotta, ma la verità è che il drago appare nella vita di tutti. E ogni volta che lo fa, bisogna affrontarlo. La lotta attende tutti. Alla fine penso di essergli molto grato, soprattutto perché quando lo combatti c’è sempre la possibilità di vincere. E prendersi il suo oro“.

Emanuele Di Eugenio