ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere spoiler sulle tre stagioni di Sneaky Pete!!
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Sneaky Pete era una serie tv dannatamente rock. Una lunga corsa in motocicletta, con i capelli al vento e i giri del motore al massimo. Un assolo capace di raggiungere grandi vette e atterrare sulle note dolci di una canzone cantata e ricantata migliaia di volte. È uno spettacolo per prestigiatori, la fiera delle illusioni. Sneaky Pete corre veloce e, pure quando si rilassa, ha uno strano modo di accelerare. È una serie tv frenetica, vivace, poliedrica. Si esalta con poco, prende quota, lavora col caos. È ricercata e variopinta. Classica ma allucinata. Ha ritmo, colore, spirito, intelligenza, esuberanza. Una vena umoristica sottile e arguta. Ha slancio e senso della misura. È estrosa, folle e pure classica, ma senza tempi morti e digressioni.
Insomma, una gran bella serie. Sneaky Pete vide la luce nel 2015, esattamente dieci anni fa. In Italia è stata rilasciata solo due anni più tardi, nel 2017. La distribuzione è stata affidata ad Amazon Prime Video, che con questo show mise a segno uno dei suoi migliori colpi prima dell’exploit di titoli come The Boys e altri. Non ha mai ricevuto grande attenzione, Sneaky Pete (altre serie tv che in Italia non guarda nessuno e non ne capiamo il motivo? Eccole). Almeno non in Italia. Lo show creato da David Shore (Dr. House, The Good Doctor) e Bryan Cranston è rimasto un po’ nascosto nel catalogo. Un territorio inesplorato, che avrebbe meritato molta più risonanza e che invece è venuta fuori un po’ alla volta, senza mai esplodere veramente.
Ma una cosa è certa: Sneaky Pete ha fatto breccia in chi l’ha guardata.
Merito della storia e, come dicevamo, del ritmo. Marius Josipovic è un truffatore che ha fatto del raggiro una forma d’arte. Un artista della truffa, specializzato in bugie e inganni. Finito in prigione, condivide la cella con Peter Murphy, che è un ragazzotto del Connecticut con una famiglia numerosa di cui parla sempre. Solo che Peter si becca altri vent’anni e rinuncia quindi all’idea di riabbracciare presto i propri familiari. È a questo punto che si accende la lampadina di Marius, che decide di appropriarsi dell’identità del suo compagno di cella e di recarsi nel Connecticut fingendosi Peter Murphy.
Siccome manca a casa da quando era il ragazzino, l’inganno gli riesce piuttosto bene. Marius diventa Pete, si appropria della sua vita, del suo passato e dei suoi ricordi. Per quanto possa sembrare surreale, tutto è studiato perché funzioni alla perfezione. Marius si è fatto raccontare ogni dettaglio della vita di Pete, il suo rapporto con i nonni e con i cugini. Riesce a ingannarli tutti, almeno all’inizio. Ma con la sua copertura sempre in bilico, Pete incorre in una serie di casini ed equivoci, cui vanno aggiunti i problemi con i suoi creditori e (nella prima stagione) con il temibile boss Vince Lonigan (Bryan Cranston). Con delle premesse così, si capisce che la serie deve per forza avere un ritmo concitatissimo.
Il suo protagonista scivola tra una bugia e l’altra, ingannando gli ignari familiari del vero Peter Murphy e provando a mettere in atto le sue spericolate truffe.
Il raggiro diventa un’espressione artistica e Pete il suo prestigiatore. Giovanni Ribisi ha un grande talento nell’insinuarsi nella psicologia di Marius (tra i migliori personaggi delle serie Amazon Prime), che indossa a sua volta la maschera di un’altra personaggio. Tema centrale di Sneaky Pete è infatti quello dell’identità. Identità che si cela dietro maschere e menzogne. Ogni personaggio si porta dentro dei segreti, non solo Pete. Ciascuno dei membri della famiglia si nasconde da qualcosa: da una verità troppo amara, da un passato doloroso, dai propri sentimenti, dalla verità. Alla fine, Pete entra in connessione con la famiglia, infrangendo la prima regola di un mago del furto: non affezionarsi alle proprie vittime.
Invece lo show televisivo crea legami tra i personaggi. Li lascia interagire, incastra le loro storyline e ne mette a rischio le coperture. La prima stagione di Sneaky Pete è la migliore. Marius si inserisce a poco poco nella famiglia, prende confidenza con i personaggi insieme a noi. Ogni puntata riesce nello scopo di intrattenere e incuriosire lo spettatore. Sulle dinamiche familiari, sugli espedienti stravaganti ideati dal protagonista per tirarsi fuori dai guai, sul doppio binario su cui corre parallelamente la serie. Con uno spettacolo così, sarebbe stato un peccato non lavorare alla realizzazione di una seconda stagione. I personaggi di Sneaky Pete sono infatti troppo interessanti e sfaccettati per poter essere compresi nell’arco di una sola stagione.
Così anche il secondo ciclo di episodi ha fatto centro, calcando la strada già tracciata dalla prima stagione e immergendosi ancora di più nelle dinamiche interpersonali dei vari personaggi.
Dopodiché è arrivato il passo falso: la terza stagione. Il cliffhanger che ha chiuso l’ultimo episodio lasciava presagire che la faccenda si sarebbe complicata. I personaggi avevano ovviamente raggiunto un livello di maturazione tale da spingere gli autori ad esplorare nuove vie. Solo che il risultato non è stato quello che ci si attendeva. La terza stagione è risultata un po’ fiacca rispetto alle precedenti. Sneaky Pete ha perso la cosa che la rendeva un’opera rock ed elettrizzante: il ritmo. La sceneggiatura ha scelto di dedicare maggiore spazio all’approfondimento psicologico dei personaggi, ma lo ha fatto sacrificando l’adrenalina dello show.
Le sequenze concitate delle prime stagioni hanno lasciato il posto a un tipo di racconto più pacato, che ha previsto più tempi morti, grandi riflessioni e meno azione. Molta meno azione. Tutto il filone narrativo di Carly e Audrey e della ricerca della madre (che forse non è morta) ha spostato il fulcro dello show dal suo elemento più prezioso: le truffe e i giochi di prestigio di Pete. L’opera è diventata molto più corale, ha approfondito aspetti Interessanti di personaggi che ormai avevamo imparato a conoscere e li ha resi i reali protagonisti della serie.
Però, è proprio a quel punto che Sneaky Pete ha smesso di essere una serie grandiosa ed è diventato solo uno show su una famiglia disfunzionale.
Bello ma non speciale. Piacevole ma non elettrizzante. Forse compiuta, ma non estrosa. Le reazioni sono state infatti tiepide. Benché se ne sia apprezzato lo sforzo e il volontà di dare a ciascun personaggio una sua compiutezza narrativa, ciò che critica e pubblico hanno messo in evidenza è proprio una certa mancanza di genialità, cosa che invece si riscontrava in abbondanza nelle prime due stagioni. Il terzo capitolo ha significato quindi la sua condanna all’ordinarietà. Una serie tv che sembrava avere tutto per poter spaccare (malgrado la scarsa attenzione mediatica ricevuta) ha inciampato alla fine contro un finale ben al di sotto delle sue potenzialità. Un vero peccato, anche se il titolo si può considerare comunque uno dei migliori prodotti della piattaforma (ed ecco perché dovreste guardarlo).









