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C’è un’idea che negli anni ci siamo portati dietro come se fosse la più ovvia delle verità: Carrie Bradshaw è l’unica vittima della sua storia. La donna che ama troppo, quella che meritava di meglio. Di contro, Mr. Big, l’uomo irrisolto e imprevedibile, è certamente il carnefice. Ma se fosse l’opposto? Se a furia di sorseggiare Cosmopolitan con lei e di annuire davanti ai suoi monologhi battuti sulla tastiera del pc, ci fossimo fatti abbindolare? Forse, il vero tranello non è stato Big, ma Carrie stessa.
Perché, a guardarla bene, Carrie non è mai stata solo la protagonista di Sex and the City, disponibile su NOW. Piuttosto, è stata la narratrice onnisciente, l’unica voce autorizzata a dirci come stavano le cose. E si sa, quando la narratrice è così carismatica, ironica, foriera di battute che vorresti tatuarti sul braccio, in pochi si azzardano a contraddirla. Siamo stati dentro il suo sguardo e, dentro quello sguardo, Big era sempre quello sbagliato. Tuttavia, magari è stata proprio lei ad averci venduto la storia con un filtro molto più glamour che onesto.
Analizziamo meglio Mr. Big
Lui è stato indubbiamente un maestro di ghosting quando ancora non c’era nemmeno la parola per definirlo: cene mancate, sparizioni improvvise, riapparizioni altrettanto repentine. Un incubo? Forse. Ma una costante. L’uomo era esattamente quello che abbiamo conosciuto tutti. Certamente inaffidabile, ambiguo, un po’ codardo, certo, ma mai davvero diverso da ciò che mostrava. Non era un bugiardo, non ha mai promesso a Carrie Bradshaw matrimonio (qui i matrimoni più belli delle serie), figli e un golden retriever in giardino. Era lei che leggeva tra le righe, trasformava ogni gesto in una conferma della loro epica storia d’amore. E non è andata meglio con gli altri.
Aidan, santo subito, falegname col cuore in mano, disposto a ristrutturare non solo il suo appartamento ma anche la sua vita, non era quello giusto perché, nonostante ci fosse compatibilità, a Carrie annoiava la stabilità. E allora via, si ritorna da Big, con sigaretta fumata sul terrazzo come a dire “non posso farci niente, sono complicata”. Peccato che non fosse in realtà così imperscrutabile. Era semplicemente incapace di stare in una relazione che non fosse un campo di battaglia. E quando Aidan, esasperato, le fa la famosa scenata costringendola a sedersi sulla sedia come una bambina da mettere in castigo, non è solo una gag. Piuttosto, è la rappresentazione plastica di una donna che rifiuta ogni contenimento, perché vivere la realtà senza dramma per lei è inconcepibile.

Carrie Bradshaw non viveva i rapporti, li sceneggiava
Lei usava gli uomini come materia prima per scrivere, come puntate di una serie che lei stessa dirigeva. Big non era un uomo con paure e difetti: era l’uomo che non si lascia prendere. Aidan non era un compagno con cui costruire, ma quello troppo perfetto per durare. Ogni relazione diventava un capitolo, e guai se non rispettava la trama che lei aveva in testa. La realtà, per Carrie, era sempre meno interessante della sceneggiatura che stava scrivendo. Lo vediamo persino quando lascia a Natasha, la moglie tradita di Big, quella lettera piena di spiegazioni e autoassoluzioni. Un gesto che suona meno come un atto di pentimento e più come l’ennesimo tentativo di appropriarsi della narrazione. Natasha, di fatto, non era una persona, ma un personaggio secondario di Sex and The City, necessario per rendere la sua storia più intensa.
Pertanto, torniamo alla fatidica domanda: Carrie Bradshaw è vittima o carnefice? Perché a ben guardare, spesso era lei a manipolare la situazione, a usare ricatti emotivi, a pretendere che l’altro fosse diverso da ciò che era. Non sapeva stare davanti all’assenza, non accettava che qualcuno non ci fosse o, peggio ancora, non volesse esserci. La sua risposta era sempre la stessa: plasmare, modificare, piegare l’altro alla sua narrazione. Non che Big (ecco perché Big non è un mostro) sia innocente, ma ridurre tutto al suo egoismo è comodo. Forse troppo. Eppure, siamo quasi sempre stati dalla sua parte. Ci siamo fidati di lei, anche quando ci stava servendo un racconto in cui la sua immaturità emotiva diventava romanticismo e, la sua ossessione, passione.
Ma perché abbiamo creduto a Carrie?
Perché, la star di Sex and the City ha incarnato in modo perfetto una generazione cresciuta a metà tra l’emancipazione femminile e la nostalgia delle favole. È la donna che sa camminare da sola per Manhattan con un paio di Manolo Blahnik, ma che si sente incompleta se Big non la richiama. È il riflesso di un’epoca in cui si cominciava a dire che una donna poteva avere tutto, che tradotto significava comunque avere anche lui, l’uomo giusto. Psicologicamente, Carrie incarna un conflitto che ancora oggi conosciamo bene: il desiderio di autonomia e la paura di restare soli. Da una parte l’icona della donna indipendente, dall’altra una figura quasi dipendente affettiva, incapace di accettare il rifiuto o la solitudine come possibilità reale.
C’è anche un lato narcisistico, difficile da ignorare. La vita per Carrie è valida solo se può essere scritta, raccontata, trasformata in episodio. Ogni gesto diventa materiale autobiografico La lettera che Big non legge, il post-it con cui Berger la lascia, persino la rovinosa caduta alle sfilate, tutto è destinato a diventare storia. In questo, Carrie è figlia della società dello spettacolo prima ancora che dei social: non esisti se non sei storytime. E in questo senso, Carrie è l’archetipo dell’eroina moderna che scambia la narrazione della propria vita per la vita stessa, con tutte le nevrosi (qui gli attori che hanno avuto un esaurimento) che ne derivano.

Ecco dove sta la vera trappola di Sex and The City
Carrie ci ha insegnato che l’amore vero è quello che non si arrende, quello che non smette mai di rincorrere l’altro, anche quando l’altro scappa. Che la mancanza, l’attesa e la sofferenza sono ingredienti inevitabili, quasi poetici. E noi ci siamo cascati, dimenticando che l’amore maturo non ha bisogno di inseguimenti alla stazione dei treni o di telefonate interrotte a metà. Non è una guerra né una rubrica di costume. È fatto di presenza, di stabilità, di scelte reciproche. Tutto ciò che a Carrie annoiava mortalmente. Eppure, proprio per questo Carrie resta un’icona. Non perché fosse un modello da seguire, ma perché ha incarnato la contraddizione di un’intera generazione.
Tra le altre cose, ci ha mostrato la libertà conquistata a fatica e l’incapacità di usarla fino in fondo, il bisogno di indipendenza e quello di riconoscimento, il coraggio di camminare da sole e la paura di non essere mai scelte. In conclusione, quindi, probabilmente non è stato Big il grande truffatore (ecco serie su storie di truffa) di Sex and The City. Magari lo è stata lei, l’amata e odiata Carrie Bradshaw. Ci ha fatto ridere, piangere, sognare, ma ci ha anche convinti che spesso il dolore del cuore e i pensieri pesanti, fossero più nobili di relazioni sane. La verità, invece, è che è stata la più grande creatrice di chimere della serialità contemporanea. Ma noi, non possiamo che continuare a fare gossip insieme a lei e le sue besties da Magnolia Bakery… Perché, in fondo, Carrie ci ha incantate e portate con sé per tanto, troppo, tempo.





