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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →“Se i vostri monelli devono scrivere parolacce sui muri, per favore, non usate i nostri muri. Turn-On è spento”.
Così Donald Perris, direttore generale di un’emittente affiliata alla ABC, comunicò al network di non voler più trasmettere Turn-On, uno degli show televisivi più disastrosi di tutti i tempi. La decisione maturò mentre la prima puntata era ancora in onda e venne comunicata al network anche attraverso un telegramma: era evidentemente insoddisfatto dai contenuti di un prodotto avveniristico che aveva spiazzato tutti. A quanto pare, non in positivo.
In un periodo storico nel quale fioccano le serie tv cancellate dopo una stagione o due, Turn-On detiene infatti un triste primato.
Fu cancellata dopo una sola puntata, andata in onda sulla ABC il 5 febbraio del 1969. O peggio: la sua condanna arrivò addirittura mentre la prima puntata era ancora in onda!
Qui si confonde la verità con la leggenda, alimentata nel tempo dal protagonista (Tim Conway) e da uno degli autori (George Schlatter).
Secondo diverse fonti, infatti, la prima e unica puntata di Turn-On sarebbe stata bloccata a metà da un’emittente affiliata, quella di Perris. E sarebbe stata mestamente rimpiazzata da un momento all’altro da uno schermo nero con musica d’organo dal vivo.
Un protocollo d’emergenza, in sostanza. Seppure non sappiamo se questo sia accaduto realmente o meno, poco conta: quel che è certo è che il destino di Turn-On era già segnato mentre la puntata attraversava i diversi fusi orari degli Stati Uniti. Le notizie delle reazioni negative provenienti dalla East Coast arrivarono infatti a ovest prima dello show stesso, spingendo alcune affiliate a decidere di non trasmetterlo affatto.
Turn-On riuscì così nell’impresa surreale di essere cancellato in alcune zone del Paese prima ancora che gli spettatori potessero vederlo.
Nonostante ciò, quella di Turn-On è, a prescindere, la storia di uno show arrivato un po’ troppo in anticipo sui tempi e che conteneva, sorprendentemente, alcuni elementi più familiari a noi che al pubblico e ai dirigenti televisivi degli anni Sessanta.
L’intelligenza artificiale di Turn-On. Nel 1969.
Sì, avete letto bene: intelligenza artificiale. E non parliamo dell’HAL 9000 dell’iconico 2001: Odissea nello spazio, distribuito l’anno prima. Naturalmente non esisteva niente di lontanamente paragonabile alle intelligenze artificiali generative di oggi, ma la premessa immaginata da Turn-On suona piuttosto familiare a uno spettatore del 2026.
Turn-On, d’altronde, era uno sketch show che partiva da un’idea quantomeno bizzarra: presentarsi come il “primo programma televisivo computerizzato”.
Digby Wolfe e George Schlatter immaginarono, in sostanza, cosa sarebbe potuto venire fuori se la realizzazione di uno show televisivo fosse stata affidata a una macchina. Era una finzione, ovviamente: realizzato in uno spazio asettico e quasi interamente bianco, più adatto a una clinica che a uno show televisivo, Turn-On fingeva che un computer dotato di intelligenza artificiale ideasse e sviluppasse sketch comici velocissimi, spesso della durata di pochi secondi.
Questo, almeno, era il filo conduttore di uno show impazzito, frammentato e immediatissimo. Al posto delle risate registrate, vennero utilizzati suoni creati con sintetizzatori Moog per rappresentare persino le risate del computer. Secondo quanto raccontato nel tempo da Digby Wolfe, era un “assalto visivo, comico e sensoriale” che coinvolgeva animazione, videonastri, film in stop-motion, distorsione elettronica, computer grafica e persino persone.
Non mancavano certo gli elementi di novità di Turn-On.

Non c’era un vero conduttore, non c’era un pubblico in studio, non c’era una normale risata registrata e non c’erano nemmeno scenografie tradizionali. Gli attori recitavano spesso dentro uno spazio completamente bianco; gli sketch potevano durare pochissimi secondi; immagini, scritte e battute venivano sparate una dietro l’altra. Alcuni sketch furono mandati in onda persino su uno schermo diviso in quattro, con una veste grafica che richiamava il fumetto.
Il risultato fu inevitabilmente disorientante per una platea televisiva che non era abituata a niente di tutto ciò.
Curiosamente, però, il ritmo vorticoso di questi sketch sarebbe oggi perfetto per essere tradotto in reel e clip per i social.
Per rendere l’idea, all’epoca Time raccontò che l’obiettivo fosse arrivare addirittura a circa 300 risate in mezz’ora: sulla carta, una ogni sei secondi. Un bombardamento comico che poteva risultare respingente per uno spettatore abituato ai tempi della televisione tradizionale, ma che oggi appare curiosamente meno estraneo. Siamo abituati a passare da un reel all’altro nel giro di pochi secondi, a consumare meme, shorts, TikTok e clip fuori contesto, a elaborare uno stimolo mentre quello successivo ha già preso il suo posto. Oggi possediamo quindi una grammatica audiovisiva che ci permette di capire molto meglio cosa stesse cercando di fare.
Ciò non significa che Turn-On fosse un capolavoro incompreso, affatto, ma resta un’operazione interessantissima, senza alcun dubbio. Andata in onda nello stesso anno del debutto del Monty Python’s Flying Circus, con cui condivideva più di un’affinità nella volontà di demolire le convenzioni dello sketch tradizionale, Turn-On era sperimentale, irriverente, coraggioso e fuori dagli schemi.
I destini delle due produzioni, però, non avrebbero potuto essere più diversi. Da una parte, una delle esperienze comiche più influenti della storia della televisione, destinata a lasciare un’eredità enorme; dall’altra, un programma che non sarebbe sopravvissuto neppure alla serata del debutto. Eppure, pur con risultati evidentemente molto diversi, anche Turn-On stava provando a inventare qualcosa che la televisione americana non aveva mai visto prima.
La reazione del pubblico e dei dirigenti, tuttavia, fu disastrosa.
L’umorismo di Turn-On, caustico, diretto e volgare, non piacque granché, e arrivò a scandalizzare molti. Turn-On era molto più provocatorio della normale televisione generalista dell’epoca. C’erano parecchie battute sul sesso, sulla politica, sulla guerra del Vietnam, sulla religione e sulle tensioni sociali americane. Rivisto con gli occhi di oggi, Turn-On presenterebbe molti elementi impresentabili e irricevibili, mentre altri sarebbero accolti diversamente.
Nel 1969, tutto ciò provocò una reazione immediatamente negativa, soprattutto tra alcune affiliate della ABC e una parte del pubblico. Il già citato Perris chiarì meglio le sue idee al riguardo nel corso di un’intervista al Cleveland Press, in cui ricostruì la storia dell’unica giornata di vita di Turn-On: “È stato visionato in anteprima da un membro del nostro staff il cui giudizio è solitamente buono. Ieri sera non è stato molto buono. Lo spettacolo non avrebbe dovuto andare in onda. Va bene essere osé, ma questo era semplicemente volgare. Era uno spettacolo d’odio. Il suo spirito era volgare. L’ho guardato a casa e mi sono sentito molto male per il fatto che fosse andato in onda”.
Niente da fare per Turn-On. Al di là del fatto che fosse stato effettivamente bloccato o meno mentre era in onda, la prima puntata fu pure l’ultima.

Persino la festa organizzata per celebrare il debutto finì così per trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. Tim Conway, guest star della prima puntata, raccontò in seguito che cast e troupe si erano riuniti per assistere insieme alla messa in onda: mentre Turn-On attraversava gli Stati Uniti, però, cominciarono ad arrivare le notizie delle affiliate che lo stavano rifiutando.
Come avrebbe ricordato ironicamente Conway, la festa per il debutto finì così per essere, nella stessa serata, anche la festa per la cancellazione.
Pochi giorni dopo quel famigerato 5 febbraio del 1969, si spensero per sempre i riflettori su Turn-On. Anche se non l’unica serie tv di sempre a esser stata cancellata dopo una singola puntata, il suo mesto primato è ancora più curioso agli occhi di uno spettatore di oggi: seppure Turn-On fosse uno show nato male e sviluppato persino peggio, era originale. Creativo. Geniale in alcuni spunti. E porta, soprattutto, a una domanda: se oggi affidassimo davvero a un’intelligenza artificiale il compito che Turn-On assegnava per finta al suo computer, cosa combinerebbe?
Partorirebbe uno show folle, imprevedibile e diverso da qualsiasi altra cosa vista prima? Oppure asseconderebbe gli algoritmi, riducendo al minimo ogni margine di rischio e ottimizzando ogni elemento per coinvolgere il pubblico di riferimento con una precisione pressoché matematica?
Temo la seconda, a dirla tutta, e l’ho evidenziato in un articolo di alcuni mesi fa: se i presupposti dovessero essere davvero questi, Turn-On sarebbe stato fin troppo ottimista.
Mi viene da pensare, a questo punto, che la sua alternativa non sarebbe stata necessariamente peggiore.
La fantasia, almeno, non era mancata. E noi, oggi, speriamo che non venga a mancare mai.
Antonio Casu





