Nel bene e nel male, purché se ne parli: ecco cosa mi viene in mente se penso a Sydney Sweeney. Non con riferimento stretto all’attrice in sé, che non fa chissà che cosa per assicurarsi di essere sempre sulla bocca di tutti. Il riferimento è più che altro a tutti noi che ormai – chi apprezzandone le doti, chi storcendo il naso verso tutto ciò in cui l’attrice è coinvolta – non facciamo altro che parlare di lei, dei suoi ruoli, del suo modo di fare e di mostrarsi. Includerla in un progetto, sia questo un film, una serie o una pubblicità poco importa, non è oggi garanzia di successo per il progetto stesso, ma sicuramente garanzia del fatto che qualcuno ne parlerà, che sarà visto, visualizzato, fruito. E nel mondo dello spettacolo di oggi, purtroppo, questo troppo spesso basta e avanza.
Sydney Sweeney è diventata negli ultimi anni un vero e proprio catalizzatore di attenzioni mediatiche. Ma qui, a prescindere da tutto, la domanda più importante che ci poniamo è una: Sydney Sweeney è una brava attrice o è stata – quando abbiamo cominciato a vederla come tale – un’allucinazione collettiva? Ecco, questa è la domanda a cui proviamo a rispondere oggi.
Sydney Sweeney non è solo Cassie Howard

Ventotto anni, principalmente conosciuta per il ruolo di Cassie Howard in Euphoria (la cui terza stagione non sta facendo altro che focalizzare ancora di più e ancora meglio l’attenzione su di lei), Sydney Sweeney ha all’attivo una carriera che va ben oltre il ruolo che le ha dato la fama. Basta visitare la sua pagina su Wikipedia per renderci conto di quanti ruoli abbia interpretato, al netto dei cameo in una marea di serie tv come Grey’s Anatomy, Criminal Minds o Pretty Little Liars. Le prime esperienze televisive e cinematografiche risalgono all’ormai lontano 2009, quando l’attrice era appena dodicenne, ma è nel 2018 che qualcosa comincia a smuoversi davvero. È nel 2018 che la sua carriera inizia a decollare.
A dare la svolta alla carriera di una giovanissima Sydney Sweeney, all’epoca appena ventenne, è una serie tv: The Handmaid’s Tale. Una serie che non è indissolubilmente legata al suo nome – l’attrice ha preso parte a un totale di 7 episodi – ma che ha a tutti gli effetti messo le basi per il suo futuro successo. È la prima volta, infatti che il suo talento viene mostrato al grande pubblico, un pubblico tra l’altro particolarmente attento alla capacità di creare empatia e di dare un bello scossone alla sfera emotiva degli spettatori.
In The Handmaid’s Tale Sydney Sweeney è Eden.
Eden Spencer è una ragazza giovanissima che viene a tutti gli effetti regalata a Nick come premio produzione per la sua lealtà a Gilead nella seconda stagione di The Handmaid’s Tale. A Gilead funziona così, non ci sono molte possibilità di scelta per le donne. Conosciamo Eden come una giovane un po’ a metà tra due mondi. È nata in quello di prima ma cresciuta anche in quello di dopo, ci vive bene ma è come se qualcosa in lei sotto sotto non ne accettasse pienamente le dinamiche. Nick è per lei un marito assente, non la ama, non la tocca, la maltratta quando la percepisce come un pericolo. E nell’impossibilità di vedersi amata da chi dovrebbe farlo, Eden trova un amore corrisposto al di fuori del matrimonio.

Una storia come questa non può che finire male in un contesto come Gilead. Eden e il suo amato Isaac vengono giustiziati insieme, annegati in una piscina davanti a un folto pubblico che può così imparare dagli errori altrui. Chiunque abbia visto The Handmaid’s Tale ricorderà di sicuro la scena. I due ragazzi non si pentono, non chiedono perdono né pietà. Non si smuovono davanti alla paura della morte, coscienti del fatto che la loro vita non sarebbe migliore del destino a cui stanno andando incontro. La paura si legge negli occhi di Eden ma non traspare dalle sue parole. È una scena fortissima, l’epilogo di un percorso altrettanto intenso. Dietro questo percorso c’è una Sydney Sweeney ancora non famosa, ancora non al centro dell’attenzione. Ma che dimostra di avere un talento non indifferente.
Questo talento non è scomparso, non può farlo.
Continuiamo a vederlo soprattutto in Euphoria, la serie che consacra l’attrice al grande pubblico. Sembra passata una vita ma in realtà solo un anno separa Eden Spencer da Cassie Howard (o forse dovrei dire Jacobs?). I due personaggi, però, non potrebbero essere più diversi. Cassie è un’adolescente – nel tempo sempre più una donna – cresciuta in assenza di una figura paterna e con la perenne sensazione di non essere amata abbastanza. Questo si traduce con la crescita in una ricerca spasmodica di attenzioni soprattutto ma non solo maschili, cosa che la porterà prima a intraprendere relazioni abbastanza problematiche (prima tra tutte quella con Nate) e poi a ricercare le stesse attenzioni anche altrove dal punto di vista professionale.
Non sappiamo ancora come finirà il percorso di Cassie in Euphoria. Ciò che però già sappiamo con certezza è che il ruolo di Sydney Sweeney ha assunto con la terza stagione una centralità nuova. E sappiamo anche che ogni scena in cui è presente porta con sé qualcosa di iconico, assurdo e spesso anche completamente folle. Cassie vive in un mondo tutto suo, non si rende pienamente conto di ciò che le succede attorno e non è minimamente disposta a togliere il focus da se stessa. E per quanto ad alcuni non piaccia, per quanto abbia letto tante opinioni secondo cui Cassie funziona solo perché l’attrice non sta interpretando un personaggio ma semplicemente dando sfogo alla sua stessa personalità, io non capisco come si possa negare il fatto che Sydney Sweeney – in tutta la serie ma in particolar modo in questa stagione – faccia un lavoro interpretativo notevole.

Cassie non è solo disinibita, non usa solo il suo corpo come strumento per catturare le attenzioni che non crede di avere.
È molto di più. È la rappresentazione di un tema, di una volontà e di un bisogno che la società contemporanea crea e che lei stessa rinnega. Alla fine della fiera in molti finiamo per odiare Cassie, o per lo meno per non averla proprio in simpatia. Comincia una relazione con il fidanzato della sua migliore amica, è totalmente egoriferita, più passa il tempo e più smette di vivere nel mondo reale. Un po’ dà i nervi, un altro po’ fa anche tenerezza. Ma è un dato di fatto che tutte le sfaccettature di una personalità problematica e anche un po’ traumatizzata non sarebbero così presenti e così visibili se Sydney Sweeney non fosse Sydney Sweeney. Vale a dire, se non fosse una brava attrice.
L’espressività del viso, lo sguardo che passa dall’estrema decisione all’estrema tristezza in mezzo secondo, la consapevolezza dello spazio che occupa: nulla è lasciato al caso, nessun dettaglio resta indietro. E se un’attrice è capace di darci due personaggi come Eden e Cassie, allora mi rifiuto di pensare che non sappia recitare.
La verità è che di Sydney Sweeney, più che il talento, critichiamo le scelte.
In primo luogo, le scelte professionali. Al di là dei ruoli che l’hanno resa celebre – mi sembra doveroso nominare anche la piccola ma significativa parte di Snake in C’era una volta a… Hollywood – e di alcuni piccoli highlights successivi come The White Lotus, nella carriera dell’attrice si susseguono diversi titoli che lasciano un po’ a desiderare, corredati da veri e propri flop. La commedia romantica Tutti tranne te, l’horror Immaculate, il film d’azione Madame Web: che non si dica che Sydney Sweeney non si è cimentata in generi diversi. Il come, però, lascia effettivamente a desiderare.

Ma qui non è una questione puramente interpretativa: è la qualità del prodotto a venire meno. Sono prodotti commerciali che di autoriale e approfondito hanno poco o niente. Li apprezziamo? Probabilmente no. Ma non credo che abbiano tolto in sé per sé abilità interpretative all’attrice. Casomai, ne hanno messo in discussione il gusto e il giudizio. E se anche fosse vero che Sydney Sweeney riesce bene solo in una tipologia di ruolo, a questo punto vi dico anche che ben venga. Onestamente non sono sicura che l’unità di misura della bravura di un’attrice sia la sua versatilità. Credo sia più importante la capacità di arrivare a chi deve, come deve, quando deve. E su questo io mi fido di Cassie, e in generale dei ruoli che hanno effettivamente qualcosa da dire.
Topic numero due: a Sydney Sweeney critichiamo anche le scelte private.
Le critichiamo la personalità che crediamo abbia, l’immagine che continua a dare di sé. Leggiamo notizie che raccontano dei suoi scontri con Zendaya – guai a toccarci la Queen – o degli ipotetici flirt sui set e non possiamo fare a meno di pensare che forse è un po’ too much. La vediamo prendere parte allo spot discutibile di un noto marchio di jeans e pensiamo che non è la persona che crediamo (o speriamo) sia. Sarà sicuramente antipatica, sicuramente troppo tutto. Eppure se le recenti dichiarazioni del buon Timothée Chalamet ci hanno ricordato che non sempre le persone famose fanno o dicono ciò che ci auspicheremmo da loro, allora forse a Sydney Sweeney dovremmo dare il beneficio del dubbio. Dovremmo separarla dalle sue interpretazioni e continuare a prenderci quello che di bello ci regala.
Abbiamo ancora qualche episodio di Euphoria davanti, ancora la possibilità di godercela in tutta la sua follia. Non sprechiamola. Prendiamoci e portiamoci a casa un’interpretazione che nel bene e nel male resterà iconica. E poi, alla fine, siamo davvero così sicuri di essere migliori di lei?







