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Sei scelte registiche rivoluzionarie delle Serie Tv

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Le Serie Tv degli ultimi anni hanno alzato notevolmente l’asticella della qualità, non solo per una narrazione sempre più articolata e affascinante ma anche per un registro stilistico via via più ricercato. Non è (più) necessario scomodare il paragone con il mondo del cinema perchè la televisione ha ormai raggiunto una propria autonomia espressiva.

È giusto, tuttavia, sottolineare la stretta interdipendenza tra piccolo e grande schermo e, come abbiamo visto in questo articolo, Sherlock rappresenta uno snodo chiave di questo percorso. Le Serie Tv sono cresciute sia in audience che nel budget loro dedicato, creando un contesto perfetto per sperimentare virtuosismi registici che, fino a qualche anno fa, sarebbero stati considerati utopia.

Il merito è anche di un numero sempre più significativo di cineasti e attori hollywoodiani prestati al piccolo schermo. Questi, infatti, hanno contribuito più di tutti a rendere le Serie Tv progetti di volta in volta più ambiziosi. I casi che verranno delineati in questo articolo sono, per l’appunto, quelli in cui tale ambizione ha raggiunto la sublimazione, quanto meno dal punto di vista della regia.

La rivoluzione, dietro la macchina da presa, è arrivata e questi sono sei fulgidi esempi del suo impatto.

1) LA BATTAGLIA DEI BASTARDI

battaglia bastardi regia

Abbiamo già parlato della portata rivoluzionaria della Battaglia Dei Bastardi in questo articolo. Se in quel frangente ci siamo concentrati sugli aspetti simbolici, andiamo ora a vedere nello specifico come Miguel Sapochnik, regista dell’episodio, sia riuscito a cambiare la concezione delle scene di guerra sul piccolo schermo. Tutto quello che c’è stato prima, infatti,  puntava a mettere in risalto il valore dei combattenti; lo scontro tra Ramsay Bolton e Jon Snow sovverte tale principio, ponendo l’enfasi sul caos.

Si comincia con una panoramica dall’alto che indugia sugli schieramenti, trasmettendoci la maestosità dell’esercito di Ramsay. È soltanto l’anticamera di quello che accadrà di lì a poco, ma è una ripresa chiave per dare allo spettatore la percezione dell’impotenza di Jon e dei suoi uomini. Dopo il crudele assassinio di Rickon – così com’è crudele e meravigliosa la trovata registica, nella quale l’inquadratura si sofferma sul giovane Stark e non sull’ultima freccia scoccata da Ramsey, dandoci l’illusione che egli possa scampare alla morte – ha inizio la battaglia vera e propria.

Le scene della battaglia sono, sostanzialmente, frutto di un lungo piano sequenza il cui soggetto principale è Jon Snow. Sapochnik sembra voler mettere su un piedistallo il futuro Re del Nord, di cui conosciamo ampiamente il valore, dimostrandoci come in realtà, in questa battaglia sporca e sanguinolenta, egli sia in balia del caos. E infatti lo vediamo sfuggire alla morte in più occasioni, tutte per pura combinazione.

battle of bastards

Lo spettatore, dal canto suo, non assiste da un comodo posto in prima fila ma è risucchiato all’interno della battaglia stessa. La visione gli restituisce, pertanto, una sensazione di tremenda claustrofobia, aggravata dall’impotenza di porvi rimedio. Non a caso è la stessa sensazione che prova il nostro protagonista quando, sopraffatto dai corpi, prova a prendere una boccata d’aria.

In ambito bellico la trovata innovativa di queste scelte registiche è, per questo, di natura concettuale. Ciò che caratterizza, solitamente, le scene di guerra è la spettacolarizzazione dell’evento. Anche le precedenti battaglie della stessa Game of Thrones godono di una migliore resa scenica, con suggestive riprese dall’alto e scontri individuali. La regia della Battaglia dei Bastardi punta invece a conferire un maggiore realismo. Il che la rende una regia che gioca e tiene conto in maniera preponderante delle emozioni dello spettatore.

Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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