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L’evoluzione narrativa della politica nelle Serie Tv, dagli anni Ottanta a oggi

political drama

Il dibattito politico è un tema bollente, capace di polarizzare discussioni, cene natalizie e pause caffè. Quando le serie tv sono evolute in un mezzo espressivo più strutturato, in grado di trattare argomenti più seri e abbracciare tematiche più complesse, anche le produzioni televisive si sono tuffate a capofitto. E il tuffo nell’impervio oceano della narrazione politica ci ha regalato dei political drama memorabili, di cui parleremo in questa nuova rubrica seriale. Non è certo un’inclinazione nuova nel mondo della narrativa. Ovviamente il racconto politico ha radici molto profonde, che si perdono fino al teatro classico. La satira politica nasce con la politica stessa, con la quale ha intavolando sin da subito uno scambio affilato di botta e risposta. Nel corso degli anni, produttori e scrittori televisivi di ogni nazione hanno rivoltato le scene politiche per restituire agli spettatori delle storie sotto forma di commedie graffianti o satiriche, tragedie strazianti oppure racconti dal taglio più storiografico (qui trovate 10 Serie Tv da guardare se siete appassionati di politica.)

House of Cards 1990

Gli anni ’80 rappresentano forse il periodo più florido del political drama seriale. Un genere che ha iniziato in quegli anni a consolidarsi in una formula che fungerà da esempio per quelli futuri. Dai primissimi esempi, che partono da The Bold Ones: The Senator (1970) della NBC, passando per le britanniche Yes, Minister/Yes, Prime Minister (1980) e House of Cards del 1990, oramai possiamo parlare di veri e propri classici. Degli esemplari vicini ai toni del teatro politico di Friedrich Schiller o di William Shakespeare. HBO e BBC firmano la maggioranza delle produzioni seriali di prestigio, come quelli appena citati, per non parlare di Tanner ’88 (1988) o Murphy Brown (1988). Gli esempi più illustri dunque vengono dai cugini anglosassoni e statunitensi. Nel panorama seriale italiano, purtroppo, è difficile trovare una serie tv politica dalle risonanze così ampie. Un esempio di political drama è certamente 1992, 1993 e 1994: una trilogia prodotta dal 2015 al 2019, nata da un’idea di Stefano Accorsi, che racconta in maniera romanzata le vicende di Tangentopoli, Mani Pulite e la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Oppure pensiamo a Boris (che sta per tornare su Disney+), un esempio seriale di comicità surreale e satira politica senza precedenti. Il panorama seriale italiano però meriterebbe un approfondimento a parte perché, in qualche modo, esiste una sottotrama politica in ogni serie tv nostrana, anche nelle più disimpegnate.

L’evoluzione del political drama nella serialità

Game of Thrones political drama

Come è stata raccontata la politica nelle serie tv e quale genere è stato privilegiato? Il formato più in voga ci dice qualcosa sulla società in cui nasce una certa serie tv? Ma soprattutto, come mai oggi è sempre più difficile produrre political drama con le stesse caratteristiche di House of Cards o The West Wing? Ovvero i due esemplari più rappresentativi del genere. Sarà forse a causa del clima di sfiducia nei confronti della politica? Ed è proprio da queste domande che nasce la nuova rubrica di Hall of Series dedicata alla narrazione politica. Più che ripercorrere l’evoluzione del genere, la rubrica è un tentativo di rispondere a delle domande che sembrano apparentemente futili. Invece nascondono delle preziose informazioni utili per comprendere meglio l’era socio-politica che stiamo vivendo.

Così abbiamo deciso di creare quattro approfondimenti dedicati all’argomento. Inizieremo con uno slancio iniziale positivo, prendendo in considerazione un prodotto magistrale, carico di speranze e di buone intenzioni (The West Wing) e concluderemo con il panorama seriale attuale, dominato dalla distopia. Come dimostra il successo planetario ottenuto da prodotti come Game of Thrones e The Handmaid’s Tale.

Vediamo i 4 appuntamenti settimanali dedicati all’evoluzione della narrazione politica nelle serie tv:

Il fil rouge che legherà i primi quattro appuntamenti della rubrica è dunque la voglia di trovare una risposta. Il ciclo di appuntamenti non poteva che iniziare da uno dei political drama più illustri della serialità: The West Wing. La serie tv ideata da Aaron Sorkin, infatti, non si limitava solo a raccontare in modo avvincente il processo politico e a promuovere dei valori progressisti. L’obiettivo nasceva da intenti molto più nobili. Voleva convincere le nuove generazioni di politici che una politica diversa, più corretta e trasparente, era ancora possibile. E a giudicare dagli approfondimenti che vi proponiamo, forse, è facile immaginare una risposta alle domande che ci siamo posti. Purtroppo.

The West Wing (1999 – 2006): la speranza

The West Wing political drama

Il primo appuntamento riguarda una serie tv classica che, sebbene sia stata poco seguita in Italia, ha influenzato sia la narrativa seriale (pensiamo a The Newsroom) che il panorama politico stesso. La sua influenza è talmente forte che, ancora oggi, i politici occidentali si chiedono cosa farebbe il presidente Josiah Bartlet (Martin Sheen) al loro posto. Ad esempio nel 2015, durante un’intervista nel podcast “Hollywood Prospectus” di Grantland, Dan Pfeiffer, ex consigliere di Barack Obama, ha arricchito il suo intervento con numerosissimi riferimenti a The West Wing.

Potremmo dire che gli anni a cavallo tra i ’90 e i 2000 sono caratterizzati da una narrazione politica ancora fiduciosa, proiettata verso un futuro più luminoso. È il periodo di Commander in Chief (2005 – 2006) che racconta le vicende (inventate) della prima donna a sedersi alla Casa Bianca. E ancora, Borgen (2010 – 2013), una serie politica danese che racconta la storia di Birgitte Nyborg, la quale inaspettatamente diventa il primo ministro donna della Danimarca. Sono gli anni in cui spopola il realismo, come in The Wire (2002-2008). I toni sono crudi, certo, ma il suo merito più grande è quello di aver esplorato in maniera accurata la società e la politica, mostrando l’effetto delle istituzioni sugli individui per indurli a riflettere.

House of Cards US (2013 – 2018): il marcio

House of Cards

Il secondo appuntamento settimanale, invece, è dedicato alla sorella cattiva di The West Wing. Il lato oscuro della forza: House of Cards, la versione degli Stati Uniti, quella che alza il tappeto e ci mostra il sudiciume della politica. Lo show ha ottenuto 33 nomination agli Emmy, soprattutto per l’interpretazione di Frank Underwood (Kevin Spacey) e di sua moglie Claire Underwood (Robin Wright). Nel 2018 però, come tutti ben sappiamo, la serie ha subito il colpo di grazia a causa delle accuse rivolte a Spacey. Con Wright al comando, e con le feroci polemiche che la circondavano, House of Cards ha perso vigore. E, con esso, l’occasione di affermarsi una volta per tutte come un cult seriale senza precedenti.

Lo scandalo, il gossip e il complotto sembrano perciò caratterizzare la narrazione politica dei prodotti iniziati nei primi anni ’10 del 2000. Oltre al remake di House of Cards, è il momento di Scandal (2012 – 2018) e di The Good Wife (2009 – 2016). Quello di Homeland (2011 – 2020) e The Americans (2013 – 2018). Insomma lo spionaggio, l’intrigo e il terrorismo fanno da sfondo a una narrazione politica che non sembra più avere così tanta fiducia nel presente, figuriamoci nel futuro.

La comedy e la satira politica: la risata

political drama Veep

Nel terzo appuntamento abbiamo scelto di concentrarci sul potere, ma su quello della risata. La commedia, e ancora di più la satira, sono da sempre il luogo d’elezione per il dibattito politico. Gli esempi più riusciti arrivano dagli sketch comici, i programmi di intrattenimento, la stand-up fino al cinema. Ma anche la serialità offre degli esempi di tutto rispetto. Prenderemo in esame quindi le sit-com, come quelle dello spessore di Veep (2012 – 2019) con Julia Louis-Dreyfus, Parks and Recreation (2009 – 2015) dal marcato stile mockumentary oppure l’ultima arrivata: Mr. Mayor (2021), con Ted Danson.

Si tratta di una tradizione comica di cui è difficile rintracciare le origini. Spin City (1996) con Michael J. Fox e Carla Gugino, ad esempio, rappresenta uno dei primi esempi di sit-com multicam carico di grandi premesse, che si è avvalso di un casting di livello per trattare un tema forte, appunto la politica. Ovviamente la risata è soprattutto il regno della satira animata, come I Simpson o South Park che dal 1997 bastona il potere senza filtri. Negli ultimi anni abbiamo visto arrivare The Comey Rule (2020) e The Politician (2019) e, nonostante le differenze che analizzeremo, la commedia sembra avere più fortuna in ambito politico rispetto al drama.

La crisi del political drama: la distopia

The Handmaid's Tale

Il quarto appuntamento sarà dedicato a quelli che sembrano i generi migliori per declinare la narrazione politica ai giorni nostri: la distopia e il fantasy. Il political drama non è scomparso, sia chiaro, ma ha perso lustro e visibilità. Togliendo i grandi titoli nati nei primi 2000, è difficile pensare a un political drama recente che non sia rimasto confinato in una nicchia di pubblico. Pensiamo a Madam Secretary (2014-2019), Secret City (2016 – 2019), Mrs. America (2020) o Stateless (2020): tutti prodotti eccellenti che però non hanno mai ricevuto (almeno in Italia) il successo che meritavano. Poi ci sono serie tv che partivano da grandi aspettative, come Designated Survivor (2016 – 2019), una scommessa decisamente persa, e Marseille, la serie francese del 2016 con Gérard Depardieu (che ricorda House of Cards) aspramente criticata. Un genere che sembra resistere, invece, è il dramma storico, come The Crown. Un prodotto eccellente che pur trattando di politica, attira l’attenzione del grande pubblico soprattutto per le sue esce sfavillanti, come le love story reali e il gossip.

Come dicevamo, la narrativa politica declinata nel genere distopico e fantasy sembra essere il modo migliore per attirare l’attenzione del grande pubblico, in un clima di sfiducia sociale e politica. Da Game of Thrones, Black Mirror, da The Handmaid’s Tale a The Man in the High Castle, cercheremo di capire perché il political drama, come lo conosciamo, è in crisi (e se lo è veramente). Il successo di queste serie, forse, porta con sé l’urgenza di trovare un nuovo modo per raccontare la politica, veicolando delle tematiche urgenti, come l’emergenza climatica e l’impatto della tecnologia sulla nostra società.

Riusciremo a rispondere alle domande da cui prende vita la rubrica? Lo scopriremo presto, con il primo appuntamento dedicato a The West Wing.

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Scritto da Sara Crecco

Rifletto tanto, talmente tanto che poi dimentico su cosa stavo riflettendo. Quindi niente, accendo Netflix.

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