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Le miniserie sono sempre più mini: non sarebbe meglio fare un film, in certi casi?

Vanished, la deludente miniserie con Kaley Cuoco

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In una recente intervista rilasciata a TVLine, Kaley Cuoco si è avventurata in alcune interessanti considerazioni sulla sua nuova miniserie, Vanished. Un punto, in particolare, ha attirato la nostra attenzione, ed è ben sottolineato dal magazine nell’articolo di presentazione: “Con appena quattro episodi per raccontare la storia di Alice — e senza lasciare cliffhanger in sospeso — Cuoco spiega come il formato breve abbia costretto la serie a far arrivare le emozioni più velocemente e con più forza rispetto a una serie tradizionale“. Vanished, d’altronde, è composta da quattro puntate, manco troppo lunghe: 45 minuti circa. Quindi 180 minuti, più o meno. Tre ore, in pratica. Risultato? Una storia che corre all’impazzata, pur con alcune interessanti inserzioni legate al passato dei due protagonisti, raffigurati attraverso dei flashback.

Niente di strano, fin qui: il formato delle miniserie si sta evolvendo nel tempo, e cerca di assecondare sempre più le nuove abitudini del pubblico.

Un pubblico più distratto che ricerca maggiore immediatezza, tensione costante e motivazioni continue per portare avanti la visione. Si trova così una sintesi che dovrebbe rispondere ad aspettative del genere, ma i risultati di Vanished non sono stati fin qui granché soddisfacenti: la serie distribuita da MGM+ “vanta” al momento un deludente 5,6 di valutazione su IMDb, mentre su Rotten Tomatoes è gradita dal 41% della critica e dal 47% del pubblico. Se non è un disastro, poco ci manca.


Il caso di Vanished potrebbe esser considerato peculiare e trattato come tale: potrebbe essere, semplicemente, una miniserie non riuscita. Punto. E per molti versi non è altro che questo, sia chiaro. Quella che segue, però, non è una recensione: è una riflessione più ampia. E si concentra, soprattutto, sul formato: il ritmo e l’esigenza di incalzare lo spettatore con una tensione narrativa incombente, trasferendo così un senso d’urgenza, finiscono per diventare una gabbia. Vanished sembra volersi espandere oltre i confini narrativi di un film, ma allo stesso tempo lo fa con una diluizione insoddisfacente.

In poche parole, vuole raccontare troppo per trarre i punti di forza di una narrazione cinematografica di genere.

Allo stesso tempo, però, racconta troppo poco per essere una miniserie appagante.

Kaley Cuoco e Sam Claflin, i protagonisti, fanno il possibile per reggere sulle spalle le criticità di Vanished, ma finiscono per essere inermi di fronte a una storia che risulta inconsistente, a tratti pretestuosa e non abbastanza intrigante per assolvere il mero compito di intrattenere il pubblico. Da qui nasce una provocazione essenziale: quando la miniserie è così mini e non centra i punti di forza del formato, non sarebbe meglio tirar fuori un film?

Il problema nasce anche da alcune considerazioni che facemmo tempo fa sulle miniserie, sempre più attuali e capaci di convogliare i gusti del nuovo pubblico. Ci sono dei casi in cui la scelta è perfetta per raccontare una storia con lo spazio ideale di cui ha bisogno, ma altri in cui sono semplicemente film a puntate. Dove le puntate non sono davvero puntate, non avendo allo stesso tempo la forza di un film.

Per intenderci: Vanished è composta da quattro puntate al pari di Adolescence, una delle migliori serie degli ultimi anni.

Adolescence, la serie tv del 2025
Credits: Netflix

Per quanto sia doveroso sottolineare la maggiore durata delle singole puntate – ma non di tanto, in realtà – è evidente che in quel caso si fossero create le condizioni ideali per dare un respiro perfetto a una narrazione che necessitava di quel tempo esatto per essere sviluppata al meglio. Con tutte le peculiarità vincenti del nuovo formato sul pubblico, ma con una profondità in cui l’equilibrismo degli autori è stato davvero notevole. E allora no: le quattro puntate non sono di per sé un problema. Così come non è un problema correre a un ritmo forsennato, coi giusti accorgimenti.

Il confine, però, è sottile.

L’immediatezza rischia di scadere nella frettolosità. Creando un corto circuito, però, trasforma un racconto veloce in un racconto poco intrigante. Lo, è, soprattutto, se non connette emotivamente lo spettatore alla storia.

Il compromesso del film, invece, è perfetto per centrare l’obiettivo: oggi tende a lavorare per natura su una maggiore sintesi, in linea generale. A meno che non si abbia a che fare con un grande kolossal o con un prodotto autoriale dalle caratteristiche specifiche, è sempre più raro trovare in sala o in streaming un film da tre ore. E tre ore vanno sostenute: Nolan ci riesce alla grande, ma per gli altri può essere molto più complesso. Si rischia, d’altro canto, di avere una coperta troppo corta e, curiosamente, troppo lunga.

Vanished, allora, è troppo ridotta per rispondere alle aspettative di una miniserie, il formato che più di ogni altro si sovrappone a quello del romanzo in ambito televisivo, ma troppo estesa per essere più appagante di un film. Ripetiamo: è un caso specifico, ma è parte di una tendenza sempre più diffusa. Lo diciamo senza scomodare i mini-drama cinesi, da noi illustrati qualche tempo fa: quella è una situazione ancora più estrema dove però autori, produttori e pubblico si sintonizzano sulla medesima esigenza.

Negli ultimi anni, invece, le miniserie si sono spesso ristrette, andando oltre il confine naturale delle sei puntate, tra i più comuni. Un po’ come vale per gran parte delle serie tv, più orientate su formati da 6-10 puntate che su un respiro più ampio.

Allo stesso tempo, è uno schema che garantisce ancora attrattività, con la promessa che sia abbastanza per soddisfarci ma non troppo estesa da richiedere un impegno più massivo.

Talvolta funziona, talvolta no: in questo caso non ha funzionato, affatto. E gran parte delle recensioni in circolazione evidenziano aspetti legati alla frettolosità del racconto, più ambizioso di quanto potesse essere possibile raccontare in centottanta minuti. Autori e sceneggiatori, tuttavia, devono rispondere anche alle commissioni ottenute, trovando dei compromessi efficaci: c’è chi ci riesce e chi invece incappa in un insuccesso. Con una riflessione ulteriore: in un periodo nel quale il cinema di genere, quello “medio”, è sempre più schiacciato tra i grandi franchise, i prodotti delle grandi firme e, dall’altra parte, da chi coltiva ambizioni più sperimentali e innovative, il paradosso è che quello sarebbe il formato giusto per avere maggiori fortune rispetto a una Vanished qualunque.

Scommettere su un film medio, però, sembra attirare l’attenzione meno di quanto possa fare una serie media: si perde così l’occasione per raccontare qualcosa di davvero valido.

“Non c’è abbastanza tempo per raccontare tutto di questa storia”, dice a un certo punto Kaley Cuoco nell’intervista con cui abbiamo aperto il pezzo: ne deriva la volontà di includere tutto quello che serve, coi tempi sbagliati. Finendo per perdersi nell’anonimato di un mercato in cui serie tv come questa nascono e muoiono nel tempo di un lancio promozionale e di pochi giorni di diffusione. Accarezzano gli algoritmi, senza essere incisivi. Ed è un peccato, perché si perdono occasioni valide. Non sapremo mai se Vanished avrebbe tratto benefici se fosse stata raccontata in un film o in una miniserie da 6-8 puntate, ma l’impressione è che sarebbe andata meglio di come sta andando. In ogni caso, è un monito per il futuro della serialità: “Raccontare tutto quello che puoi”, per dirla con le parole di Kaley Cuoco, è un limite e un’opportunità. Qui, però, il responso è chiarissimo.

Antonio Casu