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5 bellissime docuserie che ti lasciano col dubbio lancinante fino alla fine

Making a Murderer

Una serie può incollare lo spettatore alla poltrona e farlo appassionare a decine di deposizioni e memorie processuali? Certamente, se il risultato è una docuserie crime che ricorda un po’ Dead Man Walking e un po’ Un giorno in pretura tipo Making a Murderer.

Cercare la verità su omicidi e sparizioni esercita sempre un certo fascino sul pubblico, soprattutto quando la versione ufficiale delle autorità non convince nessuno, anzi crea molti dubbi. In fondo siamo o no una generazione cresciuta con le repliche de La signora in giallo

Ci siamo messi così alla ricerca delle 5 migliori docuserie che lasciano lo spettatore con il dubbio fino alla fine su quale sia la verità, incollandolo allo schermo fino all’ultimo minuto. Se sei un appassionato di true crime o vedi complotti ovunque, ecco la lista delle serie da guardare immediatamente.

1) Making a Murderer

Making a Murderer

Making a Murderer è la storia di un uomo contro lo Stato. Dove l’uomo è Steven Avery e lo Stato è il Wisconsin. Il racconto inizia nel 1985 quando Avery viene accusato di stupro e arrestato. Dopo 18 anni di carcere grazie al test del DNA, viene dimostrata la sua innocenza e l’uomo viene liberato. Quella che è già una storia degna di essere raccontata, è solo l’antefatto di Making a Murderer. La serie, infatti, è incentrata su quello che accade dopo il suo rilascio, quando l’uomo decide di denunciare chi lo ha incarcerato, lo sceriffo e il procuratore distrettuale dell’epoca, ma 2 giorni prima di ricevere un risarcimento milionario finisce nuovamente in carcere, questa volta per omicidio. La vittima è Teresa Halbach, una fotografa della rivista Auto Trade Magazine che si era recata nella proprietà degli Avery per fotografare un’auto, e quella era l’ultima volta in cui era stata vista. Steven Avery viene arrestato di nuovo, facendo nascere più di un dubbio nello spettatore: è stato davvero lui oppure è stato incastrato da chi lo aveva già mandato in carcere la prima volta e ora voleva vendicarsi per aver perso la causa?

Making a Murderer è una delle docuserie crime Netflix più apprezzate e seguite della piattaforma. Non a caso ci sono voluti più di 10 anni per portarla a compimento: prodotto e diretto da Laura Ricciardi e Moira Demos, due registe con background in legge e film editing.

2) The Staircase

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The Staircase, diretta da Jean-Xavier de Lestrade, è un’altra docuserie disponibile su Netflix che affronta la vicenda giudiziaria di Michael Peterson, giornalista e scrittore, accusato dell’omicidio della moglie Kathleen Atwater. Il racconto si apre con la chiamata dell’uomo al 911 nella notte del 9 dicembre 2001 quando trova la moglie in fin di vita ai piedi delle scale di casa. All’arrivo dei soccorsi la donna è già deceduta; tuttavia, sia per la mole di sangue sulle pareti vicine al corpo che per l’entità delle ferite alla testa, non sembra vittima di un incidente domestico, come racconta il marito, ma di aver subito diverse violenze. Chi è stato? É Michael Peterson il colpevole? Sembrerebbe di sì, visto che viene processato e condannato all’ergastolo, ma la serie racconta in ben 3 stagioni come il caso sia stato riesaminato più volte scarcerando e incriminando di nuovo l’uomo.

The Staircase mette a nudo la vita dello scrittore raccontando anche i suoi segreti più oscuri: dalla bisessualità, al fatto che la prima moglie morì in circostanze identiche a quelle di Kathleen. Ma nonostante la serie scavi a fondo nella vita di Michael Peterson, dando delle risposte sensate e plausibili su quanto possa esser avvenuto quella notte, non riesce a dissolvere ogni dubbio e a rispondere alla domanda principale: è stato lui oppure no a uccidere Kathleen Atwater?

3) Sulla scena del delitto: il caso del Cecil Hotel

Making a Murderer

Il famoso Hotel Cecil di Los Angeles, al quale è ispirato l’inquietante Hotel Cortez dello show American horror Story: Hotel, ha collezionato negli anni storie da far accapponare la pelle. Nel 1947 Elizabeth Short, conosciuta come Black Dahlia, è stata vista qui per l’ultima volta prima di essere fatta a pezzi. Inoltre sono stati ospiti dell’albergo i killer Richard Ramirez e Jack Unterweger, meglio noti rispettivamente come Night Stalker e Jack The Write.

L’hotel è stato oggetto di una ristrutturazione negli anni ’90 e una parte è stata adibita a ostello, lo Stay on Main, che grazie alla zona centrale in cui sorge e all’economicità delle camere ha invogliato molti giovani turisti a passarci almeno una notte. Una di questi fu Elisa Lam, studentessa canadese in vacanza negli Stati Uniti. Elisa scomparve nel nulla dopo pochi giorni di soggiorno, a inizio febbraio 2013, per essere ritrovata a fine mese annegata sul tetto dell’albergo. Le autorità parlarono di tragico errore o suicidio, scegliendo lei stessa di fare un tuffo in una delle 4 cisterne del tetto e rimanendovi intrappolata a causa del livello d’acqua troppo basso che non le permise di uscirne, trasformando il serbatoio in un sarcofago liquido che la vide morire al sopraggiungere dell’ipotermia per poi annegare.

Eppure i dubbi sulla sua morte sono molti. Se da una parte la docuserie Sulla scena del delitto: il caso del Cecil Hotel cerca di darvi una risposta, dall’altra ripropone tutte le perplessità sollevate dagli investigatori del web: primo fra tutti il famigerato video che diventò subito virale in cui si vede Elisa in un ascensore, e per cui molti sostennero che ci fosse qualcun altro con lei. E poi, perché l’ascensore non parte con lei a bordo ma solo da vuoto? É stato manomesso il video? Poi l’inquietante coincidenza dell’epidemia di tubercolosi tra i barboni a Skid Row, il quartiere dove si trova il Cecil Hotel: la diffusione di questa malattia ha coinciso con la morte della ragazza e ancora più assurdo è che il test della tubercolosi si chiama “Lam Elisa”… esattamente come la giovane. E questi sono solo alcuni degli elementi inquietanti della storia.

La scomparsa di Elisa Lam è ancora oggi misteriosa. La serie coinvolge lo spettatore nella ricerca di una spiegazione plausibile, ma è impossibile non interpretare i fatti in modo più soprannaturale.

4) Nella mente di un killer: Aaron Hernandez

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Nella mente di un killer: Aaron Hernandez è una docuserie che racconta la storia dell’astro nascente del football americano attraverso interviste e video, dai primi tiri fino alla carriera semiprofessionale nella prestigiosa NFL. Il sogno di una vita da star si infrange però nel 2013 quando viene accusato dell’uccisone di Odin Lloyd, un amico del giocatore, e poi anche di altri 2 omicidi. Condannato all’ergastolo, quello che le indagini portano a galla è una doppia vita dell’uomo: promettente giocatore di giorno e una vita violenta di notte.

Hernandez ha comunque combattuto contro le accuse, ed è stato assolto nel 2017 per il duplice omicidio. L’uomo sembrava felice per la sentenza dalla sua parte, eppure 5 giorni dopo l’esito a suo favore è stato trovato impiccato nella sua cella. Ufficialmente si è parlato di suicidio, ma perché avrebbe deciso di togliersi la vita ora che la causa stava andando per il meglio? Inoltre non fu trovata nessun messaggio – tipico nei suicidi – ma disegni di sangue sui muri e sulla sua fronte, con chiari riferimenti religiosi al passo Giovanni 3:16 della Bibbia (““Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”). Perché tutto questo? Difficile rispondere, la sua morte ha lasciato molte domande senza risposta.

5) The confession Killer

Making a Murderer

The Confession Killer diretta da Robert Kenner (Food, Inc.) e Taki Oldham (Go for broke) è una docuserie Netflix divisa in 5 capitoli che esplora la controversa figura del presunto serial killer Henry Lee Lucas, l’uomo che è stato considerato per molto tempo l‘assassino più prolifico d’America (a cui si sono ispirati anche quei geni di Mindhunter). Arrestato nel 1983 per l’omicidio di una povera vecchietta, avendo già dei precedenti penali alle spalle per l’assassinio della madre, inizia senza apparente motivo una folle corsa alla confessione dei più disparati omicidi. Detenuto nella contea di Williamson, l’allora sceriffo lo ascolta addossarsi la colpa per i peggiori omicidi degli ultimi 20 anni avvenuti in America: Lucas, spronato dagli agenti di polizia, osserva foto dei delitti e annuisce a tutte le domande tra un frullato alla fragola e l’altro.

I poliziotti di mezza America si mettono in fila per parlare con l’uomo e farsi confessare i propri casi irrisolti, arrivando ad attribuirsi circa 217 omicidi in 19 Stati. Inizia però a circolare tra i media la domanda “Serial killer o bugiardo seriale?” come riporta il titolo di un articolo del Dallas Times Herald. Tutto ciò va avanti finché un giovane procuratore della vicina Tusco, Vic Feazell, non allude alla possibilità che il reo confesso fosse stato imboccato dagli agenti di polizia a fare quelle confessioni. A questo punto l’impalcatura crolla, soprattutto quando il DNA viene introdotto come prova ed esclude Henry Lee Lucas dalla maggior parte dei casi, attribuiti poi ai veri fautori degli omicidi. Lucas ritratta tutto, ma viene comunque condannato all’iniezione letale per 11 omicidi (mai provati).

La serie è avvincente e anche un po’ inquietante. Forse la giornalista Nan Cuba è colei che è andata più vicino alla verità rifacendosi ad alcune perizie psichiatriche che avevano supposto che Lucas soffrisse di confabulazione, un sintomo psichico che consiste nella costruzione fantastica di falsi ricordi riferiti a situazioni ed avvenimenti irreali. Probabile. Tuttavia solo una ventina di casi tra quelli che Lucas si era attribuito sono stati ufficialmente risolti. Rimane il dubbio su come facesse a conoscere i dettagli che solo il vero killer poteva sapere sugli altri. Eppure prima di morire nel 2001 disse «Non ho mai ucciso nessuno, solo mia madre e, forse, neppure lei». Chissà se sia vero.

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Scritto da Giulia Olivi

Marchigiana, con la passione per la scrittura e le serie televisive a cui si dedica da quando ha imparato a tenere un telecomando in mano. Ha una laurea in Comunicazione e nessun libro o matrimonio all'attivo. Ma c'è sempre tempo.

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