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Cosa ci dicono gli Emmy 2025 sulle Serie Tv?

Noah Wyle in una scena di The Pitt

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Sono passate diverse settimane dalla cerimonia degli Emmy 2025: domenica 14 settembre – in Italia nella notte tra il 14 e il 15 – è stata premiata la serialità uscita negli States tra il 1° giugno 2024 e il 31 maggio 2025. Non so se capita anche a voi, ma la sensazione che ho in queste occasioni è sempre la stessa. Prima dell’annuncio delle nomination provo a fare mente locale di quali produzioni potrebbero far parte della rosa, quelle di cui si è parlato di più o che mi hanno più colpita. La risposta è generalmente molto semplice: boh. Presa dalla quantità di serie prodotte, faccio fatica a ricordare quale sia uscita quando. Siamo fin troppo stimolati, fin troppo pieni di produzioni macinate una dopo l’altra. E per quanto alcune serie ci facciano aspettare un’infinità, ce ne sono sempre altre pronte a colmare l’attesa.

Poi però arrivano gli Emmy, e tutto torna a essere più chiaro. Cerimonie come questa – e lo stesso si può dire per gli Oscar in ambito cinematografico – ci servono anche per fare il punto della situazione, per ricordarci col senno di poi cosa abbiamo visto, cosa abbiamo apprezzato, quali serie ci hanno lasciato davvero qualcosa. Sono anche una sorta di momento zero da cui ripartire, per analizzare la serialità di oggi e cercare di capire come potrebbe svilupparsi domani. Ecco, gli Emmy 2025 non hanno fatto eccezione, e ci consegnano sicuramente un panorama seriale sfaccettato, ma anche parecchio impegnato. Ma per capirlo meglio, facciamo un’analisi di vincitori e vinti.

Emmy 2025: partiamo dai numeri

Questa edizione degli Emmy non ha visto nessuna serie svettare nettamente sulle altre a livello di numero di premi portati a casa. Una sorta di equilibrio nel quale però alcune serie sono riuscite a farsi notare in maniera non sempre facile da prevedere. Prendendo in considerazione tutte le categorie – i premi si suddividono in categorie principali premiate durante la cerimonia del 14 settembre e in categorie “secondarie” premiate invece tra il 6 e il 7 settembre con i Primetime Creative Arts Emmy Awards – è The Studio a portare a casa il maggior numero di premi (13), seguito da The Penguin (9) e a pari merito con 8 premi da Adolescence, Severance e dallo Speciale realizzato per il cinquantesimo anniversario del Saturday Night Live.

Cristin Milioti è stata premiata agli Emmy 2025 per The Penguin
Credits: HBO

Quanto alla “ciccia”, alle categorie main che più di tutte ci indicano la strada intrapresa dalla serialità contemporanea, la situazione cambia quel tanto che basta per non essere ribaltata totalmente. A trainare la classifica sono le 6 statuette portate a casa da Adolescence, seguite dalle 4 di The Studio e dalle 3 di The Pitt. A salire sul podio sono così case di produzione e modalità di fruizione differenti. Una varietà quanto mai indicativa di una serialità non soltanto variegata, ma soprattutto in piena fase di trasformazione.

Adolescence: la conferma del successo

Nei giorni successivi agli Emmy 2025 un nome ha ampiamente preso il sopravvento sugli altri tra i commenti alla cerimonia: Adolescence. E questo non tanto perché abbia surclassato la concorrenza a livello numerico, quanto per il portato sociale e culturale che la serie ha avuto. Se ne è parlato parecchio a marzo, quando è stata diffusa su Netflix, e se ne è tornato a parlare ora che si è portata a casa 6 statuette: Adolescence ha portato la crudezza del reale sul piccolo schermo, e ben venga se per questo è stata definita da più teste la serie dell’anno.

Credits: Netflix

Grazie a un mix di scrittura, tecnica e interpretazione – non è un caso che sia Stephen Graham sia il giovanissimo Owen Cooper siano stati premiati per i loro ruoli – Adolescence è riuscita a dare spazio a temi delicati come la violenza di genere, gli incel e il ruolo dei social nelle vite degli adolescenti sottolineando le responsabilità sociali molto più di quelle individuali. Lo ha fatto in modo immersivo, attraverso quattro piani sequenza che portano lo spettatore dritto nella storia. E soprattutto lo ha fatto andando controcorrente, presentandosi come miniserie di 4 puntate in un mondo dell’intrattenimento che spesso – troppo spesso – crea stagioni su stagioni in eccesso pur di mandare avanti il brodo. Anche questo è a suo modo indicativo, perché quantità e qualità non sempre vanno a braccetto, e forse stiamo davvero imparando a preferire la seconda alla prima.

A proposito di quantità e qualità.

Il principio per cui la qualità va preferita alla quantità non vale solo per la struttura delle serie, ma anche per chi le produce e diffonde. E se le piattaforme mainstream alla Netflix fanno spesso fatica ad applicare questo concetto, Apple TV+ sembra averne fatto il suo mantra. Con un numero di produzioni Apple Original nettamente inferiore rispetto a quelle dei suoi competitor, Apple TV+ ha visto comunque premiate agli Emmy 2025 due tra le sue serie di puntaSeverance e The Studio – per di più entrambe tra quelle che hanno portato a casa più statuette. È un caso? Chiaramente no.

Severance è un chiaro esempio di quanto prendersi i tempi di produzione necessari possa essere salvavita per la qualità di una serie tv. La seconda stagione della serie, distribuita tra gennaio e marzo 2025, ha fatto aspettare per la bellezza di tre anni gli spettatori della prima. Certo, gli scioperi di attori, sceneggiatori e maestranze hanno sicuramente allungato i tempi di produzione. Ma più in generale, quando dietro una serie c’è una scrittura ragionata, si vede. E anche se la serie ha vinto nelle categorie principali solo 2 premi sulle 10 candidature ricevute, possiamo comunque annoverare Severance come uno dei rari casi in cui la seconda stagione riesce a mantenere il livello della prima.

Credits: Apple Original

The Studio: la sorpresa degli Emmy 2025

Da questo punto di vista non abbiamo potuto ancora mettere alla prova The Studio, attualmente alla prima stagione. Eppure abbiamo buone speranze che segua la scia. The Studio è stata la ventata di freschezza degli Emmy 2025, una commedia in grado di portare a braccetto reale e grottesco, quotidianità e assurdo. Ambientata nel contesto di una fittizia casa di produzione, The Studio mette in scena le dinamiche spesso malsane e problematiche che si sviluppano nel mondo cinematografico, in questo caso nella fase embrionale dei progetti. Relazioni interpersonali e professionali sono solo la punta di un iceberg fatto di dinamiche di potere ed equilibri precari, messe in scena però con una dose di ironia tale da renderle palesi ma mai pesanti.

The Studio valorizza benissimo ambientazioni e scenari piuttosto battuti dalla serialità negli ultimi anni. Call my agent fa un’operazione non dissimile nel mondo delle agenzie e dell’immagine dei famosi; Boris aveva ancora prima sottolineato le difficoltà sui set. Fatto sta però che, proprio come le serie che l’hanno preceduta, The Studio è la conferma di quanto l’autoironia sia un’arma preziosa. Un’autoironia che l’industria televisiva dimostra di possedere, portatrice della volontà di mettere in atto una riflessione su se stessa, nonché della capacità di portarla avanti.

Per la serialità (e per l’intrattenimento in generale) la critica altrui non basta: l’autocritica è la chiave per fare quel passo in più, per uscire dall’immobilità di un racconto standardizzato. La serialità di oggi si pone domande sul mondo e prima ancora su se stessa. Non sempre dà risposte, ma sicuramente mette in luce questioni irrisolte. E se avevamo bisogno di qualcosa che ci facesse ben sperare per il futuro eccolo, l’abbiamo trovato.

Ma gli Emmy 2025 non parlano solo attraverso le serie che hanno vinto.

Credits: HBO

Chi non ha vinto parla tanto quanto e più delle serie che sono uscite trionfanti dal Peacock Theater di Los Angeles. Grande assente tra i premiati di rilievo è stata la seconda stagione di House of the Dragon. Nominata in 6 categorie tecniche e vincitrice solo per il trucco, il prequel di Game of Thrones si conferma meno premiato della serie madre (beh, è anche difficile esserlo di più). E come se non bastasse si posiziona tra le serie dalle quali ci si aspettava più di ciò che hanno effettivamente dato. La verità è una: al di là delle critiche ricevute, talvolta condivisibili, House of the Dragon non è assolutamente una serie fatta male. È una serie piacevole, godibile, che intrattiene. Ma questo non basta, o meglio non basta più.

Le disuguaglianze sociali, le folli dinamiche di potere, la profonda e variegata umanità che avevano caratterizzato Game of Thrones hanno lasciato nel suo prequel parecchi spazi vuoti. L’interesse nei confronti della storia dei Targaryen non è abbastanza: gli spettatori di oggi vogliono introspezione, profondità, critica vera. Vogliono – vogliamo – ciò che gli universi narrativi infiniti in parte ci hanno tolto: qualcosa che valga davvero la pena guardare. Qualcosa che vada oltre la nostalgia, oltre le narrazioni infinite, oltre le dinamiche trite e ritrite.

La serialità sta cambiando, o forse sta tornando alle origini.

Non è un caso che tra i maggiori vincitori di questi Emmy 2025 ci sia un medical drama. E non è un caso che questo medical drama sia parecchio distante dall’attuale Grey’s Anatomy, la serie che più di ogni altra rappresenta il genere. Le dinamiche medico-sanitarie che The Pitt porta sullo schermo non sono un intermezzo tra una relazione sentimentale e l’altra: sono il fulcro, il centro del racconto, la critica al presente che cerchiamo. Sono la realtà che abbiamo bisogno di vedere. Nel caso specifico, una realtà fatta di ospedali pieni di persone e privi di fondi, e di medici che devono fare i conti con tutto ciò che comporta essere portatori di cura.

Noah Wyle ha vinto un Emmy 2025 per il Dr. Robby
Credits: Max

Piccola nota di colore. È quanto mai coerente e significativo che Noah Wyle abbia vinto l’Emmy per la sua interpretazione del dottor Robinavitch in The Pitt, proprio lui che della prima generazione di medical drama ha fatto parte interpretando il dottor Carter in E.R. – Medici in prima linea. È proprio vero: nella vita tutto torna.

Ecco, per tirare le somme possiamo dire che gli Emmy 2025 si sono impegnati abbastanza da poter smentire chi sostiene che ci sia ormai pochissima qualità in tv.

Il mare magnum della serialità è così ampio, così pieno di serie nella media prodotte alla velocità della luce, che per fare un passo in più c’è bisogno di diversi elementi coniugati tra loro. C’è bisogno di scrittura e interpretazione, di analisi e capacità critica. C’è bisogno di contenuto, di avere qualcosa da dire e sapere come dirlo. E c’è bisogno di coraggio, della capacità di dire basta quando è arrivato il momento, non quando è già troppo tardi per cancellare il danno. Il fatto che una serie come The Bear, che in passato ha fatto incetta di premi, sia tornata a casa dagli Emmy con tante candidature ma un nulla di fatto, è abbastanza indicativo. E forse FX dovrebbe trarre le sue conclusioni.

Il pubblico televisivo sta evolvendo, e la serialità insieme a lui. La buona notizia è che possiamo farlo, sappiamo come si fa, e i premi di quest’anno lo dimostrano. Non ci resta che continuare ad applicare l’insegnamento.