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BoJack Horseman, Hank Moody e Beth Harmon: antieroi romantici

bojack horseman

Quando pensiamo alle serie tv o ai film definiti romantici la prima cosa che ci viene in mente non è certo BoJack Horseman, ma spesso è la commedia romantica, a volte esagerata, con un lieto fine telefonato e il rischio di svenire per un picco glicemico.

Non c’è nulla di male in questi prodotti, alcuni sono molto piacevoli, il problema è che finiscono sempre per concentrarsi su un solo aspetto: l’amore. Sentimento per nulla banale, ma che spesso viene reso tale.

Come una rondine non fa primavera, così una storia d’amore non fa romanticismo.

Il romanticismo va ben oltre il corteggiamento, il tradimento e i litigi passionali. Anzi, non c’entra proprio nulla con tutto questo. Oggi c’è la tendenza a svuotare questo termine da quello che rappresenta davvero.

William Turner, La nave negriera, 1840
William Turner, La nave negriera, 1840

Un movimento culturale capace di ispirare lotte politiche. Di rivoluzionare un’epoca e una mentalità segnata dal gelido Illuminismo dando di nuovo spazio al sentimento, facendo riemergere l’irrazionale e l’emotività, la fantasia, l’impeto e il fervore.

Un’individualità dirompente, scontenta e irrequieta è romantica. Personaggi dionisiaci che vivono fino in fondo, in contatto con il loro lato spirituale e spesso trascinati in una giostra di sentimenti contrastanti come la noia, la gioia, la passione e la depressione.

Antieroi segnati da sentimenti negativi come Jacopo Ortis, Hanna Karenina ed Edmond Dantès.

Individui che annaspano tra vuoto esistenziale e infelicità, ma che tendono cocciutamente all’assoluto. E spesso cadono e si fanno molto male. Il mal du siècle che dilagava nel XIX secolo oggi continua ad affliggere la nostra società.

Quindi cerchiamo di capire quali potrebbero essere quei personaggi delle serie tv capaci di riscattare un termine così carico di significati, ma che finisce sempre per indicare la combo fiori, cioccolatini, lieto fine e principe azzurro.

Il primo a venire in mente è lui: BoJack Horseman.

BoJack Horesman

Oltre a dimostrare che quando qualcosa è ben scritto anche un cavallo può rivelarci i lati più profondi dell’animo umano, lui è un personaggio che vive di nostalgia e di rimpianto.

In apparenza menefreghista e superficiale, BoJack Horseman è una pentola a pressione di emozioni vissute in un loop senza tregua. Guardare ossessivamente Horsin’ Around, la sitcom che l’ha consacrato al successo, non ha nulla a che fare con il narcisismo o con la consapevolezza del suo fallimento come artista. Horsin’ Around è la famiglia che non ha mai avuto. Siamo di fronte a un personaggio delicato che fugge nel suo passato per trovare un po’ di tregua, almeno nella fantasia.

Bojack Horseman

Il cinismo e l’ironia non sono altro che un’arma per difendersi da un mondo deludente, sempre pronto a ferirlo. L’amore per Diane non si consumerà mai, è idealizzato. Proprio per questo durerà per sempre. Dietro l’apatia c’è tanta sofferenza e amarezza. BoJack Horseman è incompleto, spezzato, e la sua insoddisfazione lo porta a ricercare una felicità che non ha mai conosciuto. Vorrebbe essere come Secretariat. Vorrebbe correre libero insieme a quei cavalli che ha visto nel deserto, ma alla fine sbaglia e si ritrova a risucchiare tutti nel suo miserabile buco nero.

Il finale della serie (che trovate qui) conferma il suo carattere da antieroe romantico rivisitato in chiave moderna: un personaggio “eternamente alla deriva” trattato con una profondità tale che solo un cartone animato poteva fare.

Hannah Horvath e le Girls del quartiere di Greenpoint.

Girls

L’abbiamo già detto qui ma lo ripetiamo: Girls non è una storia di ragazze. E nemmeno d’amore. È una storia di disagio esistenziale, di illusioni spazzate via, di un continuo sbattere la testa contro un mondo che non è come vogliamo, e farci male. Non imparare dai nostri sbagli, riprovarci ostinatamente e rifarci male.

Il gruppo di amiche creato dalla fantasia di Lena Dunham non vive di shopping compulsivo e se ne sbatte del principe azzurro: loro cercano senza tregua di dare un senso alla vita. È una storia romantica in cui l’amore è visto più come un intralcio. Hannah vuole essere la voce della sua generazione (o almeno una voce). Invece finisce per lasciarsi corrompere.

Tra relazioni squilibrate, rapporti occasionali non protetti e malattie veneree, fanno di tutto per fuggire dalla noia e dalla paura di non vivere a pieno.

Invece collezionano solo dolori che rendono ancora più profonda la frattura tra loro e la realtà. Le ragazze di Girls sono travolte e travolgono, e ci dimostrano che l’unico amore che vale la pena coltivare è quello per noi stessi. Impulsive, irrazionali e ambiziose combattono per trovare il loro posto, cercando di non snaturarsi e di non scendere a compromessi.

E poi c’è Hank Moody, lo scrittore perduto di Californication.

Hank Moody

Tra litri di alcol e l’area da poeta Bit, Hank persegue un’ideale romantico di purezza sublime, come BoJack Horseman. Lui non fa nulla senza intensità. Ama per natura e quando non può amare chi vorrebbe, esplora. Ma non lo fa mai per il solo impulso animale. Ogni donna che incontra, ogni rapporto è spinto da un desiderio di conoscenza.

La sua unica dipendenza è dalle emozioni strappa budella. L’amarezza che prova quando Hollywood trasforma God Hates Us All in A Crazy Little Thing Called Love lo devasta. Un’opera nella quale ha riversato un pezzo della sua anima trasformata in una banale commedia mainstream: una violenza inaudita.

Hank può avere tutto, ma non ha mai niente. La tristezza non è solo una condizione che gli appartiene, ma è il prezzo che paga per essere uno scrittore sensibile e geniale.

Nemico di se stesso, della mediocrità e della modernità.

È nostalgico, odia la tecnologia e continua ad usare ostinatamente la sua macchina da scrivere che gli permette, in alcuni momenti, di toccare l’assoluto. Per poi risvegliarsi la mattina dopo sfranto e con la bocca appiccicata.

Hannah Baker in 13 Reasons Why.

Hannah Baker

Schiacciata, non le resta che togliersi la vita. Hannah sente e percepisce di più di quanto riesca a capire. Invece della bellezza, intorno a sé vede solo bruttezza e infamia. Accetta con rassegnazione la realtà che non corrisponde a quello che desidera e in punta di piedi esce di scena.

La frattura con la società è troppo profonda e lei da sola non può risanarla. Le cassette in fondo sono un modo per rimanere viva, soprattutto nei ricordi di coloro che le hanno fatto del male. Hannah all’inizio della serie sembra quasi una creatura angelica. È bella, spensierata e ingenua.

Più va avanti, più viene consumata, più il contrasto con l’ultima versione di sé è terrificante: pallida, spenta e irrimediabilmente triste.

Lei era come ogni ragazzina della sua età dovrebbe essere. Invece, a soli 16 anni ha già conosciuto la realtà e non le è piaciuta. Il suo suicidio è il fallimento di un’epoca dove non c’è più spazio per la bellezza e per gli ideali.

Beth Harmon: la poesia degli scacchi.

La regina degli scacchi

Beth oscilla tra volontà di controllo e abisso. È manicale, ossessiva e ossessionata. Non appartiene alla sua epoca e lotta per affermarsi in un mondo che non è stato fatto per lei. Tra autoaffermazione eroica e dipendenze autodistruttive, lei trova un modo per esorcizzare i suoi demoni con gli scacchi.

Gli scacchi, un simbolo di logica, intelligenza e razionalità illuministica. Beth si rifugia nell’immaginazione per evadere da una realtà che la ostacola ed elevarsi ad entità superiore, un genio. È ragione e sentimento, sogno e follia. Gli scacchi sono intelletto puro, ma Beth li eleva a poesia grazie al virtuosismo e all’intuito. In effetti gioca più con sentimento che con logica, crea la bellezza in presupposti nient’altro che rosei e, alla fine, vince.

Infine c’è il faccia a faccia di Don Draper con Richard “Dick” Whitman.

Don Draper

Chi sia Don Draper ce lo siamo chiesti mentre consumavamo famelici Mad Man. Donald è l’eroe, Dick è l’antieroe. Siamo davanti a un personaggio diviso, ricco di archetipi, metà uomo e metà divinità. Il primo è stato creato dall’altro per necessità, ma nasce anche dalla consapevolezza che nel mondo non c’è posto per quelli come lui.

Dick non è morto ma vive in Don e, nonostante gli sforzi, cerca costantemente di uscire.

La versione elegante e di successo dice cose ciniche del tipo:

La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.

Dick non lo pensa e nei momenti di debolezza esce allo scoperto e ci regala brevi e fugaci barlumi di un’intensità unica. Come nella presentazione per la campagna del cioccolato Hershey’s, dove la nostalgia e il sentimento prendono il sopravvento su tutto. Dick crea la bellezza, ispira quelle campagne pubblicitarie – come quella della Coca-Cola o il Carosello per la Polaroid – che sfiorano quasi la poesia.

Don ha creato una felicità di facciata e ha trovato il modo per non essere sconfitto.

Il suo animo romantico è nascosto sotto i bei completi e i profumi alla moda, ma più cerca di reprimerlo, più esce fuori. Don Draper è la società spietata che cerca di uccidere qualsiasi parvenza di idealismo. L’ipocrisia che cerca di avere la meglio sulla purezza d’animo e sulle fragilità umane.

Mad Man

Al di là delle differenze tra i contesti storici e culturali, abbiamo cercato di individuare quei personaggi – come BoJack Horseman, Moody e Beth – capaci di creare e vedere la bellezza con una rara sensibilità, quelli che cercano di difenderla a ogni costo e per questo soffrono più degli altri.

Una bellezza ideale che viene messa a rischio dal cinismo di una società dominata da un Dio potentissimo, che non ha nulla a che vedere con qualsiasi forma di divinità ci sia là fuori.

Non è un peccato che il termine romanticismo, così pieno di significato e di riferimenti culturali, oggi sia quasi sempre usato solo come sinonimo di amore melenso e annacquato?

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Scritto da Sara Crecco

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