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The Last Frontier 1×10 – La Recensione del finale di stagione

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Con l’episodio finale, The Last Frontier sembra voler tirare le fila di un intreccio che per otto settimane ha oscillato fra thriller, dramma familiare, action ad alta tensione e suggestioni da spy story. Il risultato, tuttavia, è un epilogo che più che chiarire, confonde. La stagione si chiude restando sorprendentemente fedele al suo stesso limite principale: l’incapacità di scegliere davvero che tipo di storia vuole raccontare. Dal primo episodio fino a questo ultimo,la serie Apple TV ci ha abituati a una continua alternanza di toni, registri e linee narrative che raramente hanno trovato un punto d’incontro organico. Il finale non fa eccezioni: raccoglieil caos seminato in precedenza e lo rilancia in una conclusione apparentemente piena di pathos, ma povera di coerenza.L’episodio si apre esattamente dove ci aveva lasciato il precedente: con Sidney sempre più intrappolata in una rete di inganni, doppi giochi e verità sfuggenti. Il confronto finale con Bradford, tanto rimandato quanto atteso, arriva in una sequenza ad alta tensione ambientata sulla diga.

Ma dal punto di vista narrativo, questa scena risente della natura stessa della serie.

Un crescendo drammatico costruito su un antagonista che, per quanto minaccioso, non ha mai davvero trovato uno spazio narrativo abbastanza credibile da giustificare il suo ruolo cardine. Alla fine Sidney vince, sì, ma la vittoria arriva più come necessità di chiudere un arco narrativo che come compimento coerente del suo percorso all’interno della serie. Ma, forse, il punto più controvereso dell’episodio è il ruolo di Havlock. Figura centrale dei conflitti personali di Sidney e personaggio volutamente ambiguo fin dall’inizio. La sua disponibilità a perdonare la moglie che nel corso della stagione ha tentato più volte di eliminarlo al punto da rischiare tutto pur di liberarla, è uno dei punti più difficili da digerire. Nelle recensioni precedenti abbiamo evidenziato spesso come The Last Frontier avesse problemi nello sviluppo delle relazioni. Tutto accade troppo rapidamente o troppo convenientemente, senza lasciare spazio all’evoluzione naturale dei personaggi. Il rapporto tra Sidney e Havlock è l’esempio perfetto di questa tendenza.


La loro dinamica oscilla tra ostilità estrema e collaborazione forzata, per poi approdare a un perdono che sembra un escamotage per muovere la trama verso un possibile cliffhanger.

In questo episodio, Havlock aiuta Sidney nel confronto finale e poi sparisce nuovamente, evocando i suoi piani segreti e gettando le basi per nuove tensioni. Un gesto che, invece di aggiungere complessità, sottrae nuovamente credibilità: cosa vuole davvero Havlock? Perché continua a muoversi in un limbo che la serie non riesce davvero a esplorare? La sensazione che ci rimane è che gli sceneggiatori abbiano preferito mantenere la sua aurea misteriosa senza però riuscire a dargli profondità. Il dialogo finale tra Sidney e Frank è probabilmente il momento più riuscito dell’episodio. Ferita e vulnerabile, Sidney si apre a un discorso che sembra voler rimettere insieme i pezzi della propria identità. Non è una confessione né una richiesta di perdono, quanto piuttosto una quasi giustificazione ideologica: il fine giustifica i mezzi. Frank, dal canto suo, sembra tornare in una dimensione più umana: riconosce l’abisso in cui lui e Sidney sono sprofondati, pur senza condannarla apertamente.

Il loro dialogo ha il tono di un momento padre-figlia, quasi a voler ridisegnare la natura del legame tra i due.

Eppure, porta con sé un retrogusto ambivalente. Troppo spesso The Last Frontier ha giustificato azioni estremamente distruttive dei suoi protagonisti senza affrontarne davvero le conseguenze (morali e non). E qui, ancora una volta, sembra suggerire che tutto sia perdonabile in nome di un ideale più alto, anche quando questo ideale ha causato danni incalcolabili a innocenti. Inoltre, la decisione finale di consegnare l’Archivio 6 a un personaggio semi-sconosciuto ma di cui Frank dichiara di fidarsi ciecamente, è forse l’ennesimo colpo di scena forzato, un’ulteriore conferma dell’imprevedibilità (e non in senso positivo) della scrittura. Se l’intento era creare una tensione politica più ampia, non c’è stato abbastanza tempo (né coesione narrativa) per farla maturare. Se invece l’obiettivo era solo aggiungere un ulteriore gancio per una probabile seconda stagione, la sensazione è che The Last Frontier sacrifichi ancora una volta la piena conclusione in nome dell’ennesimo twist.

Un finale aperto e quasi provocatorio.

È proprio qui, in questo finale, che emerge il paradoso più grande di The Last Frontier: il suo potenziale per un grande thriller c’è, si vede continuamente. Ma la costruzione complessiva non regge. I personaggi sono spesso manovrati dalla trama invece che muovere la trama con le proprie scelte. Le linee narrative vengono aperte con entusiasmo e chiuse senza coerenza. I misteri si moltiplicano, ma senza stratificazione. Lo abbiamo ripetuto più volte, nelle precedenti recensioni: The Last Frontier è una serie che prova a essere troppe cose insieme. Un dramma familiare intenso, un thriller politico globale, un action al cardiopalma, un mistery e un racconto di redenzione personale. Il problema è che nessuno di questi elementi viene approfondito davvero. Ogni volta che la serie sembra voler scavare in una direzione, devia bruscamente verso un nuovo colpo di scena. Quando un personaggio sembra voler maturare, un twist lo riporta al punto di partenza. E, quando la storia sembra avvicinarsi a un tema forte, tutto viene soffocato dal bisogno di creare l’effetto sorpresa. Il risultato è un prodotto sì godibile, con momenti anche riusciti, ma nel complesso troppo caotico, troppo confuso, troppo contraddittorio.


Su questo finale di stagione, l’impressione è la stessa che ci accompagna dal primo episodio: The Last Frontier è un’occasione mancata. Aveva tutto ciò che serve per essere una serie pontente ma non è riuscita a trovare una chiave narrativa davvero chiara. Se ci sarà una seconda stagione (e il finale suggerisce che sì, ci potrebbe essere) la speranza è che gli autori decidano finalmente cosa vogliono raccontare. Perché oltre il caos c’è spazio per un grande thriller. Serve solo la volontà di scegliere una strada e percorrerla fino in fondo.