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Stranger Things – La Recensione dell’attesissimo finale di serie: “Eroi” tra virgolette

la scena finale di Stranger Things - Credits: Netflix
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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul Finale di Stranger Things 5. Addentratevi nella lettura a vostro rischio e pericolo.

È finita un’era. È finita nel trambusto delle opinioni: tra chi non vedeva l’ora di mettere play su Netflix, chi non si curava dei fuochi d’artificio, e chi ha lasciato che il trucco glitterato della serata colasse sulle guance già solo nell’ultimo comporsi dell’iconica sigla. Non ci saranno più attese interminabili, non ci saranno più teorie inverosimili. Stranger Things è davvero finita e lo ha fatto nel modo più coerente e controverso possibile.


Dieci anni fa probabilmente nessuno si sarebbe aspettato che avremmo messo piede nel 2026 con uno dei finali più attesi nella storia delle Serie Tv. Una serie che è ormai diventata un fenomeno globale, coinvolgendo in maniera viscerale spettatori di ogni nazione ed età. Ci siamo tutti uniti sotto la nostalgia degli anni ’80: c’è chi si è lasciato coinvolgere dalla colonna sonora, chi dai personaggi, chi dal mistero e chi dagli occhiolini nerd che facevano capolino a ogni angolo della narrazione.

Perché la cosa più strana, tra le cose strane, è proprio questa: siamo diventati tutti più o meno nerd davanti a Stranger Things.

Finale Stranger Things - Credits: Netflix
Credits: Netflix

Siamo diventati parte di un club di Losers (per rubare il termine all’IT di Stephen King) che non ci aspettavamo diventasse così mainstream. D’altronde, i fratelli Duffer sono i primi nerd: coloro che hanno trovato rifugio e amicizia in un gioco da tavolo, in un libro di Stephen King, in un 45 giri o in un blockbuster. Perché mentre il resto del mondo si rifugia nella normalità, un nerd ha bisogno di qualcosa di più per non sentirsi un pesce fuor d’acqua. Un nerd vuole viaggiare con la fantasia, cavalcare la cresta di storie fantastiche e lasciare che l’immaginazione vaghi tra le nuvole, senza confini, senza restrizioni, senza imposizioni.

Per questo, nel trambusto delle opinioni, nella scala che va dal capolavoro al disastro, Stranger Things ha il coraggio di essere meravigliosamente coerente. Come un manipolo di eroi che – simili a quelli di David Bowie – non hanno paura di rimanere tra le virgolette.


Stranger Things, in fondo, cos’è? Negli anni abbiamo ricamato teorie, abbiamo cercato di costruire mattoncino dopo mattoncino un muro che delimitasse il suo genere, abbiamo studiato l’universo di Dungeons & Dragons sperando di trovare risposte, abbiamo collegato puntini immaginari quasi sentendoci Dustin Henderson alle prese con gli appunti di Brenner. Abbiamo fatto tutto questo senza che nessuno ce lo chiedesse. Anzi, siamo noi che in qualche modo abbiamo preteso che la storia si adattasse alla nostra sete di adrenalina. Volevamo lacrime e drammi, ma senza toccare i nostri personaggi preferiti. Volevamo un crescendo di epicità che non scendesse mai nei termini del reale. Volevamo, volevamo, volevamo.

Ma Stranger Things è una storia. Le storie non hanno taglie preimpostate. Non sono vestiti su una stampella, alla mercé di tutto il resto.

Finale Stranger Things - Credits: Netflix
Credits: Netflix

I fratelli Duffer questo lo hanno sempre saputo, perché sono stati i primi a crescere circondandosi di storie come scudi protettivi. Storie che sono state amiche e traghetti verso mondi lontani. Loro hanno fatto lo stesso con noi, ma si tratta pur sempre di una storia per ragazzi. Ragazzi che, nel tempo, sono cresciuti, hanno visto orrori cruenti, hanno guardato in faccia la morte, gli abusi, il lutto. Lo hanno fatto al nostro fianco, mentre eravamo troppo impegnati a progettare come avremmo voluto che le cose andassero a finire.


Eppure la chiave narrativa era sotto i nostri occhi, anzi sotto le nostre orecchie. Siamo stati eroi virgolettati, come il brano conclusivo di David Bowie che, nel suo inimitabile articolarsi melodico, ci ha accompagnato verso la fine di quest’era. Con gli occhi gonfi, forse stanchi dalla nottata insonne, forse acciaccati dalle lacrime di commozione. Questo è stato il finale di Stranger Things: una narrazione che chiude un cerchio. Non in maniera perfetta, ma in maniera coerente.

We can be heroes, just for one day” canta David Bowie, e alla parola “eroi” aggiunge le virgolette. Un segno di punteggiatura che è al contempo simbolo, ribellione e ironia. Perché i suoi “eroi “- cantati a un passo da una Berlino divisa – sono i più terreni e normali che si possano immaginare. Ma, per un giorno, possono sentirsi re e regine. Possono sentirsi eroi che affrontano le loro paure e fragilità. In fondo lo fanno tutti. Anche il nostro Henry Creel (da sottolineare l’interpretazione magistrale di Jamie Campbell Bower, capace di racchiudere mille personalità in una).

Poi ognuno, al cospetto del muro di se stesso, può decidere cosa fare. Il libero arbitrio e la fiducia sono alla base di questa scelta. Anche Henry viene posto di fronte al bivio del cedimento o della redenzione. Ma il mondo è per lui troppo ostile: lui è sempre stato “uno”, è sempre stato altro. La battaglia che ci è sembrata così corta – per qualcuno addirittura insoddisfacente – è in realtà una battaglia durata dieci anni. Una battaglia fatta di accettazione di sé, di legami rinsaldati, di amicizia, coraggio e scoperta. È stato un viaggio per tutti, come quello di Tom Sawyer di Mark Twain: un giorno pirata, un giorno bandito, un giorno semplice scolaro innamorato della sua compagna di banco. Anche lui è un eroe tra virgolette. Anche lui è parte di una storia di formazione che finisce lasciando spazio all’interpretazione e, voltata l’ultima pagina, riconsegna il lettore a se stesso, con i piedi di nuovo nella realtà. Il Rightside Up – il mondo reale – ritorna a scricchiolare sotto i piedi dopo i viaggi dei nerd nelle loro storie.


E così anche noi – al termine di Stranger Things – rimbalziamo nel nostro Rightside Up. Poggiamo il nostro manuale del giocatore sullo scaffale, vicino a quello di Mike, Dustin, Will, Lucas e Max. Per una volta, nel compiere il gesto, siamo consapevoli che sarà l’ultima. Proprio come i giovani protagonisti di questa storia che si affacciano alla vita vera, al futuro da vivere senza virgolette.

La scena finale di Stranger Things - Credits: Netflix
Credits: Netflix

“E qui la storia finisce. Non potrebbe essere altrimenti, visto che è la storia di un ragazzo; se andasse ancora avanti, diventerebbe quella di un uomo. Quando si scrive un romanzo per adulti si sa esattamente come chiudere, ma quando si scrive per la gioventù bisogna fermarsi dove meglio si può.” – Scrive Mark Twain al termine del suo capolavoro.

In Stranger Things le cose non sono tanto diverse. A turbarci, forse, è la normalità. Il fatto che quel “terremoto” abbia abbattuto il muro, come quello che ha in parte ispirato gli “Heroes” di David Bowie. Quando crolla il muro, poi, si ritorna lentamente al fluire delle cose. Degli eroi rimangono solo le virgolette e si rendono conto che, da re e regine, sono tornati semplici persone. Bowie lasciava intendere che il vero atto eroico non risiede nelle grandi gesta epiche, ma nel coraggio – talvolta silenzioso – di affrontare le paure quotidiane, di abbattere muri reali o simbolici, le barriere e le avversità della vita. Quelle virgolette, nel rimando nostalgico di Stranger Things, sono in realtà più moderne che mai.

Non ci meravigliamo allora se per anni l’adrenalina ci ha pervasi ogni volta che Eleven entrava in scena, con le mani protese verso il pericolo e lo sguardo carico di rabbia e determinazione. Non ci meravigliamo se, dopo anni a seguire il fragile Will, ci siamo ritrovati a urlare di gioia davanti allo schermo quando anche lui ha protetto le braccia in avanti, affrontando paure e villain. Ma non dovremmo meravigliarci nemmeno quando tutto questo ritorna alla normalità del quotidiano.


In questa storia non ci sono solo eroi e poteri “magici”. Ci sono ragazzi, donne e uomini che non hanno avuto paura della loro condizione umana e hanno combattuto insieme fino alla fine. Hanno intrecciato il tortuoso divincolarsi delle loro vite con qualcosa molto più grande di loro. Hanno oltrepassato muri e barriere. Hanno trovato vie di fuga persino nel labirinto di Camazotz. Hanno indossato le loro virgolette da eroi nei cunicoli della tana del Bianconiglio e, anche quando avevano paura, non si sono lasciati sopraffare. Anche quando alla paura si è mischiata la rabbia, non si sono lasciati abbattere. Hanno saputo appigliarsi e lasciare andare. E, alla fine, dovremmo fare un po’ così anche noi.

Dovremmo avere fiducia nelle scelte, abbandonarci alla narrazione in Stranger Things senza pretendere che si pieghi al nostro volere da spettatori.

Il destino di Eleven in Stranger Things - Credits: Netflix
Credits: Netflix

È anche la nostra storia, sì, ma soprattutto è la loro. E anche se ora ci sentiamo un po’ come Hopper, con Vecna nella testa, dobbiamo avere fiducia in Eleven e nella sua scelta. Anche se fa male. Anche se non abbiamo tutte le risposte e restiamo con un pugno di punti interrogativi. È questo il bello delle storie, anche quando finiscono e non siamo noi a a decidere come sporcare d’inchiostro la pagina.

Stranger Things è una storia di gioventù ed eroi virgolettati. Di stregoni, mostri e maghe che scelgono la propria strada. Nei puntini sospensivi possiamo decidere noi a quale storia credere, da che parte del muro stare o – per i più audaci – se abbatterlo. Non ci resta che lasciare che le aspettative si dissolvano come una detonazione nell’ultimo giro di un vinile. Possiamo credere, oppure no. In fondo la storia è nostra quanto loro.

Eppure il cerchio andava chiuso con la coerenza del coraggio. Un coraggio come quello di David Bowie, più vicino alla normalità che all’epicità. E a me questo sapore di familiarità – sul tetto di una palazzina a Hawkins, nella promessa di rivedersi ogni mese (chissà se mantenuta), o nell’ultima partita prima che gli almanacchi accumulino polvere – piace. Così come mi piace pensare alle nuove ere che iniziano, alle nuove gioventù che affrontano le loro avventure. E anche un po’ a noi, che dieci anni fa eravamo forse diversi, forse più coraggiosi, forse più fantasiosi. Io da parte mia, se posta davanti alla scelta, “credo”. Perché ci siamo così disabituati ai lieto fine che – a volte – li troviamo addirittura deludenti, anche se li meritiamo.

“La maggior parte dei personaggi di questo libro vivono ancora, ricchi e felici. Forse un giorno varrà la pena riprendere la storia dei più giovani e vedere che genere di uomini e donne sono diventati, ma per adesso è meglio non proseguire oltre.”
— Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer