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Attenzione: l’articolo contiene spoiler su Stranger Things 5, Vol. 2. Addentratevi nella lettura a vostro rischio e pericolo.
Per fare un ulteriore passo verso la fine abbiamo pazientemente aspettato il Natale, le lucine accese in giro per la casa e un’atmosfera dal sapore di panettone e sonnolenza. Con il Volume 1 della quinta stagione diStranger Things – disponibile su Netflix – ci eravamo lasciati in modo epico, con un finale di episodio da brividi (potete leggere qui la recensione). Ora, mentre sotto le suole delle nostre scarpe scricchiola il terriccio del Sottosopra, il Volume 2 ci accompagna verso nuove consapevolezze, in un continuo saliscendi di emozioni che – ormai – ci lasciano ipnotizzati, in balia dell’immaginazione dei fratelli Duffer.
Siamo completamente ammaliati, quasi storditi da questo universo che ci scombussola le emozioni e lo stomaco. Divoriamo gli episodi senza pazienza, ci lamentiamo di dover aspettare ancora, ma in fondo siamo quasi grati dell’attesa. Perché sappiamo che per almeno altri sette giorni Stranger Things non sarà ancora finito. I nostri personaggi preferiti resteranno congelati nell’oblio del loro destino già scritto e, chiudendo gli occhi, possiamo fingere di essere ancora le stesse persone di nove anni fa, quando avevamo qualche responsabilità in meno e il volto giovane di chi – per la prima volta – vedeva Mike Wheeler affrettarsi per le scale di legno che portano allo scantinato. In fondo, da bambini sembra tutto più grande: anche le ombre sul muro, la coperta sul divano, e i pomeriggi natalizi con i pacchettini rossi da scartare sotto l’albero.
Adesso siamo noi a litigare con la carta regalo e i suoi nastrini, siamo noi a riporre il pacchetto sotto l’albero quando cala la sera. E siamo sempre noi a pigiare il tasto play sul telecomando, per accorgerci che non serve un ponte a collegare tempo e spazio: alla fine del settimo episodio, con lo stomaco in subbuglio, gli occhi lucidi e il cuore a mille, nell’angolo in basso a destra del televisore compare l’icona che ci invita a far ripartire l’episodio 1 della prima stagione.
Possiamo sempre tornare indietro, possiamo sempre rilanciare i dadi. Ma non possiamo mentire allo specchio che ci chiama: non saremo mai più gli stessi dopo il finale di Stranger Things.

Friends don’t lie. Gli amici non mentono. È il mantra che abbiamo inciso nel cuore con l’ingenuità di un bambino nel lontano 2016. Eppure, anche a Hawkins i bambini sono cresciuti: hanno combattuto, si sono scontrati con le loro paure, con il trauma e con il coraggio di vedere oltre. Tutti i personaggi si sono aggrappati a una coralità che ha da sempre costituito l’esoscheletro di questa serie tv. Nella prima stagione, quando Eleven chiede a Mike che cosa sia un amico, la risposta è semplice: è qualcuno per cui faresti di tutto. È un legame.
Un legame che, nel corso delle stagioni di Stranger Things, si evolve. Segue un proprio arco narrativo, come un personaggio a sé stante. È come un albero fatto di radici che si diramano in direzioni diverse ma che propendono sempre verso il centro. Così i personaggi della coralità di Stranger Things affrontano se stessi e gli altri: come calamite che a tratti si respingono, ma continuano a gravitare intorno a una forza inspiegabile, che va oltre la scienza e oltre la fisica. Un campo gravitazionale emotivo, fatto di elementi autonomi che esistono solo perché appartengono allo stesso sistema. Quel legame che, ancora una volta, diventa àncora e salvagente.
Nel galleggiare tra le stagioni, per quanto si possa nuotare in direzioni differenti, il gravitare riporta sempre all’unione. Un’unione che ha attraversato silenzi e non detti rimasti a mezz’aria: come bugie che non hanno il coraggio di essere tali. Silenzi che diventano prigioni, sbarre costruite con le proprie mani. Perché il silenzio allontana. Questo Vecna lo sa bene.
Nel Volume 1 di Stranger Things 5 abbiamo visto come questi silenzi siano esplosi, come il riconoscimento dell’Io possa fare la differenza, trasformando la presunta fragilità in un catalizzatore di potere.

Nel Volume 2 facciamo un ulteriore passo in avanti prima della corsa, come Max di fronte al suo portale della libertà, mentre Kate Bush incalza il ritmo e il passo accelera. I silenzi diventano confessioni. Le corazze si sciolgono e la paura cambia forma: non è più quella che conduce alla solitudine, quella di Vecna. È la paura che porta alla consapevolezza, allo strapiombo in cui è necessario gettarsi a capofitto, sperando che il paracadute funzioni. Così ci avviciniamo al finale dell’episodio sette, con la coralità che si ricongiunge.
Se il Volume 1 ruotava intorno all’accettazione di sé, il Volume 2 si sposta verso la necessità di essere accettati da chi amiamo. Lo specchio non ci restituirà mai un riflesso autentico finché non avremo il coraggio di calare la maschera e affrontare la paura del rifiuto. In questa quinta stagione, Stranger Things diventa una storia di accettazione e fiducia: fiducia negli altri e fiducia in noi stessi. Uno snodo narrativo che si snocciola anche e soprattutto nel rapporto tra Joyce e Will, e Hopper ed Eleven. La dichiarazione d’amore più grande che si possa fare a una persona amata è quella che ci porta a dire “ti lascio andare perchè mi fido di te.”
La differenza – in fondo – è tutta qui: il nucleo di Stranger Things è consapevole delle proprie fragilità, proprio come Eddie era consapevole della sua imperfezione. Sono consapevoli di essere umani, e questo non cambia le cose: le rende possibili. Vecna, al contrario, utilizza la paura per spingere verso la solitudine. Una solitudine in cui si rispecchia profondamente, perché lì è nato e cresciuto. La diversità, per lui, non è mai stata un segno di specialità, ma un motivo di ripudio. Eppure anche lui è stato umano, è stato bambino. Anche lui ha avuto paura del mondo, e per questo è arrivato a disprezzarlo.
Più ci avviciniamo alla fine, più comprendiamo come le sue siano urla di aiuto. Una vendetta cieca che non è altro che una risposta di forza alla sua prigione solitaria, in cui l’eco di sé stesso fa male come un ricordo lontano. Nella sua mente si perde, come può perdersi un essere umano nella mancanza di speranza. Finché non c’è nessuno ad accendere la luce, la solitudine può essere più cacofonica di cento vinili che girano all’unisono.
Così Vecna in Stranger Things carpisce, manipola, rapisce.

Mentre Steve, Eleven, Mike, Will e gli altri si aprono alla confessione perché, sbirciando nel baratro, non hanno più paura, lui continua a mentire agli altri e a sé stesso. Friends don’t lie. Ma lui non ha amici. È sempre stato tradito e ripudiato, e ora vuole restituire al mondo la stessa ferita, finché tutto non sarà come egli desidera. Finché la diversità non diventerà normalità. Per portare il mare a quel pesce fuor d’acqua finito nel deserto.
È per questo che il campanello d’allarme risuona forte nelle nostre menti quando ascoltiamo le parole di Kali. Anche lei è sola, guardata con sospetto dagli amici di Eleven e, in parte, anche da noi. Kali non ha conosciuto il potere del legame. Non sa che l’àncora dell’amicizia può accendere la luce anche nelle stanze più buie, liberare dalle prigioni più tetre senza mai lasciare andare. Non sa che, anche quando tutto sembra finito, nessuno premerà mai il tasto stop mentre Kate Bush continua a scorrere sul nastro.
La sua solitudine è diventata vendetta, una sete che non si è mai davvero placata. Nessuno ha acceso la sua luce, nessuno ha suonato la sua canzone, nessuno le ha stretto la mano quando nemmeno il tatto era capace di percepire. Kali è più vicina a Vecna di quanto lo sia a Eleven. Questo ci preoccupa, ci turba. Perché noi, invece, siamo ancora aggrappati a quel sogno a forma di cascata, con l’arcobaleno che saluta il giorno e la luna che disegna la notte.
Siamo qui a mangiarci le mani e ad asciugarci le lacrime mentre tutto crolla, mentre gli universi si diramano e gli amici si abbracciano. Siamo qui, ma è come se anche noi facessimo parte di quell’abbraccio. E, nel frattempo, aspettiamo. Non vediamo l’ora: fremiamo, scalpitiamo. Attendiamo come Max di fronte alla voragine che la riconduce a sé stessa, come Lucas che le stringe la mano, come la signora Wheeler che ci ricorda che in Stranger Things non esistono personaggi secondari. Tutti brillano. Ma ora siamo davvero a un passo dalla fine. Quella vera.





