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Lightyear – La Recensione del film sulle origini di Buzz

Dopo l’uscita al cinema, Lightyear sbarca anche su Disney+ (qui tutte le altre novità di agosto). Il lungometraggio incentrato sulle origini del celebre personaggio del franchise di Toy Story arriva così nelle case degli spettatori, con la possibilità di ampliare il proprio pubblico.

Lightyear – La vera storia di Buzz ha infatti registrato numeri deludenti in sala, facendo segnare il terzo flop economico della Pixar dopo Il viaggio di Arlo e Onward – Oltre la magia. Pesano, però, come detto, fattori esterni, che ne hanno limitato la diffusione. L’uscita su Disney+ è quindi un’ottima occasione per recuperare un film che amplia uno degli universi narrativi della Pixar più amati, ovvero quello di Toy Story.

Da questo momento in poi iniziano gli SPOILER, per cui è sconsigliato proseguire nella lettura a tutti coloro che non hanno ancora visto Lightyear – La vera storia di Buzz.

Alla scoperta delle origini di Buzz

Lo scopo del film era quello di fornire un background al mitico Buzz Lightyear. Sin dalla sua prima apparizione in Toy Story, Buzz è ossessionato dalle sue radici, da quel mitico space ranger che ha ispirato la sua realizzazione. Finalmente, dopo tanti anni, possiamo conoscere la vera storia che c’è dietro a quel giocattolo tanto amato da Andy e da generazioni di spettatori.

Dopo una breve introduzione che presenta il film che ha ispirato il giocattolo, veniamo catapultati nella narrazione di quel racconto. Qui conosciamo l’intrepido space ranger Buzz Lightyear impegnato in una delle sua tante missioni insieme ad Alisha Hawthorne, suo ufficiale in comando e migliore amica. La loro ultima spedizione però non va secondo i piani e i due space rangers e tutto l’equipaggio al loro seguito rimangono bloccati su un pianeta misterioso e ostile.

Mentre si cerca un modo per fuggire, l’equipaggio piano piano costruisce una colonia su quel pianeta e inizia una nuova vita, a cui però Buzz non intende abituarsi. Lightyear continua a provare la missione per portare via i suoi amici da quel pianeta, ma va solo incontro a continui fallimenti. Qui si consuma il dramma di Buzz, perché per ogni tentativo il ranger perde molti anni di vita delle persone che ha intorno. Per lui, nello spazio, il tempo scorre a ritmo diverso e ogni volta che torna sul pianeta trova la popolazione sempre più invecchiata. Finché un giorno gli si presenta una situazione completamente diversa, col pianeta sotto attacco e la colonia in pericolo.

Buzz deve dunque rinunciare ai suoi tentativi, unirsi a un improbabile gruppo di amici tra cui l’irresistibile gatto robot Sox e la cadetta Izzy, nipote della sua vecchia amica Alisha. Con loro Lightyear affronta il temibile Zurg e riscopre valori importanti. Chiaramente il lieto fine è annunciato, con l’improbabile gruppo che sconfigge il nemico e diventa il nuovo plotone di space rangers agli ordini proprio di Buzz.

Lightyear

Obiettivo raggiunto?

Come anticipato nell’incipit del paragrafo precedente, l’obiettivo del film era dunque fornire un adeguato background al personaggio di Buzz Lightyear. Nella valutazione pesa molto dunque il conseguimento di tale risultato. Lightyear è un’ottima storia di origini, scava a fondo nella costruzione del personaggio principale, lo sfaccetta alla perfezione e ce lo restituisce in tutte le sue dimensioni.

Buzz è un personaggio che si realizza, amplia piano piano la propria visione della vita, cedendo qualche convinzione circa la sua essenza da space ranger, ma non rinnegando mai la sua natura. Il compito principale di un origin movie è quello di costruire alla perfezione il personaggio, o la vicenda, di cui appunto si vogliono narrare le origini e in tal senso l’operazione è completamente riuscita.

Manca poi, probabilmente, quel qualcosa in più. Lightyear è un film godibile, che scorre in maniera lineare e a ritmo incalzante, ma forse coinvolge poco lo spettatore a livello emotivo. La trama ha un peso maggiore rispetto alla sfera patetica, un rapporto non comune per le produzioni Pixar, soprattutto per quelle più recenti.

Il peso delle emozioni

Negli ultimi anni le produzioni Pixar hanno raggiunto un livello d’intensità emotiva incredibile, arrivando anche a trattare, in tal senso, temi molto dedicati. I due masterpieces in questo senso sono senza dubbio Inside Out e Soul, due pellicole in cui vengono scandagliati i più profondi antri della natura umana, in cui viene messa a nudo la psiche e analizzato il meccanismo che regola le pulsioni emotive primarie o addirittura la natura dell’anima.

Chiaramente Lightyear non può avere questa profondità. È un film d’avventura, che gira su un tema molto differente e si presta meno all’abbondanza di pathos che ha caratterizzato la Pixar soprattutto negli ultimi anni, ma che ne ha sempre rappresentato un tratto distintivo. Manca forse, quindi, quel pizzico di coinvolgimento emotivo che avrebbe aggiunto a una realizzazione tecnica e narrativa impeccabile un surplus non indifferente di valore.

Sono presenti, comunque, tematiche più profonde in Lightyear, ma risultano più asettiche sentimentalmente. Si ragiona sulla cieca adesione ai propri valori, sull’ambivalenza della disciplina e soprattutto sul tema del tempo che, come vedremo più avanti, rappresenta il più grande nodo riflessivo del film.

Lightyear

Lightyear presenta un Buzz differente

A impedire quell’estremo coinvolgimento di cui si parlava sopra c’è anche un altro fattore. Sin dalla presentazione del primo teaser, si è discusso molto su questo Buzz molto diverso da quello ammirato in Toy Story. Nel film, questa lontananza si accentua ancora di più, ed è anche giusto così perché il Lightyear del lungometraggio non è il giocattolo di Andy, ma solo un personaggio che lo ha ispirato.

Questa scissione dunque risulta un po’ disorientante, soprattutto per chi ha negli occhi e nel cuore Toy Story e il suo Buzz Lightyear. Tuttavia, è un elemento logico. Lo space ranger di questo lungometraggio è semplicemente un personaggio diverso, che vive in una dimensione differente e quindi si caratterizza a modo suo. Questa lontananza non è un difetto, anzi è una condizione d’esistenza del film e va tenuta presente nel guardare Lightyear – La vera storia di Buzz.

I pregi di Lightyear

Il grande punto di forza del film è senza dubbio una trama che scorre alla perfezione e risulta costruita in maniera magistrale. La storia, nonostante la lunghezza che sfora gli standard di un cartone animato, è incalzante, mantiene fisso il suo ritmo e non ha momenti di appannamento. A contribuire all’efficacia della costruzione narrativa ci sono personaggi secondari molto riusciti. Il robogatto Sox su tutti, ma anche la giovane e intrepida Izzy. E ovviamente il mitico Zurg, cattivo di spessore che introduce anche il tema più interessante offerto dal film.

Alla fine del film si scopre che Zurg non è altro che un Buzz del futuro, impegnato a tornare indietro nel tempo e recuperare tutto ciò che ha perduto con le sue missioni. Il colpo di scena è veramente riuscito e ha il pregio, come detto, di introdurre concetti potenti. Lo scontro tra i due Buzz si fa dunque concettuale: è giusto tornare indietro nel tempo per sistemare alcune vite, ma stravolgerne altre? La battaglia si sposta su questo campo, ma può trascendere ulteriormente: quanto l’uomo può incidere sullo scorrere del tempo? Quanta presa ha sul proprio destino?

Sono temi molto importanti, un po’ inflazionati nella narrazione cinematografica, ma abbastanza inediti in un cartone animato. Ragionamenti che forse non hanno la potenza emotiva di quelli che trovano spazio in Inside Out e Soul, ma hanno una profondità filosofica e concettuale fuori dal comune.

Lightyear – La vera storia di Buzz gioca forse su un terreno diverso rispetto ad altre produzioni Pixar. È una storia di origini ben riuscita, molto potente sia a livello narrativo che riflessivo. Mancano probabilmente alcune sfumature che ne avrebbero innalzato ancora più il livello, ma i pregi di questo film sono innegabili e la sua uscita su Disney+ è un’ottima occasione per recuperare una pellicola che merita assolutamente la visione.

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