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Beef e il vuoto consistente delle nostre vite – La Recensione della Serie Netflix che sta spopolando

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su Beef – Lo scontro, la nuova serie disponibile su Netflix!!

Beef – Lo scontro è un’esplosione. Un accesso d’ira. Lungo, rapsodico, dissennato. Un catalizzatore di rabbia. Una scintilla. Detonante, pericolosa, improvvisa e intensa. Nitroglicerina. Scoppia e lascia residui a terra, calcinacci tra i quali vagare con un certo senso di vuoto. È essa stessa un vuoto forse, ma consistente, percepibile sotto la superficie. La serie in dieci episodi appena distribuita da Netflix è uno degli ultimi prodotti della A24, lo studio indipendente che ha raggiunto una certa notorietà dopo il pienone di statuette agli Oscar 2023 con il film Everything Everywhere All At Once. Un’idea di Lee Sung Jin, sceneggiatore sudcoreano che ha lavorato a Tuca & Bertie e Dave e che abbiamo ritrovato nella produzione di Undone, un’altra serie che si è invischiata nelle profondità dell’animo umano esplorandone le calcificazioni più nascoste. Dieci episodi totali, tutti con titoli enigmatici, che rimandano a citazioni di opere o di concetti filosofici. Il pilot si intitola Gli uccelli non cantano, gridano di dolore, per dire. E già in sé custodisce parte di un’operazione artistica di grande profondità.

L’urto di Beef – Lo scontro si propaga per circa sei ore di visione. Agisce di rimbalzo, provando ad attutire e ad alimentare gli effetti dell’impatto iniziale.

Beef Lo scontro

Avete presente quella sensazione che si prova quando una giornata è storta e non ne vuole sapere di raddrizzarsi, il karma rema contro, tutte le disgrazie sembrano concentrarsi nello stesso frammento di tempo e l’umanità intera pare avercela con voi? Beef – Lo scontro è un conglomerato di sensazioni note, di sbigottimenti e sentimenti già provati almeno una volta. Per questo scende giù disinvolta e rapida, quasi aggressiva. La serie si apre con un incidente evitato per un pelo in un garage di un negozio di Los Angeles. Alla guida di un furgone rosso un po’ trasandato c’è Danny Cho, un tuttofare sull’orlo del fallimento che escogita nuove idee per sbarcare il lunario e sostenere se stesso e suo fratello Paul. Dall’altra parte della strada, al volante di un macchinone bianco di lusso, c’è invece Amy Lau, un’imprenditrice ricca e indipendente che sta cercando di vendere la propria impresa con un contratto milionario che le consentirebbe di passare più tempo a casa con sua figlia. I due non si beccano per un soffio, ma la paura dell’impatto è sufficiente a sbrigliare gli impulsi più rabbiosi e a dare libero sfogo alla versione più furiosa di se stessi. Una lunga strombazzata col clacson e il dito medio fuori dal finestrino sono il guanto di sfida che i due protagonisti – Steven Yeun e Ali Wong – si lanciano in apertura della serie.

Da quel momento in poi, il sassolino che era in cima alla montagna rotola verso il basso acquistando sempre più forza e consistenza, travolgendo tutto e assumendo sempre di più le proporzioni di un masso gigante.

Beef Lo scontro

Danny e Amy sono due personaggi stanchi, acciaccati. Esauriti, nel senso letterale del termine: svuotati, spossati, indeboliti, esausti. Dopo l’incidente sfiorato per strada, l’uno riversa il proprio odio sull’altra, contribuendo ad incasinarle la vita. Si divertono ad essere d’intralcio l’uno alla tranquillità dell’altra. Si ostacolano, si sabotano, si aggrappano a ogni pretesto utile per scaricarsi addosso un po’ di male. Sono anime simili ingabbiate nelle vite di fantocci profondamente diversi: Danny è un operaio che racimola lavoretti qua e là, cercando di risparmiare il possibile per riportare i genitori dall’Asia a Los Angeles. Amy è invece un’esponente dell’alta società, una self made woman che ha sposato un artista poltrone e vive nell’agio ogni sua giornata. Tra i due non c’è chimica. Sono espressione di due mondi distinti e separati, non c’è un singolo pertugio dove l’uno possa osservare l’altra e rintracciarci un pezzo della propria vita. Vite lontane, galassie socialmente e culturalmente distanti. Rette parallele che non si incrociano mai. O quasi mai. L’alterco per strada ha un effetto detonante nelle loro vite. Ad ogni azione segue una reazione, in una catena impressionante di dispetti, provocazioni e reciproche offese che finiscono per trascinare sul fondo anche le persone vicine. Entrambi ne escono devastati e si incolpano del disordine delle rispettive vite.

Beef Lo scontro

Non hanno un motivo reale per odiarsi, Danny e Amy. Eppure si odiano, con tutta la rabbia di cui sono capaci.

Ciascuno mostra all’altro il suo lato peggiore, quello che invece cerca di tenere ben nascosto agli altri. Ogni vita è una finzione, una vetrina in cui si lascia esposto solo ciò che si vuole lasciar vedere, i capi migliori e i pezzi più pregiati della bottega. Ma all’interno, in mezzo al caos di vite incasinate, si nascondono i rottami, i resti di tutto ciò che non è andato nel verso giusto. I due protagonisti di Beef – Lo scontro sono entrambi figli di genitori emigrati, ragazzini stranieri cresciuti in un contesto nel quale hanno faticato ad esprimersi appieno, costretti a dimostrare sempre qualcosina in più rispetto agli altri. Perennemente sotto pressione, stressati, sfibrati. C’è un punto limite di tensione oltre il quale c’è solo l’esaurimento nervoso. O la depressione. L’impossibilità di muoversi, di esprimersi, di godere appieno delle conquiste ottenute. Beef – Lo scontro dimostra che la tristezza non è condanna né privilegio di pochi. Colpisce tutti, indistintamente, donne in carriera così come muratori falliti. È un’esperienza universale, nella quale possiamo rinvenire qualcosa di noi stessi. Quel senso di rabbia, di frustrazione, l’amarezza che ci lascia insofferenti e indifesi contro la tristezza che sopraggiunge senza una reale motivazione.

Beef – Lo scontro è una sensazione condivisa, per questo aggancia immediatamente l’interesse dello spettatore.

La rabbia è vista come un ponte d’accesso che conduce a sentimenti più indecifrabili, meno definiti. La serie Netflix esplora una vasta gamma di emozioni, tutte perfettamente riconoscibili, autentiche. E lo fa alternando le varie facce della dramedy, smascherando di volta in volta piccole bugie e autosabotaggi. I due protagonisti faticano a guardarsi dentro, ad accettare la parte marcia che inizia a mettere radici. Preferiscono sfogare la frustrazione trascinandosi a picco in un baratro apparentemente senza via d’uscita. Siamo serpenti che si mangiano la coda, che girano in tondo alla ricerca disperata di un senso da dare alle proprie vite. Concentrarsi sui pensieri positivi, scrivere i diari della gratitudine a volte non basta. E così ci si ritrova fradici di tristezza a divorare cibo spazzatura in un fast food costruito per attutire i segnali dall’allarme e a mascherare il malessere. Beef – Lo scontro è una serie che parla con una certa lucidità della società moderna, dei suoi ritmi e di quanto renda incomprensibili alcuni suoi ingranaggi. Lo show di Netflix ha il piglio giusto per afferrare lo spettatore e graffiarlo con i suoi artigli affilati. È una dramedy che vale la pena guardare, se non altro perché riesce a dirci qualcosa della nostra tristezza nascosta con una spigliatezza e una capacità d’empatizzare che poche serie tv Netflix hanno avuto.

Dal primo episodio, restiamo in attesa dell’esplosione finale. La rabbia monta puntata dopo puntata, gonfiandosi e diventando sempre più ingestibile. La narrazione è speculare allo stato d’animo dei personaggi, che si avviano verso un’implosione definitiva. Il finale di Beef – Lo scontro ha qualcosa di profondamente grottesco, ma è potente e rigenerante. Ci riconsegna stanchi alle nostre vite, con quel senso di vuoto consistente che all’inizio era solo confusamente percepibile e invece adesso è vivo, reale, distinguibile. Il nono episodio si spinge ai limiti dell’assurdo, deviando dalla direzione intrapresa fino a quel momento dalla serie. Ma il decimo – e ultimo – episodio è invece disarmante e incisivo, un finale perfetto per uno show dolceamaro che riesce a fare una grossa buca nel malessere del nostro tempo e a trovarci i pezzi dei nostri insuccessi e delle nostre disfatte. Una serie che vale la pena guardare? Decisamente sì.