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A Knight of the Seven Kingdoms 1×01 – La purezza di un mondo sporco

A Knight of the Seven Kingdoms 1x01

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla 1×01 di A Knight of the Seven Kingdoms.

Respirate a pieni polmoni, ma fatelo solo fino a un certo punto. Respirate l’aria pura di un mondo semplice, con lo sguardo rivolto alle stelle. Fatelo davvero, e lasciate perdere il resto: gli abiti che puzzano, l’acqua corrente che non scorre a fiumi sui corpi sporchi dei protagonisti, la sensazione costante che le condizioni igieniche siano a dir poco precarie. E che la mera visione, seppure con un’abbondante distanza di sicurezza, possa generare chissà quale terribile epidemia. Odori che si possono sentire, mentre si guarda. E occhio a dove mettete i piedi: qualcuno potrebbe aver risposto ai propri bisogni più essenziali proprio lì. Ma respirate lo stesso, manco foste in cima a una montagna che domina tutto il resto: nel momento in cui si capovolgono le prospettive e la vetta si irradia tra le ultime pulci, è dalla polvere che si può trarre il meglio.

Quello che rimane di un’umanità errante, schiava del vizio e della corruzione perenne.

Timide luci, discrete. Momenti in cui essere puliti, sul serio. Sporchi sì, ma puri. Finché non arriveranno i malanni perenni del nostro mondo a macchiarci irrimediabilmente. Fino a renderci conto che il lezzo insopportabile che impregna gli ambienti arriva dagli altri, quelli che profumano di vana gloria. I re, le regine e tutto il resto, per una volta ai margini del racconto. Il racconto di A Knight of the Seven Kingdoms, appena sbarcata su HBO Max per ricordarci quanto possa ancora essere avvincente la saga di Game of Thrones. Anche quando lo spettacolo dell’epica cede il passo all’ordinarietà di un uomo qualunque. Sognatore nomade come chiunque altro: malinconico sì, ma non disilluso.

L’oasi nel deserto: il cammino empatico di A Knight of the Seven Kingdoms

game of thrones, il nuovo spin-off in arrivo. Nel parliamo su Hall of Series Discover
Credits: HBO

Ci approcciamo così al pilot di una delle serie tv più attese di questa prima parte del 2026: A Knight of the Seven Kingdoms, secondo spin-off di Game of Thrones, porta con sé la firma di George R.R. Martin come non mai. La saga di Dunk ed Egg, d’altronde, è a lui molto cara, e il suo coinvolgimento è ancora più marcato del solito: ha ideato la serie con Ira Parker, e ha co-scritto i sei episodi da cui è formata la prima stagione. Inevitabile, allora, ritrovare da subito nella serie gli elementi chiave del racconto omonimo da cui è tratta.

A differenza delle precedenti esperienze, lo sfarzo espressivo cede il passo all’essenzialità degli ambienti, più circoscritti e meno magniloquenti: non più la seta e la lussuria dei primi, ma l’olezzo degli ultimi che si devono accontentare di sopravvivere come possono, facendo di un albero casuale la propria fragile abitazione. Il tetto è il cielo, e non si è al riparo dalle intemperie: si è una cosa sola col mondo, sperando di non incappare in un pericolo fatale. A Knight of the Seven Kingdoms si presenta con la forza di chi mette il potere sullo sfondo, osservandone l’assenza con un’ironia ancora più marcata: lontano dai troni, dalle corti e dalle strategie, la saga di Westeros riparte dalla polvere e da chi la attraversa a piedi.

Il lusso è contorno funzionale alla generazione di un contraltare. Il vino scorre a fiume tra le tende dei nobili, schiavi di perversioni indicibili.

Contorno, certo. Anche se le interazioni tra i mondi possono creare eccezioni, una vita che respira al di là delle convenzioni e ritrova un’essenza in cui è possibile condividere un momento al di là dei ruoli. Oppure avere di fronte una barriera insuperabile, visto che è più comune incontrare un compromesso Ser Manfred Dondarrion che una straniante tempesta che ride”, Lord Lyonel Baratheon. Ma no, non è ancora il momento di parlarne: ci torneremo tra qualche puntata, promesso.

Quello che rimane del breve pilot di A Knight of the Seven Kingdoms è la chiara sensazione che potrebbe essere possibile, per una volta, connettersi a una coppia di protagonisti senza rischiare di pentirsene in seguito. Empatizzare con loro, addirittura. Fino a prova contraria, almeno. Divenire parte del loro vissuto perché in fondo può essere pure il nostro. Passano i secoli e il mondo scorre fluidamente sotto nuove forme, ma certe cose non cambiano mai.

Il protagonista è un cavaliere errante, “gli unici veri cavalieri” secondo chi non si piega alle logiche del potere. È la naturale conseguenza di persegue l’idealismo originario e non vuole essere altro che un’ancora di salvezza per chi naviga alla deriva. Dunk è giovane e inesperto: condannato a un’esistenza da orfano, trova sulla sua strada un mentore che gli impartisce, con un certo pragmatismo che sfugge alle etichette, le lezioni chiave per farne un cavaliere. Sui generis certo, ma con lo spirito dei giusti. Senza un’armatura, vestito di una spada e tante speranze per un futuro in cui affermarsi con solidità, senza rinnegare l’imprinting datogli. Lo accogliamo mentre saluta per l’ultima volta il suo padre acquisito, seppellito nella terra di nessuno senza particolari celebrazioni né un Septon che possa riservargli le parole di rito.

Il protagonista di A Knight of the Seven Kingdoms è malinconico, ma non triste. La natura è stata benevola con lui e gli ha donato un corpo da corazziere, ma ancora non basta per affermarsi nel mondo dalle regole e dai codici ben definiti.

A Knight of the Seven Kingdoms 1x01
Credits: HBO

Il mentore gli lascia in eredità l’impronta del cavaliere: la società, però, non è ancora pronta ad accoglierlo come tale. Non senza testimoni o un nome che possa rappresentare una solida garanzia per vivere la vita che è deciso a vivere. Serve una chiave d’accesso, insomma. E quella chiave è rappresentata da un torneo ad Ashford, sull’Altopiano delle opportunità che non si trincera nel rigore delle Terre dei Fiumi: è un sogno, ma come i veri sogni costa carissimo e lo costringerà a ipotecare tutto quello che possiede.

Pochissimo, a dirla tutta. Eppure sa essere un tesoro raro da quelle parti: il cuore pieno di buone intenzioni, le tasche semivuote, gli abiti consunti e, soprattutto, un mondo da scoprire.

Dunk è impacciato e ha l’aura dell’ingenuo, forse destinata a essere disattesa. Un gigante buono, quasi un delitto: nello spietato mondo di Westeros, rischia di diventare il peggiore dei limiti.

Un virtuoso in un microcosmo che la virtù la rigetta impietosamente. Ha, però, allo stesso tempo, la determinazione giusta per inseguire i suoi obiettivi, sfidare il destino e regalarsi un futuro migliore contro ogni aspettativa. Come si può non empatizzare con uno così? Altrettanto potremmo dire del piccolo Egg: un dolce bambino senza capelli del quale non sappiamo niente al momento, ma che ha di fronte a sé un destino sorprendente, ben noto a chi conosce l’opera di Martin.

Il suo sembra essere, da subito, il viatico di un romanzo di formazione. Dunk ritrova in lui la storia della sua vita: orfano, arriva da Approdo del Re e sembra voglioso di scrivere la sua storia, facendo da scudiero a un cavaliere senza macchia. Egg sembra pronto a vivere l’esperienza, Dunk no: il cavaliere lo lascia sulla sua strada, ma Egg lo ritrova e conquista la sua occasione per stare al suo fianco.

La prima puntata di A Knight of the Seven Kingdoms si conclude così: Dunk ed Egg vengono baciati dalle buone stelle, pur con tante incognite da affrontare.

Cullati dall’apparente serenità di un mondo che vive un insolito momento di pace sotto la guida di Daeron II, un Targaryen che ha assunto le eccezionali stigmate del “Buono”, il cavaliere e il suo scudiero cercano la propria via senza conoscerne la grammatica: sarà l’istinto a guidarli verso avventure inaspettate. La saga di Game of Thrones ci regala così momenti di bellezza incantata, pur tra i tumulti sotterranei di un sistema destinato a implodere di lì a poco: le avventure della serie madre sono ancora distanti un centinaio d’anni scarsi, e Westeros sta ancora affrontando i terribili postumi della guerra intestina raccontata in House of the Dragon. Nel mezzo, due anime pure, almeno fino al prossimo incidente. Un mondo inedito che respira e pulsa nei dettagli di un appassionato Martin, più popolare e a misura d’uomo del solito.

In questo senso, A Knight of the Seven Kingdoms sembra fare una scelta precisa e controcorrente. Abbraccia un gusto essenziale per il racconto che spesso si perde nella dimensione kolossal, rinunciando al sensazionalismo per lasciare respirare le situazioni.

È una scelta profondamente coerente con la poetica del suo autore e con la tradizione del suo fantasy lento. Ci riporta a un’idea di narrativa attenta ai margini e ai tempi morti, ancora disposta a seguire regole che sfuggono alle esigenze di immediatezza del pubblico contemporaneo. Un rischio, forse, ma anche una dichiarazione d’intenti.

Perché sì, si respira una terribile aria quando il bagno è riservato alle grandi occasioni e non può essere abitudine. Eppure non manca l’ossigeno: dopo esser stati soffocanti dalle tossiche logiche del potere, è il momento di riscoprire un mondo in cui può essere piacevole vivere. Pensate un po’: persino bello. Senza grandi mezzi, forse. Ma in fondo quanto è davvero importante? Non ditelo a Cersei Lannister, nel dubbio: tra uno stento e l’altro qui, tutto sommato, non si sta per niente male. Per oggi, dai. Domani, chissà.

Antonio Casu