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Vi siete mai domandati quale sia stata la prima serie tv italiana di sempre? Chi avviò il percorso che ci ha portato, oggi, all’universo televisivo che conosciamo? Da dove si parte per arrivare a Romanzo Criminale, Gomorra o alle decine di fiction che accompagnano oggi le serate di milioni di italiani? Noi ce lo siamo chiesti, abbiamo fatto una ricerca approfondita ed è venuto alla luce un mondo interessantissimo che parla di una tv di pionieri allora agli albori, di un’Italia che usciva dalle ceneri della guerra e del ventennio di dittatura. Soprattutto, del senso che si intendeva dare, allora, alla parola “italiano”.
Per affrontare questo breve viaggio, infatti, bisogna tornare al 1954, non senza difficoltà: tramite un incrocio di informazioni attraverso l’ausilio dell’intelligenza artificiale, ricerche digitali su archivi vastissimi e interviste del passato, abbiamo ricostruito una storia dimenticata. Anzi: una storia perduta. Perduta, ma che merita di riemergere a settantadue anni di distanza.
Il contesto che portò alla nascita della prima serie tv italiana è particolare.

Il nostro Paese era uscito da meno di un decennio dalla Seconda Guerra Mondiale ed era una nazione finalmente libera. Libera di ricostituirsi sotto nuovi presupposti con un’identità nuova, scevra dalle retoriche trionfalistiche di un tempo e più connessa a una storia che doveva ancora scrivere i suoi capitoli più felici. In tal senso, il ruolo della televisione fu fondamentale: nella costituzione di un’identità nazionale forte, alienata dalle logiche fasciste, il neonato mezzo, inaugurato il 3 gennaio di quell’anno, fu decisivo.
Chi ha o ha avuto la fortuna di poter interagire direttamente coi propri nonni o bisnonni, potrebbe aver sentito parlare per esempio del maestro Manzi: il conduttore televisivo fu protagonista di una stagione decisiva con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, andata in onda tra il 1960 e il 1968.
Il maestro aveva un fine nobilissimo: insegnare l’italiano agli italiani, in un’epoca in cui l’analfabetismo imperava ancora e l’utilizzo di dialetti o lingue locali era ancora predominante.
Lo spiegano bene Biagio Proietti e Maurizio Gianotti, autori del libro “Il segno del telecomando – dallo sceneggiato alla fiction”. Intervistati sul Radiocorriere Tv nel 2015, illustrarono il contesto che portò alla nascita di un nuovo genere televisivo: “In quell’Italia completamente diversa da oggi e con un solo canale televisivo, ci fu l’intuizione dei dirigenti Rai di allora di portare ‘La cultura al popolo’ con il romanzo letterario. Si cominciò dai grandi classici della letteratura inglese e russa, che “nascevano” come originali televisivi. La televisione era uno strumento di educazione: per insegnare a leggere e scrivere c’era ‘Non è mai troppo tardi’. Molti presero la licenza elementare grazie a questo programma e alle iniziative del Tv Radiocorriere”.
“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, si diceva negli ultimi anni dell’Ottocento: la frase, attribuita a Massimo D’Azeglio, è in realtà formulata da Ferdinando Martini nel 1896. Dopo oltre cinquant’anni, l’esigenza era ancora basilare, e il fine non ancora realizzato: l’avvento nelle vite degli italiani di Mike Bongiorno e della televisione fu essenziale in tal senso. Ma arriviamo al punto, visto che qui si parla di serie tv italiane: quale fu la prima? E perché fu selezionata?
Già, perché fu Il dottor Antonio la prima serie tv italiana di sempre?
Prima di procedere, teniamo a mente una data: il 16 novembre del 1954. Quel giorno andò in onda sul Programma Nazionale della Rai la prima delle quattro puntate. La televisione era entrata a far parte della nostra storia da meno di un anno, ed era in quel momento un cantiere aperto: figlia della radio, era un mezzo che stava ancora lavorando per trovare un proprio linguaggio, una grammatica e dei volti peculiari.
Negli ultimi mesi del 1954, allora, si concretizzò un progetto che si riproponeva di adattare in chiave televisiva alcuni romanzi, più o meno influenti. Più o meno conosciuti, ma con spunti e presupposti narrativi centrali per la formazione di un’identità e per stimolare il percorso educativo della nazione. Per farlo, fu selezionato un libro che in quel momento veniva adattato per la quarta volta, dopo due film muti e un lungometraggio del 1937: Il dottor Antonio.
Scritto in inglese dal patriota Giovanni Ruffini nel 1855, fu pubblicato col fine chiaro di stimolare le simpatie dell’Inghilterra e della Francia per le sorti dell’Italia dell’epoca risorgimentale. A cento anni di distanza, rispondeva perfettamente alla missione culturale che la Rai si era data nel 1954.
Ambientato nell’Italia preunitaria, Il dottor Antonio racconta la storia di Antonio, un giovane medico idealista e patriota che vive sull’isola di Capri. Qui conosce Lucy Davenne, una ricca ragazza inglese che necessitava di cure urgenti, e tra i due nasce un profondo sentimento. Tuttavia, Antonio è diviso tra l’amore e il dovere verso la patria: coinvolto nei moti risorgimentali, sceglie di sacrificare la propria felicità personale per dedicarsi alla causa dell’indipendenza italiana. Il loro amore impossibile diventa così il simbolo del conflitto tra sentimento e ideali, tra passione individuale e impegno collettivo.
Una storia di sacrificio e di virtù civili e morali, capace di incarnare i valori fondativi della nuova Italia repubblicana.
Al tempo stesso, il romanzo univa elementi di melodramma sentimentale e di educazione civica, due componenti ideali per una televisione che voleva istruire e unire, non solo intrattenere.

Ne Il dottor Antonio, dunque, la Rai trovò un racconto simbolico e logisticamente realizzabile: una storia patriottica ma umana, capace di inaugurare la serialità televisiva italiana con un gesto tanto artistico quanto civile.
Insomma, la storia perfetta al momento giusto: portatore di valori positivi, ma anche con un’intensa storia d’amore che, secondo le cronache dell’epoca, intercettò i favori del pubblico femminile. Fin qui la sua storia, di fronte allo schermo. Pochi schermi, visto che nel 1954 gli apparecchi in giro erano ancora pochissimi. Ma cosa successe dietro lo schermo? Cosa significò, davvero, produrre e mandare in onda la prima serie tv italiana di sempre?
Beh, non fu semplice. Affatto.
Considerate un aspetto, su tutti: la serialità televisiva, in quegli anni, non possedeva ancora un linguaggio proprio. Per questo si appoggiò inizialmente al teatro più che al cinema. Gli attori provenivano dalle compagnie teatrali, i registi dalla radio o dal cinema: così nacquero gli sceneggiati, veri e propri “teatri filmati” o “radio-drama messi in scena”, che cercavano di tradurre la voce e il palcoscenico in immagini.
Tenete a mente un altro aspetto: la storia del primo sceneggiato è andata perduta perché non esistono filmati o stralci, come qualcuno potrebbe immaginare. Dando un’occhiata su YouTube, per esempio, si possono trovare le puntate integrali de L’Alfiere, sceneggiato della Rai del 1956, ma del Dottor Antonio manco l’ombra. Perché? Il motivo è presto detto: in quella fase, le registrazioni magnetiche erano piuttosto costose e l’archiviazione dei contenuti non era considerata prioritaria né addirittura prevista in molti casi. In un secondo momento sarà diverso, anche se spesso succedeva addirittura che si registrasse sopra le registrazioni precedenti, come successo per esempio anche in Gran Bretagna con le puntate perdute della primissima Doctor Who in un periodo successivo, tra gli anni Sessanta e Settanta.
Nel caso della prima serie tv italiana, le puntate vennero trasmesse in diretta, senza possibilità di montaggio o correzione. Era, di fatto, uno spettacolo teatrale portato in televisione: attori in studio, camere fisse, prove serrate e nessun margine d’errore.
La struttura narrativa — pochi personaggi, ambienti ristretti, dialoghi intensi — era perfetta anche dal punto di vista tecnico: consentiva riprese in diretta con mezzi limitati, quando la televisione non disponeva ancora di montaggio o di risorse produttive più cospicue. In generale, le scene delle serie tv del periodo erano girate prevalentemente in studio: negli anni successivi, invece, si ricorrerà anche all’utilizzo di ambientazioni esterne, spesso e volentieri nelle campagne del Lazio per limitare gli ingenti costi di produzione.
Arriviamo a un altro punto interessante: chi furono i protagonisti e il cast coinvolto nel progetto? Citiamo in tal senso l’edizione numero 46 del Radiocorriere TV, quello della settimana che va dal 14 al 20 novembre del 1954. In quel numero, fu presentata la serie tv: “Il concorso ‘Nuovi volti per la TV darà questa settimana i suoi frutti. Come si ricorderà, si trattava di trovare gli interpreti per la riduzione televisiva del romanzo Il dottor Antonio di Giovanni Ruffini. Il concorso ha avuto un insperato successo ed ha costretto le giurie ad un difficilissimo lavoro di scelta fra le circa seimila fotografie pervenute”.
Risultato? “Accanto ai volti nuovi scoperti in seguito al concorso, figureranno volti di noti attori. Il volto nuovo numero uno sarà quello di Cristina Fanton, che interpreterà la parte di Lucy. La Fanton è friulana ed ha diciassette anni”. Già, un concorso. È interessante pensarci ora, e per questo avevamo parlato di pionieri in apertura.
Cristina Fanton, la protagonista, arrivò così in tv. Aveva già alcune esperienze cinematografiche alle spalle, ma quella fu l’opportunità ideale per emergere definitivamente.
Un anno d’oro, per lei: sempre nel 1954, fu anche la prima concorrente italiana al concorso di Miss Mondo ed ebbe una parte nel celebre Un americano a Roma di Steno. Nell’anno seguente, invece, sarà nel cast di Totò all’inferno. Fu attiva soprattutto in quegli anni, e rende bene l’idea di cosa fosse la tv in quel momento :un mondo in costruzione nel quale i volti nuovi avevano un’opportunità concreta per mostrare il proprio talento. Al suo fianco il ben più esperto Stefano Sibaldi e, tra gli altri, un giovanissimo Corrado Pani, mentre la regia ce la presenta il già citato numero del Radiocorriere TV: “Il dottor Antonio viene realizzato per la televisione da Alberto Casella, uno dei pionieri degli spettacoli radiofonici e che il romanzo di Ruffini ha già portato dinanzi ai microfoni”.
Non fu semplice portare a casa il progetto.
Ancora il Radiocorriere TV: “La realizzazione televisiva di Il dottor Antonio ha imposto a Casella, agli interpreti ed ai tecnici una mole davvero imponente di lavoro. Le prove si sono succedute a ritmo intensissimo e tuttora continuano e continueranno sino alla vigilia dell’ultima puntata che, salvo impreviste variazioni di programma, dovrebbe andare in onda martedì 7”.
La storia emerge nella già citata intervista a Proietti e Gianotti: “È una storia legata al Tv Radiocorriere. Il primo romanzo sceneggiato è del 1954, Il dottor Antonio, che tratta del Risorgimento: è pieno di nobili ideali, parla di un grande amore ed ebbe un importante seguito nel 1953 alla radio. È tecnicamente il primo sceneggiato, preceduto solo da “Delitto e castigo”, trasmesso in una sola serata per la durata di quattro ore. Così il Radiocorriere bandì un concorso per scegliere gli attori: tra loro Corrado Pani, Stefano Sibaldi, che ha proseguito con successo come attore e doppiatore, e Luciano Alberici, mentre Cristina Fanton era la protagonista”.
Il resto è storia: Il dottor Antonio inaugurava la serialità televisiva italiana con una storia di riscatto nazionale raccontata in chiave sentimentale. È una formula che sarebbe durata per decenni e che avrebbe scritto un capitolo fondamentale della costruzione del nostro Paese.
Gli sceneggiati furono centrali nelle vite degli italiani soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, pressoché sempre con adattamenti di romanzi e opere letterarie di primissimo piano che hanno avvicinato un intero popolo alla letteratura e ne hanno stimolato l’interesse per la cultura.
L’Italia è nata anche con questi presupposti: non dovremmo dimenticarlo mai. Ed è nata anche grazie al lavoro eccezionale di sceneggiatori, autori, registi, attori e maestranze che, partendo da basi provenienti da altri mondi, hanno definito una grammatica preziosa. La grammatica delle serie tv italiane, con una vocazione nobile che si spera sempre possa esser ritrovata un giorno dalla Rai nel suo complesso. Operazioni del genere, d’altronde, sono sempre più in secondo piano, e piegate a esigenze televisive evolute poi in direzioni completamente differenti.
Ancora Proietti e Gianotti: “La funzione pedagogica è sparita, resta solo come strumento di spettacolo. Molti raccontano di essersi avvicinati alla narrativa grazie a questi sceneggiati. Attualmente c’è una sola eccezione: Camilleri, che è esploso con Montalbano. Secondo me si potrebbe insistere. Negli anni Settanta, poi, abbiamo cominciato ad ambientare i gialli in Italia con poliziotti italiani e il pubblico li seguiva con grande interesse”.
Il dottor Antonio, quindi, non è solo la prima serie tv italiana di sempre: è la storia di un Paese che abbracciava un sogno dopo esser sfuggito alle grinfie di un incubo, ritrovandosi tra le righe di un grande romanzo. “Eravamo un po’ più ingenui, ma più affamati di vita”, concludono i due autori. “Chi fa la tv oggi trova più difficoltà a scuotere lo spettatore”.
Oggi, a distanza di settant’anni, non ci dispiacerebbe immergerci in un remake. Non tanto del dottor Antonio, quanto di tutto il resto.
Antonio Casu





